Tieniti stretto il tuo Day Job: una vita in musica di un workingman

La musica non deve necessariamente avere successo commerciale per essere considerata di valore o significativa – o di altissima qualità. Il solo fatto di essere in grado di fare musica, e farla bene, con cuore e passione, nella misura in cui è desiderabile e/o praticabile, è un successo sufficiente per molti
PAUL ROSENBERG
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La canzone “Day Job” era una delle meno popolari dei Grateful Dead, almeno tra i fan che io conoscevo. Eppure, nel breve periodo in cui mi capitava di vederli spesso – erano gli anni Ottanta – la band non smetteva di eseguirla nei bis in molti dei loro concerti. “Tieniti stretto il tuo Day Job [il lavoro quotidiano che ti dà da vivere], non darlo via. Tieniti stretto il tuo lavoro diurno, finché il lavoro notturno non ti ripagherà” (Keep your day job, don’t give it away. Keep your day job until your night job pays) recita il ritornello – un messaggio non proprio incoraggiante per un aspirante musicista. Inutile dire che, dopo decenni trascorsi viaggiando quasi ininterrottamente, tour necessari per mantenere la band e il considerevole numero di persone al seguito che lavoravano per loro più o meno a tempo pieno, i Grateful Dead sapevano bene di cosa stessero parlando.

O, per dirla con Ringo Starr, “Se vuoi suonare il blues, devi mantenerti e sai che non sarà facile” (If you want play the blues, then you have to pay your dues and you know it don’t come easy).

Suonando con Joe Woodson e Bill Hicks, 2015

Devo dire che sono stato tra coloro che sognavano di fare musica a livello professionale, ma, a essere sincero, ho saputo fin da subito che il sogno non si sarebbe avverato. La mia consapevolezza proveniva da come vedevo il futuro dell’industria musicale, che non sembrava molto promettente, unita al fatto che in quel periodo stavo mettendo su famiglia, dovevo comprare casa e mettere radici. Quando arrivarono i bambini, be’, il Day Job divenne importantissimo. Ci sono musicisti che possono portarsi con sé la famiglia nei tour o accettare l’idea di separarsene per lunghi periodi. Non era il mio caso.

Dovevo, però, soprattutto ammettere che semplicemente non faceva per me. Vedevo la routine estenuante in cui si trovavano i miei amici del mondo classico dell’Oberlin Conservatory. Per un breve periodo, però, andavo in giro con un gruppetto di giovani del New Jersey che avevano una band. Il mio amico era il tecnico del suono. Si spostavano su e giù per la costa orientale degli Stati Uniti, da una città universitaria all’altra, dormendo in viaggio, sopra l’attrezzatura del furgone guidato da uno di loro. Suonavano alle feste di confraternite e in piccoli club. Si facevano di droga, tanta. Mi divertii un sacco, a viaggiare con loro, per uno o due spettacoli, soprattutto con il mio amico al soundboard, ma mi resi subito conto che non era quello il tipo di vita che desideravo, famiglia a parte.

E poi c’è la questione dell’ego, che mi mancava nella quantità sufficiente. Non avevo la stoffa per essere un artista a tempo pieno, tanto meno una “star”. Richiede una forza di volontà e un grado di fiducia interiore che semplicemente a me mancava, e alla fine ho dovuto riconoscerlo e accettarlo.

Con Too Much Fun al Carrboro Music Festival, 2011

Tutto questo, però, non mi ha impedito di intraprendere una carriera musicale, anzi. Per dirla con David Byrne, “c’è un milione di modi per fare le cose – c’è un milione di modi per far funzionare le cose” (There’s a million ways to get things done. There’s a million ways to make things work out). La musica rimaneva comunque importantissima per me. Nel corso degli anni mi sono esibito in molti locali in tutta la Carolina del Nord, il mio stato, da solo o in band che ho formato io e di cui sono stato leader, così come chitarrista/bassista/cantante di supporto in diverse altre band. Eppure, in fin dei conti, sembrava che mi piacessero più le prove che le esibizioni, ed era un piacere assoluto lavorare in studio.

Quello che volevo veramente fare era fare dischi.

Mi sono tuffato con entusiasmo nella conoscenza di ogni aspetto della produzione musicale, in particolare della strumentazione. Era una malattia che mi ha preso fin da giovanissimo: la prima volta che ho visto un vero impianto stereo non avevo neppure dieci anni. Dovevo assolutamente averne uno. In seguito, quando ero all’Oberlin College (dove avevo un impianto stereo abbastanza grande), con il mio amico prenotavamo lo studio di musica elettronica per le ore notturne. Si trattava di una stanza inzeppata di vecchi sintetizzatori analogici e nuovi digitali – ma soprattutto, aveva il primo registratore multipista che avessi mai visto e su cui ho registrato.

Mi sono subito appassionato. Da quel momento in poi realizzare album è diventata per me quasi un’ossessione, che ho perseguito cocciutamente nei decenni successivi.

Nel corso degli anni ho costruito uno studio in casa dove ho registrato diversi album con il mio amico Joe Woodson. Man mano che gli album che realizzavamo si facevano più complessi e le esigenze di registrazione diventavano più sofisticate, abbiamo noleggiato studi professionali per la registrazione, per poi fare tutto il mixaggio e il mastering finale nello studio di casa. Ho fatto lo stesso per un gruppo rock locale, Too Much Fun, di cui ero il bassista.

