Artigianato, cultura e contesto

PAUL ROSENBERG
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Giorni fa mi trovavo alla fiera dell’artigianato Artigiani in Chiostro a San Francesco della Vigna e non ho potuto fare a meno di tornare col pensiero alla mia Carolina del Nord. Dopotutto, la regione degli Appalachi nella Carolina del Nord è nota per le sue tradizioni secolari di manifattura e artigianato, ed è pertanto meta per le persone interessate a vedere, conoscere e acquistare cose che sono fatte “come erano fatte un tempo”: a mano, con cura e conoscenza di competenze tramandate da generazioni.

Detto questo, l’artigianato che si trova nella Carolina del Nord occidentale, per quanto possa essere gradevole, non è certamente quello che era realizzato un tempo in quei posti. Riproporre un simile realismo storico richiederebbe molti più strumenti agricoli, strumenti per il lavoro del legno, della pietra, per l’estrazione mineraria. Richiederebbe anche la riproposizione della produzione tradizionale di abbigliamento e tessuti di vario tipo, in grado di resistere ai rigori della vita di montagna. In altre parole, l’artigianato in quella zona non era sempre considerato arte o cultura: era ciò che le persone facevano per lavorare e sopravvivere nel contesto in cui vivevano, e come tale si è evoluto come parte della cultura stessa, una cultura che a tutti gli effetti e gli scopi non esiste più.

Tutto questo per arrivare alla fiera di Venezia, che tra l’altro contemplava anche una conferenza nella quale ognuno dei relatori ha proposto un proprio punto di vista, notevolmente diverso l’uno dall’altro, sullo stato dell’artigianato a Venezia, anche se mi viene da pensare che di sicuro c’era un consenso di fondo intorno all’idea che “l’artigianato” a Venezia è in difficoltà, se non in crisi. Costi elevati, concorrenza online e invecchiamento della popolazione, tra gli stessi artigiani, con un’offerta limitata di giovani interessati ad apprendere quei mestieri. Tutti problemi che si presentano più e più volte.

A un certo punto, il moderatore, rivolgendosi alla platea, ha chiesto: “chi di voi compra prodotti così?”. Già, chi? Se l’artigianato è essenzialmente un’arte che nasce da uno stato di necessità, quando il suo bisogno tra la popolazione diminuisce o cessa di esistere, allora cosa?

Mi sono ritrovato a pensare alle diverse forme di artigianato che un tempo erano centrali a Venezia, ma che non sono state menzionate nella conferenza – giustamente, perché ora non ci sono più. Naturalmente, l’esempio più noto è la stampa di libri, un’arte che probabilmente raggiunse un certo apice qui a Venezia secoli fa ma che ovviamente ora è perduta. Pensavo, però, soprattutto al ricco patrimonio veneziano nella costruzione di strumenti musicali. Sì, adesso ci sono liutai a Venezia, ma un tempo Rialto era una vera e propria fucina dell’arte ai massimi livelli nella realizzazione di strumenti. Fate una passeggiata lungo Calle dei Stagnieri proprio di fronte a Rialto – sulla destra c’era uno dei negozi di strumenti musicali più famosi al mondo, la bottega di Matteo Selles, noto tra l’altro per la fornitura di strumenti e servizi al Maestro di Strumenti all’Ospedale della Pietà, Antonio Vivaldi.

Selles e i suoi concorrenti, come Matteo Grofriller, o Domenico Montagnana, che lavorò nel negozio di Matteo Selles fino all’apertura del proprio, non erano nati dal nulla, né lavoravano ognuno per conto proprio. Costruire strumenti musicali era un lavoro che attraversava molti mestieri. Richiedeva non solo abilità nella lavorazione del legno (molti liutai erano anche calzolai), ma anche abilità molto particolari nella lavorazione dei metalli, nell’incisione e nelle vernici (si pensi che una famosissima tinta per strumenti di legno è ancora conosciuta come “Rosso Veneziano”). I giovani che volevano imparare il mestiere diventavano apprendisti intorno ai dodici anni e lavoravano per diversi anni, anche fino a otto, sotto la supervisione di un maestro prima di poter gestire la propria bottega.

Una tiorba realizzata da Matteo Selles (padre del titolare della bottega in Calle dei Stagnieri) Venezia, 1640

Certo, all’epoca, in questo caso tra la fine del 1600 e tutto il 1700 in particolare, la richiesta di questi strumenti era molto elevata, e non solo tra i ricchi o l’aristocrazia. Agli inizi del 1700 c’erano undici teatri pubblici a Venezia, oltre ai quattro Ospedali Grandi e a San Marco, dove anche il padre di Antonio Vivaldi era impegnato come violinista. Quindi, c’era una comunità di centinaia di musicisti attivi e in costante bisogno di strumenti e di manutenzione degli strumenti – ricordiamo che tutti gli strumenti a corda di quel tempo utilizzavano corde di budello, ancora notoriamente difficili da realizzare, accordare e mantenere fresche.

Ma, quel che conta di più, gli artigiani che realizzavano gli strumenti e svolgevano questo lavoro facevano parte di una più ampia comunità di artigiani. A Venezia i liuteri erano associati alla Corporazione dell’Arte, che faceva parte della più ampia Arte dei Marzeri, che comprendeva molti mestieri tra cui il commercio e la vendita al dettaglio. I liutieri avevano un proprio altare per le funzioni religiose, l’altare di Santa Maria Assunta nella chiesa di S. Zulian. Molti dei musicisti attivi erano anche liutieri, e molti liutieri svolgevano anche altre professioni correlate, per esempio, come si è detto, il calzolaio, un mestiere che richiedeva competenze dettagliate nella lavorazione del legno. Liuteri e cembalari (fabbricanti di clavicembali) erano quindi integrati nella più ampia cultura della lavorazione del legno e i loro strumenti spesso condividevano caratteristiche e materiali con quelli di altri marangoni (falegnami).

