Attento con quel rasoio

PAOLO PUPPA
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Coi capelli di un uomo si possono fare molte cose. Anche fatture. Il pensiero selvaggio per millenni ne era convinto. Basta rileggersi antropologi come Marcel Mauss, allorché si occupano della magia. Tagliarli comporta in effetti assicurarsi una parte del corpo dell’altro, anzi dell’anima. La rasatura spesso implica rituali di passaggio, iniziazioni e svolte della propria vita, quasi una monacazione specie in area orientale. Il che avviene anche nelle costrizioni disciplinari, in certe carceri, o peggio, al limite, nella tragedia della Shoah. Una volta arrivati ai Lager, la foresta di peli accumulata a terra, terminata una violenta e frettolosa tonsura collettiva, indicava l’imminente cancellazione dell’individuo, divenuto un numero, privato della sua carta di identità, del portafoglio, delle foto dei familiari, degli ultimi oggetti che costituivano la proprietà del suo Io. 

Di un grande prestigio sociale godevano nei tempi lontani i barbieri stessi. I rasoi, nell’ Egitto di 3500 anni fa, erano ricavati da pietre aguzze. Con simili strumenti rudimentali venivano rasi al completo i sacerdoti del Tempio, purificandosi. Nella Grecia antica l’acconciatura maschile implicava capelli ondulati, trattati con sentori di fiori e olio d’oliva. I negozi vi svolgevano il ruolo di club, per conversare di filosofia e di politica, una sorta di agorà. Le donne ricevevano il servizio a domicilio. Secondo leggenda, nel IV° secolo a.C., i soldati di Alessandro Magno dovevano alle loro lunghe barbe il fatto di essere afferrati dai Persiani e fatti cascare dai cavalli, perdendo così la battaglia. Da qui, la rasatura obbligatoria e rilancio del lavoro dei barbieri. A introdurre l’uso vincente della rasatura nella Roma antica pare sia stato Scipione l’Africano. I rasoi, novaculae, in bronzo, e la relativa depilazione con cera d’api e pinzette. I romani trascorrevano ore e ore nelle barbierie per curarsi bene i capelli, ma anche per estrazioni dentali. In compenso, nelle case patrizie, i barbieri figuravano tra la servitù. Per le signore, i parrucchieri personali abbassati a livello di schiavi.

La vetrina del salone di Nicola

I popoli che invasero l’Impero romano, i Visigoti e i Franchi ad esempio, usavano barbe e capelli lunghi. Nel Medioevo si è verificata una controversa osmosi tra i barbieri e i medici, spesso confusi tra loro nella loro origine. Non appena la Chiesa coi Concili a partire dal 1123 vieta ai sacerdoti interventi medici, praticati a lungo in precedenza, le operazioni chirurgiche, tra cui salassi e estrazione dei denti, divengono appannaggio appunto dei barbieri. Nel 1450, in Inghilterra, con decisione del Parlamento, le loro mansioni vengono limitate ai salassi, alle estrazioni dentarie e alla cura dei capelli. Anche se un editto emanato da Enrico VIII d’Inghilterra consente loro di ricevere una volta all’anno corpi per dissezioni e studi anatomici. Fino al 1745 le corporazioni di chirurghi lavorano assieme a quelle dei barbieri. Da quell’anno, con decisione del re Giorgio II, le due gilde vengono separate. Lo stesso avviene in Francia. Eppure, ancora qualche decennio fa, anche in Italia nei piccoli centri dove i medici non erano a portata di mano, il barbiere praticava salassi e toglieva denti.

Oggi, tenerli lunghi o corti, i capelli, non dipende solo dalle mode. Qualche decennio fa ho visto a Parigi una mostra che li aveva protagonisti. E lo scorso anno di nuovo Des cheveux et des poils, un’esposizione al Musée des Arts décoratifs, insegna che ci sono state epoche in cui lasciarli crescere oltre le spalle esprimeva virilità, altre viceversa effeminatezza. Come i tatuaggi, queste scelte parlano una loro lingua cifrata. E gli studi mirabili di Roland Barthes sul sistema della moda, sull’universo dei codici, possono aiutare a inquadrare il tema. Guardo il più grande dei miei nipoti, Enrico. Sta per finire il liceo a Udine, e il prossimo anno andrà a Milano a fare ingegneria, con genitori entrambi magistrati e io letterato teatrante. Ma mio nonno materno era ingegnere. Una quota di Dna, forse. Ebbene, il ragazzo si tiene parte della chioma sul davanti della fronte a forma di nido di rondine. Come Sinner, il tennista più amato dagli italiani. Mia moglie gli ha regalato l’auto, sperando in cuor suo che si togliesse quell’impiastro che a suo parere lo imbruttisce. È stato per lei l’ultima esperienza di una maternità palpitante, in quanto mia figlia ce lo lasciava negli inizi duri della sua carriera di giudice, e lei se lo portava in un’altra stanza a cullarlo di notte perché non mi disturbasse. Ricorda e rimpiange ancora quella intimità. E la sua acconciatura balorda la offende. Ma per lui funziona da bandiera di riconoscimento. Siamo proprio vecchi e superflui se non comprendiamo questi segni nelle nuove generazioni.