Nel frattempo – allora i miei figli erano ancora piccoli – m’immergevo con grande interesse nella musica per bambini dopo aver ascoltato l’album Raffi In Concert. Raffi, che aveva iniziato a fare dischi con Daniel Lanois (che, poi tra tanti altri, è stato il producer di So di Peter Gabriel e degli U2), mi ha fatto capire come i bambini possano ascoltare e apprezzare ogni genere di musica, anche quella molto sofisticata. Sono anche in debito con il film Blue’s Big Musical e la sua fantastica colonna sonora della Ray Charles Orchestra, di Ray Charles stesso e The Persuasions che accompagnano Steve Burns (un musicista esperto anche lui). Fosse musica per bambini, be’, lo pensavo anch’io.

Portavo i miei figli a scuola ascoltando Earth Wind and Fire, Stevie Wonder, The Beatles, ELO e molti altri. Se la musica era divertente e positiva, a loro piaceva da morire. Mi divertivo così tanto che iniziai a fare spettacoli per bambini. Fino ad arrivare alla realizzazione di un altro CD completo e, infine, la creazione di una band, The Waterlilies. Per diversi anni siamo stati il gruppo musicale per bambini preferito per gli eventi nella mia zona.

La mia è in realtà una storia semplice e non c’è molto altro. Mi sono tenuto stretto il mio Day Job, gestendo le mie attività e lavorando a tempo pieno, e nel tempo che restava facevo musica e dischi. Valeva la pena raccontare tutto questo? Penso di sì. Anche se ho avuto quella che ritengo una carriera musicale molto ricca e soddisfacente, in cui ho raggiunto molti degli obiettivi che mi ero prefissato, essa non mi ha mai portato denaro, fama o niente più che un riconoscimento a livello locale, scarso e fugace. Come mi disse una volta il mio amico Toby Logan, un altro musicista del posto che continuava ostinatamente a formare band e a realizzare album, “è quello che facciamo”. Abbiamo fatto musica e speso tempo e denaro per realizzare album perché ci va e ci piace.

Oggi più che mai la società ha trasformato la musica in una sorta di lotta gladiatoria in cui gli aspiranti combattono tra loro in American Idol, Britain’s Got Talent, Spotify, YouTube, ecc. per conquistare un pezzetto, sempre più piccolo, di un campo incredibilmente affollato. Il successo si misura in clic, like, stream, visualizzazioni.

La mia misura del successo nella musica è ed è stata molto diversa. La musica fa parte della vita di tantissime persone, e molti di noi hanno talenti medi o addirittura straordinari, a volte lavorano anche ai livelli più alti, pur mantenendo il proprio Day Job. OK, quindi non possiamo essere tutti Taylor Swift o l’artista in cima all’ultima hit parade, ma il fatto è che molti di noi in realtà non lo vogliono. La musica non deve necessariamente avere successo commerciale per essere considerata di valore o significativa – o di altissima qualità. Il solo fatto di essere in grado di fare musica, e farla bene, con il cuore e la passione, nella misura in cui è desiderabile e/o praticabile, è un successo più che sufficiente per molti, e certamente lo è stato per me.

Esibizione ad una spettacolo di beneficenza per il Museo dei bambini locale a Chapel Hill, 2014

Mi ritengo molto fortunato per essere stato attivo in un’area – e in un momento – in cui i miei sforzi erano sostenibili. La fine degli anni Novanta fu davvero un periodo di boom per gli artisti che si esibivano nei caffè-librerie che fiorivano allora. Io, ogni settimana, tenevo concerti acustici da solista in giro per il mio stato. Lungo tutto questo tragitto, ho incontrato e lavorato con persone meravigliose e sono stato coinvolto in una vasta varietà di generi di musica, dal folk, al rock, al blues, al gospel e al jazz.

Alla fine ho smesso di fare dischi e ho via via sbaraccato lo studio di casa. I miei interessi e la mia attenzione si sono rivolti a un altro cimento: imparare l’italiano per poter conoscere Venezia. Eppure è stata proprio la musica a portarmi a scoprire Venezia, per via di un incontro casuale, un giorno, alla radio, con uno dei primi concerti di Vivaldi, e oggi è la musica che mi riporta di nuovo in città, questa volta per esibirmi. Sarà per me un grande onore e privilegio esibirmi al concerto/cena di raccolta fondi Ytali al Laguna Libre il 24 aprile. Non faccio più spettacoli nella Carolina del Nord, ma sono molto emozionato e felice di poterne fare uno qui a Venezia, in un locale cittadino, con musicisti ospiti del posto e a sostegno di ytali.com, la rivista local/global di Venezia, di cui sono molto orgoglioso di far parte nel momento in cui amplia e rafforza la sua già considerevole portata internazionale.

Insomma, quello di mercoledì prossimo sarà solo un altro spettacolo a livello locale, ma rappresenterà un successo di un certo tipo, misurabile non in termini commerciali, ma profondamente personali e gratificanti. La musica resta per me centrale, così come lo è adesso Venezia, e sono profondamente grato di averle entrambe nella mia vita.

Ora, sarà meglio tornare al mio Day Job

Traduzione di Guido Moltedo

Tieniti stretto il tuo Day Job: una vita in musica di un workingman ultima modifica: 2024-04-21T07:00:20+02:00 da PAUL ROSENBERG
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