Un’altra stella nel cielo nerazzurro

L’Inter blinda il ventesimo titolo con la vittoria sui rivali rossoneri nel centottantesimo derby della Madonnina.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Ormai lo sapevamo da tempo, eppure ci ha fatto ugualmente piacere. Ci ha fatto piacere vedere l’Inter che festeggia sul prato di San Siro, dopo essere diventata campione d’Italia battendo il Milan in un derby che non sarà certo ricordato come il più bello o il più intenso di sempre ma passerà comunque alla storia, in quanto segna un’epoca. C’è stata, infatti, la stagione berlusconiana, quando il Milan era pressoché imbattibile e ora c’è questa fase, in cui il Milan ogni tanto vince qualcosa, scudetto compreso, ma è l’Inter la prima squadra di Milano. Diciamo che è l’unica grande a non essere stata lambita da Calciopoli (onore e gloria a Moratti per questo merito) e da allora, pur avendo trascorso un decennio ad assistere ai trionfi bianconeri, ha saputo lavorare al meglio. Diciamo anche che, fra le tante società di proprietà straniera, ci pare una delle più solide e delle meglio gestite, potendo oltretutto avvalersi della competenza di Beppe Marotta e della passione autentica di Javier Zanetti, ossia delle intuizioni di uno dei migliori dirigenti del calcio italiano e dell’interismo senza fine di un capitano che nessuno si è permesso di trattare come sull’altra sponda dei Navigli è stato trattato Paolo Maldini. Diciamo, infine, che ha giocatori di livello internazionale e che, a breve, si rafforzerà ulteriormente, al punto che è l’unico club italiano che dà l’impressione di poter sfidare quasi alla pari le corazzate del Vecchio Continente, contro le quali le altre compagini sembrano non avere alcuna possibilità. 

Ciò che ha stupito dell’Inter di quest’anno, però, è stato soprattutto Inzaghino. Conoscevamo già le sue doti di trascinatore, ma appariva più come un tecnico da grande classica di un giorno, per usare un termine ciclistico, che da corsa a tappe. Il campionato, finora, non sembrava adatto alle sue caratteristiche; molto meglio le finali secche, per cui, fin dai tempi in cui allenava la Lazio, il nostro ha una predilezione. Adesso, invece, dà l’idea di essere un allenatore completo, in grado di vincere e gestire tutto al meglio: partite, risultati e spogliatoio. Non solo: l’Inter gli è entrata nel sangue, e si vede. A Milano ha trovato la sua dimensione ideale e, per quanto i paragoni con Herrera e Mourinho possano risultare eccessivi, non è, al contrario, un errore accostarlo a Giovanni Trapattoni. Concreto ed efficace come il Trap, difatti, il giovane Inzaghi, che da calciatore viveva all’ombra del fratello Filippo mentre da allenatore ha ribaltato la gerarchia familiare, è ormai un uomo maturo e pronto ad affrontare ogni tempesta. Si porta dietro gli insegnamenti di tutti coloro che ne hanno forgiato il carattere e la tecnica. In più, possiede di suo un’etica protestante, una cultura del lavoro senza pari e un’abilità incredibile nell’entrare in sintonia con i giocatori. Non è un conducator alla Mou, non chiederebbe mai a Eto’o di trasformarsi in terzino, non si presenterà mai in conferenza stampa parlando di “zero tituli” né rivolgerà a chicchessia il gesto delle manette; a modo suo, tuttavia, è un timoniere destinato a fare strada. Colui al quale assomiglia maggiormente, a nostro giudizio, è Carletto Ancelotti, con cui condivide le origini emiliane, l’accento e la passione per la vita. Proprio come il “leader calmo”, Inzaghino non si scompone, non eccede, non mette ansia ai suoi ragazzi e, soprattutto, sa aspettare. Il temperamento è più sanguigno, probabilmente anche per motivi generazionali. Ci sono in lui un tocco di guardiolismo, un discreto compiacimento nello stare sotto i riflettori e un trasporto emotivo che lo rendono partecipe e, a tratti, protagonista dell’incontro, ma senza mai esagerare.

Con la vittoria di ieri sera – tirata, sofferta e, per questo, ancora più goduriosa – l’Inter aggiunge una stella al suo simbolo, entrando a far parte del ristretto club delle squadre che hanno vinto almeno venti scudetti, con notevoli guadagni anche in termini economici e d’immagine. Ma soprattutto, contraddicendo in parte il suo inno che ne esalta la pazzia, dimostra di essere diventata assai meno folle e più quadrata di un tempo. Sa come si vince e vuole continuare a farlo, sa di poter aprire un ciclo e non ha alcuna intenzione di fermarsi. 

Sono lontani gli anni in cui il nostro era “il campionato più bello del mondo”, ma la banda Inzaghi ci ricorda che si può trionfare anche senza fenomeni, con la forza del collettivo e una buona dose di organizzazione e affiatamento. Non a caso, il bistrattato calcio italiano, nella prossima edizione della Champions League, avrà la bellezza di cinque formazioni, contro le quattro di inglesi e spagnoli. Poi magari vinceranno loro, ma attenzione: quest’Inter a Monaco (sede della finale dell’anno prossimo) potrebbe pure arrivarci.

Un’altra stella nel cielo nerazzurro ultima modifica: 2024-04-23T13:57:00+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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