Un’idea di Eden

PAOLO PUPPA
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Ma quanti sono i ristoranti a Venezia? Coll’espansione ossessiva dell’offerta turistica, si riduce ormai, giorno dopo giorno, il plateatico per i pedoni mentre avanza minaccioso pure il territorio dei B&B, dei bar, dei bacari che in certe zone rendono disagevole persino il semplice transito ai pedoni. Ebbene, secondo uno studio recente, nel centro storico e relativamente al periodo dal 2008 al 2018, le attività di ristorazione così come le disponibilità ricettive sono salite di duecento unità, passando da 1146 a 1346. Impennata contemporanea del numero di alberghi, dove le 387 strutture del 2008 sono divenute 549. Prosegue il conseguente spopolamento del centro storico. In prospettiva una desertificazione commerciale, causata sia dalla concorrenza della grande distribuzione sia dai processi di innovazione digitale.

Giardino della locanda con pergolato.

Ma poi c’è l’Antica Locanda Montin, radicata nel vecchio mondo. Amo questo ristorante e lo frequento per la vicinanza. Mi basta infatti avviarmi dal portone a sinistra, direzione Campo San Barnaba, salvo tagliare presto a destra, in una scura calle laterale che porta in fondo a un ponte luminoso verso l’Ospedale Giustinian, difeso dal Presidio omonimo contro i ricorrenti rischi della chiusura. E svetta subito allora sulle Fondamenta de Borgo, nel Rio de le Romite, l’insegna che annuncia il locale. Qualcosa di fidato, di familiare.  Il Rio prende il nome dall’antico Convento delle Canossiane, ora Pensionato dove la mia Università cafoscarina spesso colloca ospiti di convegni. Torno da Montin appena posso, ogni volta per la grata memoria di pasti sempre all’altezza delle aspettative, e l’eleganza insolita dello spazio, unico nel suo genere in città, un cortile pergolato che salvaguarda dalla calura estiva e dai rumori della strada. La stessa nomenclatura della via, colla parola fascinosa Romite, rafforza il senso di pace provata in luoghi simili. La prima volta che ci sono stato ero borsista a Padova, non avevo 25 anni, ero già sposato, e sono stato invitato da una stagionata e bella laureanda piemontese che col marito ha voluto festeggiare là con noi due la laurea. Chissà che fine avrà fatto. Episodio di oltre mezzo secolo fa. Ero ancora precario nella carriera accademica e avevo in cambio radici nella vita, per giovinezza e voglia di futuro. Adesso, la piramide, o la clessidra, è rovesciata. Nel fresco baluginio verde del ristorante, ho portato amici e colleghi a suggellare intese e progetti, così come ho condotto i figli in fasi diverse della loro crescita, prima neutralizzati in passeggini poi man mano a fianco, divenuti ad un tratto adulti spavaldi e impertinenti, infine la loro prole, nel girotondo inesausto della vita. Come un mese fa, l’ultimo nipotino, quello ginevrino, di due anni, Matisse, una magia che ha fatto perdere la testa ai suoi nonni, consapevoli di non vederne la versione giovanile, come invece è stato per i suoi cugini furlani. Nel frattempo, in queste visite successive, noto che anche i gestori non sono stati risparmiati dal tempo. Già, le facce sono mutate, e non c’è più il baffuto Giuliano, ma suo figlio Giorgio, nato nel 1966, dall’immagine schiarita, né il fratello Alberto ma suo figlio Luca, del 1964, abbrunato come lo zio, quasi un chiasmo nel loro Dna. Cambiamenti incessanti. Del resto, uno dei clienti più prestigiosi di Montin, oltre a Ezra Pound, che per ostilità al mondo, reduce dal manicomio criminale americano per i trascorsi nazi-fascisti, si sedeva, offrendo la schiena agli altri customers, (ma l’opuscolo di cui riferirò tra breve ricorda che qui lui ha parlato!), un altro poeta, premio Nobel, Iosif Brodskij, cantava Venezia e le sue Fondamenta degli Incurabili definendo con acuta tensione lirica le acque verdi della città una perfetta metafora del tempo. Nel ritmo e nel respiro delle sue onde si racchiuderebbe infatti la misteriosa opera di Chronos.