Esisteva insomma una specifica e fiorente comunità che costituiva il contesto culturale per l’artigianato liutario a Venezia. Come ci racconta a proposito di questo periodo l’autore Stefano Pio,

I cittadini veneziani di allora provavano un reale senso di appartenenza a una realtà politico-sociale esclusiva e provavano un profondo orgoglio nel contribuire alla sua esistenza, sia individualmente con gli oggetti da loro realizzati, sia socialmente con la presenza delle loro corporazioni

Questo senso di appartenenza e orgoglio descrtto da Pio esiste certamente ancor oggi. Ecco quindi la fiera Artigiani in Chiostro, un buon esempio proprio di questo senso. Tuttavia, il contesto è cambiato irrimediabilmente: la cultura che diede origine all’artigianato non esiste più. Di conseguenza, l’artigianato, un tempo fiorente, della costruzione di strumenti a Venezia è sostanzialmente scomparso per sempre.

Calle dei Stagneri è quasi vuota adesso.

È questo nesso cruciale tra artigianato, cultura e contesto che rende la proposta della Prof.ssa Donatella Calabi così avvincente, almeno a mio avviso, proprio perché riconosce esplicitamente che la cultura che ha prodotto i mestieri che ora sono in generale a rischio non esiste più, così come il fatto che il contesto in cui questi manufatti sono prodotti è ormai radicalmente cambiato; non solo a Venezia, ma in tutta Europa.

Calabi ha studiato i mercati dei centri storici di tutta Europa con l’obiettivo di comprendere le evoluzioni che si trovano a dover subire per sopravvivere. La loro funzione è cambiata, il loro ruolo nella città non è più quello di una volta, e la popolazione che li frequenta non è necessariamente – se non del tutto – lì per soddisfare le esigenze domestiche quotidiane. Adesso hanno motivazioni diverse. Questi mercati non sono più il centro della loro comunità: sono diventati delle nicchie e come tali sono stati costretti a modificare di conseguenza le loro configurazioni e offerte.

Lungo queste coordinate, Donatella Calabi e l’associazione da lei diretta, Progetto Rialto, propongono che anche il Mercato di Rialto sia riproposto e riconfigurato, auspicabilmente con l’aggiunta di spazi nell’area rimasti vuoti e inutilizzati da decenni. Invece di vendere solo prodotti freschi, il mercato può offrire cibi pronti, lezioni di cucina, “esperienze” gastronomiche per i visitatori. Gli spazi inutilizzati sono perfetti per mostre di artigianato, corsi e gruppi, nonché mostre temporanee e permanenti.

In realtà questa proposta non è poi così lontana da “come era”. Ai tempi dei liutai appena citati, gli artigiani concentravano principalmente le loro attività – e anche gli spazi abitativi – intorno a Rialto. Perché non farlo di nuovo?

Rialto Mercato

La validità di un simile approccio è confermata da diversi casi di successo nei mercati storici in Europa, ma per restare in una realtà che mi è molto più familiare, tornerò per un momento alla Carolina del Nord, in un contesto di mercato in cui è difficile muoversi (andare in macchina verso i piccoli centri nelle montagne del Nord Carolina significa procedere lentamente, è un’impresa frustrante e pure con qualche rischio), c’è una popolazione in cambiamento e una cultura in declino che hanno portato all’attuazione di ciò che va sostenendo da tempo Donatella Calabi: il Centro d’arte popolare della Carolina del Nord. Situato nel mezzo della famosissima Blue Ridge Parkway presso il Visitors’ Center, il Folk Art Center è un punto di attrazione per gli acquirenti di artigianato ormai da oltre quattro decenni. Il sito web ci racconta le attività offerte:

  • Goditi una serie di eventi educativi che si tengono tutto l’anno
  • Osserva le dimostrazioni artigianali, tutti i giorni, da marzo a dicembre
  • Dai un’occhiata alla Eastern National Bookstore per i souvenir di Parkway
  • Acquista tesori unici realizzati a mano dagli artigiani degli Appalachi meridionali

Gli artigiani hanno anche una propria associazione per promuovere collettivamente il loro lavoro: www.southernhighlandguild.org

La NC Folk Art Center, Asheville, NC (foto dal sito web)

A mio avviso tutto questo non è molto diverso da quanto propongono Calabi e Progetto Rialto. La cultura e il contesto che hanno dato origine a questi mestieri possono anche essere cambiati, possono essersi evoluti o addirittura essere scomparsi, ma ciò non significa che i mestieri stessi debbano morire. Anzi, ciò significa che il lavoro di produzione, conservazione e perpetuazione di questi mestieri deve essere svolto in modi nuovi che, se visti vicino, forse non sono poi così nuovi. Un evento come Artigiani in Chiostro mostra con evidenza come “l’artigianato” a Venezia sia ancora molto vivo ed esista una comunità autentica in grado di offrire la cultura e il contesto per l’artigianato. Il Folk Art Center in Carolina del Nord è una dimostrazione di come la capacità di rimettere insieme quella comunità in modi nuovi, rivolgendosi a un pubblico nuovo e forse con scopi diversi rispetto al passato, possa essere di notevole efficacia per mantenere vivi questi mestieri e un contesto per tramandarli alle generazioni a venire.

E allora perché non qui, a Venezia, a Rialto?

Traduzione di Guido Moltedo

Artigianato, cultura e contesto ultima modifica: 2024-04-18T05:04:29+02:00 da PAUL ROSENBERG
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