Che cosa lega due artiste, due mondi lontani

A Palazzo Vedramin Grimani, presso la Fondazione dell’Albero d’oro a Venezia, la mostra “Per non perdere il filo”, protagoniste la franco-vietnamita Karine N’guyen Van Tham e l’indiana Parul Thacker.
CAMILLA GHIGGI
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Cosa può suscitare l’incontro di due artiste, l’una franco-vietnamita e l’altra indiana? La risposta si trova all’interno di Palazzo Vedramin Grimani, presso la Fondazione dell’Albero d’oro a Venezia, dove è in corso la mostra “Per non perdere il filo”, progetto collaterale della Biennale di Venezia 2024.
La mostra si sviluppa attorno al tema del filo, che le due artiste Karine N’guyen Van Tham e Parul Thacker adottano come metafora della scrittura, come intreccio di due mondi lontani, che trovano in messaggi universali e profondi il loro raccordo.

Il filo non solo, come affermato da Vito Mancuso nel catalogo, come “funzionario del Logos” principio costitutivo del mondo per Eraclito, gli Stoici, Marco Aurelio e altri protagonisti della cultura, ma anche, più in generale, come Archè.

“In principio era il logos”, si legge nel Vangelo di Giovanni, termine greco che può significare “parola”, “discorso” o “ragione”, per Eraclito ciò che da un senso al costante alternarsi dei contrari, ciò che ci permette di interpretare con linearità le singole sfaccettature del mondo sensibile che recano in se stesse il loro opposto.
Così sembra essere anche per Karine N’guyen Van Tham che afferma

Il mio processo di creazione richiede tempo. Si dilata e mi fa dimenticare le ore e i giorni. Ho bisogno di sentirlo scorrere fra le mani e in questa lunga meditazione incontro l’opera in ogni sua fase, le do vita mentre imparo a conoscerla.

E così sembra alludere a come un processo di creazione non possa che essere accompagnato da un secondo di conoscenza, di ragione, di discorso, di logos.

In primo piano: Larmes de guerre (2021-2022) installata a pavimento, adagiata sulla pedana centrale ricoperta di elementi vegetali e di terra; sul fondo: Le Passeur d’âmes (2019) posta davanti al Canale.

La presenza di un principio generatore, è evidente anche nel progetto di Parul Thacker, protagonista dell’ampio androne al pianoterra, che si articola in 22 teli di organza di seta ricamati a mano che si sovrappongono visivamente, in cui l’elemento presente in un telo si trasforma per diventare altro su quello successivo, quasi come un’ombra, che ne è, però, l’evoluzione.
In questa successione di teli intessuti con maestria accuratissima, possiamo riconoscere un principio di ordine numerico, che si avvicina alla sequenza di Fibunacci, cosa che non stupisce, considerando la passione di Parul per le scienze esatte, in particolare la matematica e la fisica quantistica, che ispirano le sue creazioni.

Il principio è qui numero, e pare scontato pensare a Pitagora, ma andando avanti con le riflessioni sulle opere si può facilmente intendere come il principio, il filo, o fil rouge, della mostra non abbia un riferimento specifico, ma possa essere metaforicamente interpretato come, in generale, l’archè dei filosofi presocratici.

Importante per Parul è, infatti, il legame con la natura e i suoi elementi, cosa che sembra far pensare ad altri filosi antichi come Talete o Anassimene.
L’opera nell’androne è accompagnata da una colonna sonora che riproduce i ghiacci dell’Artico mentre si sciolgono, e l’audio si fonde con il rumore del canal grande, che scorre di fronte a palazzo Vedramin Grimani, il tutto armonizzato dal suono del rudra veena, antico strumento tradizionale indiano.
L’accompagnamento esplicita le difficoltà causate dai cambiamenti climatici che attraversano il mondo, che accomunano Venezia e l’Artico, due luoghi così lontani, segnati da un destino comune.

Installazione The Book of the Time-Travellers of the Worlds: the One by Whom all Live, Who Lives by None (2023-2024) di Parul Thacker.

L’attenzione per la natura è presente anche nelle dieci opere multimateriche nel portego, della serie Portals di Parul.
In esse vengono utilizzati anche elementi naturali, come le pigne, sfruttate anche da Karine in Bravoure e L’homme et le désert, opere che evocano elmi di guerrieri antichi.
Inoltre vi è anche una grande attenzione per la lana utilizzata per i filati, che deve provenire da animali che vivono in un ambiente di serenità e rispetto, privi di sfruttamento.

È importante segnalare anche l’attenzione impiegata nell’allestimento che permette di aiutare e facilitare la fruizione senza intaccare il significato e l’unicità delle opere.
Le sale sono messe in comunicazione da un gioco di specchi, che riflettono le creazioni da una stanza all’altra e ne permettono la comunicazione.
La luce, al piano terra, attraversa i teli di Parul, che si susseguono perpendicolari al canale dalla porta che da sulla terra a quella che si affaccia sull’acqua, come una fonte di energia.

È infine necessario porre un accento sull’opera di Karim Le Passeur d’âmes, il traghettatore di anime, la cui collocazione davanti al Canale strizza l’occhio alla figura dantesca di Caronte, a dimostrazione di come la curatrice abbia saputo approfittare del substrato culturale occidentale che ben conosce Dante Alighieri e la sua Commedia, in funzione dell’interpretazione dell’opera, facilitandone la comprensione.

Opera che richiama i caschi degli antichi guerrieri di Karine N’guyen Van Tham. Posta su una consolle settecentesca, sormontata da una specchiera veneziana, rappresenta un punto cardine per l’allestimento.

Al di là delle peculiarità legate a ciascuna opera, la mostra in toto si inserisce perfettamente nel tema della Biennale in corso, Stranieri ovunque, nonché nell’obiettivo della fondazione dell’albero d’oro di promuovere e produrre esposizioni che ospitino artisti di tutto il mondo.

Il modo in cui culture e influenze diverse si compenetrano nella mostra è racchiuso nell’ultima opera collettiva ideata da Karim, in cui i visitatori sono invitati ad annodare fili di fibre e colori diversi, andando a creare un’unica matassa che lancia un messaggio di speranza e di apertura verso l’altro, così importante viste le disgrazie di cui siamo spettatori ormai da mesi.

Il filo, nella mostra, oltre ad essere principio, è una guida, che, come quello mitologico offerto in dono da Arianna a Teseo, ci permette di uscire da un labirinto di distrazioni e ci accompagna verso l’apprendimento di valori universali, che trascendono il particolare e coinvolgono tutti noi in quanto esseri umani.

Che cosa lega due artiste, due mondi lontani ultima modifica: 2024-04-23T14:11:42+02:00 da CAMILLA GHIGGI
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