I Busetto, i precedenti gestori del locale, a fine Ottocento.

Luca e Giorgio costituiscono pertanto la terza generazione. Si avverte una forte, brusca complicità tra i due. Più fratelli, forse, che cugini. E i loro rispettivi genitori, i fratelli Adriano e Giuliano, rappresentano la seconda serie, mentre la prima, originaria della Marca trevigiana, discende dal ceppo di Toni Carrettin, aiutato dal fratello Vittorio, e dalla consorte Rita Davanzo, cuoca sopraffina, giocatrice accanita a carte, a tersiglio o a calabresella, e gran fumatrice di Marlboro rosse. Questi i nonni, dunque, i capostipiti. Costoro ereditano nel 1950, allorché ne rilevano l’attività, il soprannome Montin da Angelo Busetto, che verso il 1890 aveva di fatto fondato l’osteria. La locanda, già inserita nella Guida spirituale delle Osterie italiane da Verona a Capri, pubblicata in italiano nel 1910 (in tedesco due anni prima) e firmata da Hans Barth, eccentrico appassionato di Bacco e buongustaio, rispunta poi anche in Osterie Veneziane di Elio Zorzi nel 1928.

Si attraversa il salone scuro dell’ingresso, utilizzato quando fuori piove, e si accede al radioso pergolato esterno. Di inverno, il ristorante chiude, e si riapre colla primavera per fermarsi di nuovo quando si ferma la Biennale, dato il gemellaggio tra ristorazione e arte. Al primo piano, ci stanno undici contese stanze, aperte tutto l’anno, ricercatissime per la posizione invidiabile, vicino a tutto ciò che conta in questa città, tra Accademia e Piazzale Roma, tra arrivi e ripartenze. Il passaggio iniziatico dal chiuso all’aperto ripete un po’ lo schema urbano della Serenissima, quando dalla calle cupa ti si spalanca all’improvviso e pare benedirti la libertà del campo o della piazza o delle fondamenta, nel gioco rabbrividente degli intarsi e delle rifrazioni tra aria e acqua. Si procede quindi in mezzo a un confortante brusio prodotto dalle ciacole ai tavoli, in gran parte una sommessa babele di voci straniere. Scegliamo il solito menu, da una lista non tanto varia per fortuna (più piatti abbassano la qualità di un ristorante), iniziando dai calici di prosecco, o di pinot. Arrivano presto i classici antipasti, dignitosi e accurati, specie le sarde in saor, e il baccalà adagiato su una calda polentina. Opzione valida, le gustose cape sante, quasi mai insabbiate. Per i primi, consiglio le terine bollenti coi taglierini con San Pietro, zucchine e crema di fiori di zucca, o gli spaghetti con vongole di gran classe. Da non trascurare poi, tra i secondi, il tonno ai ferri con salsa di basilico, una crudité più consona ad anagrafi giovanili. Alla fine, indispensabile pulirsi il palato col ‘desgroppin’, o sorbetto, un gelato al limone miscelato con vodka. Tendiamo sempre agli stessi piatti, e ci sediamo quando siamo soli, io e mia moglie, allo stesso tavolo in fondo al pergolato centrale, per restare tranquilli. Vecchiaia, come detto altrove, sinonimo di ripetizione rassicurante, sangue che circola lentamente. E intanto ci pare che giunga a noi il venticello fresco e delicato dalle vicine Zattere, che trascina con sé gli aromi rapiti dai muri frondosi di glicini sfiorate. Sì, dalle mie amate Zattere, meta finale frequente di cene, o origine se si tratta di pranzo. Le Zattere, immerse nella grazia misteriosa e nei riflessi balenanti dell’acqua giudecchina. Tutta luce che viene consumata e goduta assieme al cibo, filtrata da piante e da rami penzolanti dai tralicci che incombono quali corone sui commensali. Magari, aiutando anche il pinot, specie al secondo calice, il cuore torna quello di anni lontani e guardi la tua compagna che ti appare quasi quella di un tempo, serena e svagata senza le solite pene. A tavola, oggi, però non ci serve Adel, il palestinese inappuntabile dallo sguardo triste, soave nei gesti e nel sussurro impercettibile con cui accompagnava le portate e registrava scrivendoli gli ordini ricevuti. Un acciacco importante purtroppo gli inibisce al momento la presenza, rimpianto da tutti. Lo rimpiazza il giovane Nicola, sveglio e premuroso, che abita ai Giardini. E lo assiste uno stuolo di belle ragazze, tra cui la splendida Alice, figlia di Giorgio, forse per un aiuto momentaneo ai servizi tavola, e Greta, nipote di Luca, nel senso di figlia di una sua cognata, che viene da Pordenone a frequentare Ca’ Foscari. Adolescenti o poco più, anche loro a garantire ulteriori passaggi di testimone, quando sarà.

Greta, nipote di Luca.

Giorgio mi consegna un opuscolo, appena lo avvicino prima di prender posto, forse per ridurre il tempo della ciacola, sequestrato com’è da sfiancanti eventi in programma oggi. Si annunciano infatti “giorni tremendi”, mi assicura gongolante.  Il 17 aprile in effetti si inaugura la pre-apertura della 60esima Biennale d’arte, quella diretta dal brasiliano Adriano Pedrosa, Foreigners everywhere, perfetto mix di provocazioni e di suggestioni. La piccola pubblicazione bilingue, anglo-italiana, è firmata dal giornalista Maurizio Crovato e da Aldo Trevisanello, detto Tromba. Quest’ultimo, l’artigiano corniciaio, novantenne e mitico archivio vivente dei clienti storici della Locanda nel suo negozio in Fondamenta Bragadin, uso a suonare l’ottone aprendo il corteo delle Bissone nella Regata Storica, oltre che promotore qui di serate jazz. Noto subito, sfogliando le pagine al volo, qualche sprezzatura anti-pedantesca, poco conciliante col mondo accademico. Atteggiamento che non ha impedito ai gestori di iscrivere le proprie figlie all’università. Liquidano i due co-autori, infatti, la prefazione di d’Annunzio alla già citata guida di Barth, considerandola noiosissima, irta di citazioni erudite. E dimenticano in tal modo che si tratta anche del nostro più grande poeta a cavallo dei due secoli. Il Vate soldato era affezionato al locale, se vi amava sostare assieme al pittore simbolista-surrealista Marius de Maria e al filosofo Angelo Conti, specialista giorgionesco. Tant’è vero che ne parla in altri momenti, interviste sul Corriere della sera, e soprattutto nel suo magnifico e debordante romanzo sul teatro, Il fuoco del 1900, dedicato in modo schizofrenico, esaltante e calunniante, alla sua musa attrice-amante Eleonora Duse. In compenso si esibiscono interi fotogrammi del film Anonimo veneziano, datato 1970. Mai titolo risulta meno appropriato al volumetto, in questo caso, anche se vi recita da comparsa Adriano nel ruolo di camerierino. Questo, dal momento che opuscolo e pareti del salone all’ingresso trasudano personaggi famosi, esposti quale suggello promozionale, ossia gli scalpi di tutti i clienti importanti che lo hanno frequentato, appesi in foto d’epoca sui muri interni, ormai consueta costumanza in tutti i ristoranti che si rispettino. Insomma, il locale si fa vanto esplicito di attrarre le caste internazionali, il jet set con vacanze dorate, gente tanto famosa da lasciare spesso il proprio nome al tavolo, al posto del numero, almeno nei primi anni della gestione Carrettin. Ma rispetto alla concorrenza, bisogna ammettere che la scelta dei vip non passa dalla televisione. Qui, non c’è posto per creature portate alla ribalta e alla riconoscibilità pop dalle epifanie mediatiche. Chez Montin, il brand viene viceversa selezionato in base al merito intellettuale o artistico. Il tutto si dispiegava già nella detta pellicola, grazie alla protagonista femminile, Florinda Bolkan, oggetto di culto nella sua spavalda beltà brasiliana e pronta a sedurre ambo i sessi, vedi la produttrice Marina Cicogna. Nel giardino luminoso di Montin, sempre nel centro dell’opuscolo, ecco Florinda intrattenersi in vari fotogrammi col tenebroso Tony Musante, condannato dal copione a coniugare ancora una volta amore e morte, causa un tumore molto maligno, e secondo tradizione romantica, confermato dalle musiche di Stelvio Cipriani, tanto melò da guadagnarsi l’anno dopo il Nastro d’argento per la colonna sonora, e regia dell’attore Enrico Maria Salerno.

Scene di Anonimo veneziano, film del 1970, girate nel giardino della locanda.

Una indubbia Bohème, nell’aria frizzantina di bonarie goliardate, tende sin dalle origini a riempire il ristorante, utilizzando lo spazio esterno per il gioco delle bocce. E via via si sono succedute lungo gli anni gare di pittura anche importanti, come nel 1957, regate dal 1983 (giudice il celebre Strigheta, alias Albino dei Rossi), riservate ai clienti abituali nonché competizioni ciclistiche al Lido, mentre il locale assurge al rango di quartiere latino di Dorsoduro. Ci vengono, a volte garantito dalle icone appese alle pareti, Sarah Bernhardt, la diva francese rivale della Duse, la miliardaria Peggy Guggenheim, estrosa gallerista proprietaria del Palazzo Venier dei Leoni, in precedenza appartenuto alla fastosa Luisa Casati. Peggy, inseguita dagli artisti che ne cercavano la munifica protezione, vi arrivava col suo gondolier de casada. Ma da Montin erano di casa intere generazioni di pittori, da assemblarne quasi in una Biennale autonoma, tra Guglielmo Ciardi, Ettore Tito, Luigi Nono (imitato poi dall’omonimo nipote musicista), Italico Brass, Amedeo Modigliani, Filippo De Pisis, Riccardo Licata, Tancredi, Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso. E non mancano altresì maestri internazionali, altri padiglioni pertanto, tra Pollock, Rotko e Rauschenberg, avidi tutti del fegato alla veneziana, prelibatezza Montin. Pullulano nell’opuscolo, sempre fotografati dalle pareti, messaggi ammirativi, dediche e sigle riconoscenti (ad esempio il bacio impresso col rossetto da Paloma Picasso, figlia di Pablo), di magnati della finanza, si pensi all’avvocato Gianni Agnelli, attori come Walter Chiari, geni della danza come Pina Bausch, pur sobriamente limitata alle patate lesse con verdura cotta, fumettisti come Hugo Pratt, registi come Woody Allen, allenatori di calcio come Helenio Herrera. Dai tavoli della sala scura o dal luminoso pergolato spesso partono iniziative per salvare la città, ad esempio il Venice in Peril Fund, fondato nel 1971 dall’ambasciatore sir Ashkey Clark e sua moglie Frances P. Molyneux, dopo l’aqua granda del ’66. Amore vero, se lo stesso Clark ha chiesto e ottenuto di essere sepolto a San Michele nel 1994, dopo essere stato nominato veneziano dell’anno nel ’93. E ovviamente i politici, dal presidente Jimmy Carter ad Alexander Dubček, qui ripreso sorridente, prima della sua caduta in seguito alla primavera praghese, o il nostro ministro delle finanze Pier Carlo Padoan. Costoro lasciano una traccia visibile del loro passaggio, una zampata identitaria che conferisce ulteriore appeal al locale, per contagio magico, per la proprietà transitiva del carisma. É la pubblicità, bellezza! Anni fa, un mio collega cafoscarino ma proveniente da un’altra regione, con cui cenavo, osservando la pinacoteca delle celebrità alle pareti mi ha sospirato sconsolato che noi non saremo mai fotografati per essere coinvolti in quella illustre collezione. I baroni non sono onorevoli, ho replicato per consolarlo. Nel nostro dialetto, significano gente poco affidabile. La battuta l’ha molto colpito.

Giorgio con la figlia Alice.
Luca

Luca, a disagio nelle interviste, nell’affidarmi al cugino, mi sconsiglia di accennare al golf con Giorgio, sua autentica passione. Poi, in realtà, per colpa di appuntamenti non spostabili, di dentisti e di altro, finisco per parlare a rate, in due giornate successive, solo con lui. Mi spiega un po’ in affanno, sempre muovendosi da una stanza all’altra, del nonno sceso a Venezia a vendere vino. O meglio, trasportava una peata di damigiane colle barche. Lui non se lo ricorda, ma io l’ho incrociato questo Luca come condomino mancato nel Palazzo Cappello, verso il Piazzale Roma, dove abitavo da giovane sposo e dove sono nati i miei due figli, il medico e la magistrata. Sì, io lasciavo quella casa il medesimo anno, 1982, mentre lui entrava al piano di sotto. Intanto, il mio interlocutore sbuffa per la stanchezza. Traffica dalle 8 e 45 a mezzanotte e mezza, come ieri che avevano una tavolata gigantesca per la Biennale. Sono giorni di lavoro convulsi, tra comitive in arrivo e cene con un numero incredibile di prenotazioni. Meglio così, no?  Vengo a sapere che Luca da sua moglie Elena impegnata in cucina, ha avuto Elisa studentessa di biologia a Trieste e il piccolo Tommaso alle medie. Da parte sua, a Giorgio grazie alla consorte Isabella, anche lei in cucina, sono nate Margherita, laureata in Economia con lode, e Alice che studia moda. Mi addita due belle signore alle prese con antipasti. Sorridono davanti all’intervistatore-molestatore. Ci sarebbe poi un fratello di Giorgio, Claudio, il quale però non si occupa del ristorante e se ne sta per i fatti suoi. La voce si incupisce e non approfondisco. E anche uno zio, fratello di Adriano e Giuliano, andatosene in America, ancora vivo. Ma in pratica, e lo ribadisce con fierezza, tutto questo sta sulle spalle sue e del cugino Giorgio. Il grafico aziendale appare decisamente in salita. Rende, questa loro fatica.

Giorgio e Luca col pescato.

Si è in conclusione verificato, e il dettaglio del golf lo comprova, un fenomeno da ascensore sociale, dai nonni umili esercenti di peate de vin ai nipoti eleganti gestori, con loro foto alle pareti dell’ingresso che li ritraggano trionfanti su barche con amici devoti e enormi pesci ostentati quali trofei di pesca, stigma dell’avvenuta ascesa. Un refolo, nella posa, di Hemingway. In fondo quel che è successo nell’ex Cantina Schiavi, il Cantinone, colla trasformazione dell’ostaria in raffinata enoteca e colla moltiplicazione degli infiniti cicchetti nelle mani sapienti della Signora Alessandra, i Montin hanno attuato nella loro azienda glamour, locanda e ristorante con pergolato. Colla differenza che qua non si consuma in piedi e in fretta, ma si gusta con calma il cibo al ralenti, nel rito gastronomico che pretende tempi di consumo decelerati, secondo i canoni della buona educazione alimentare e che ti chiede solo di sederti nella fresca verzura, nella dolce mitezza della luce, consacrati nel luogo della vipperia, tra l’altro in un rapporto insolito tra qualità e prezzo, a tutto favore del cliente. Solo che questo piacere andrebbe concesso a tutti, non solo a chi può permetterselo. Nel mondo si fa più concreto il rischio della catastrofe, e gli anni davanti si riducono in maniera accelerata. Ma in un angolo di questo stesso mondo esiste Montin, come una domenica festiva. E nondimeno, pagato il conto, integrato da una piccola e meritata mancia al cameriere, si esce alla fine in Fondamenta. Si torna così al Purgatorio della vita, coi suoi patemi irrisolti e le ansie crescenti dell’età, mentre purtroppo alle tue spalle svapora a poco a poco l’incanto prima assaporato.

Immagine di copertina: Insegna dell’Antica Locanda Montin.

Un’idea di Eden ultima modifica: 2024-04-17T12:12:57+02:00 da PAOLO PUPPA
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