Al contrario, gli attori tendono a farsi riconoscere dalla singolarità delle soluzioni in testa, come il novello Fregoli Arturo Brachetti, arrivato dopo metamorfosi estrose all’unicità di un ricciolo in erezione sulla fronte. O Anna Mazzamauro, la signorina Silvani invano concupita da Fantozzi, il capo coperto da una crespa e sfrangiata criniera color carota, per armonizzare o celare una fisiognomia non regolare. E ancora la chioma esorbitante di Angelo Branduardi. Così pure le grandi parrucche delle drag queen, tutte tese a enfatizzare l’idea di una femminilità prorompente, come i finti petti ubertosi, perfetti pendant delle teste pelate, a volte terapie preventive contro calvizie incipienti e come contrassegno di virilità. Prototipo, in tal senso, l’icona del Duce, ripresa con sarcasmo aggressivo da Gadda nel suo Eros e Priapo scritto tra il 1941 e il 1945 ma pubblicato in versione censurata solo nel 1967. Una sinfonia orchestrale rispetto alla sonata del tanto chiacchierato in questi giorni M. Il figlio del secolo, colla serie che ne segue, di Antonio Scurati, pur coraggioso e utile, da proporre come lettura obbligatoria nelle scuole, al posto dei Promessi sposi. Oppure si pensi al codino, cineseria da anni sessanta/settanta nella California degli hippies, dove però si alternava alla bandana indianeggiante (quella estinta dai bianchi, alla nascita degli States) e poi dilagante tra i coevi giovani europei. 

Ingresso del negozio di Nicola

Quanto alle parrucche, nel secolo barocco e poi coi Lumi, esse dilagavano incipriate e civettuole, per ambo i sessi, i maschi grigio-bianco, le donne tutti i colori, coi barbieri incaricati di produrle e di garantirne la manutenzione. Erano fatte di capelli umani o, al risparmio, di fibre di cotone o di peli di animali, in fabbriche di fatto importanti industrie. Circolazione bruscamente interrotta dalla Rivoluzione francese, nel rifiuto del vecchio regime, coll’eccezione dei tribunali e dei parlamenti, dove saranno presenti per molto tempo ancora.

Torno un attimo sulla calvizie. Di solito, man mano che crescono gli anni si riducono i capelli. Ogni giorno, pare, perdiamo dai cinquanta ai cento capelli. E coll’autunno e inverno la quota aumenta. Il fenomeno, soprattutto su fronte e tempie, più naturale che patologico, si chiama con termine tecnico alopecia androgenetica, e colpisce in età adulta un’ampia percentuale di popolazione, più uomini che donne. Per queste ultime, ecco comunque i saloni di bellezza (vero salotto socializzante, arredato e illuminato all’ultima moda), balsamo terapeutico e autentico relax. Ma negli ultimi tempi, a conferma del travaso intergender dei costumi, anche i maschietti si rivolgono a questi centri. Del resto, prendere un appuntamento può rialzare il morale. Alla ricerca non solo di un lavaggio (a volte basta questo), di un taglio, di una piega, di un determinato colore. Quel che si vuole ottenere, è un’immagine appagante di sé, gustata allo specchio nel segno di auto-accettazione, inseguendo immagini di altri, o rialzo dell’auto-stima. E alcuni parrucchieri d’altra parte son divenuti di recente star mediatiche con hair o fashion style dove trionfa il kitch. Di tali empori di lusso, Venezia rispetto a Milano o Roma ne conta meno. Certo, mi vengono in mente Carol e Umberto. Quest’ultimo, come recita il promo che lo riguarda, ora annette al proprio nome quello della figlia Monika. Il negozio, ultima moda, è situato al primo piano di un palazzetto del Quattrocento, a San Salvador, specializzato pure in nail art e make up professionale, e dotato altresì di un solarium. Umberto Corrà vi lavora da oltre mezzo secolo, proveniente da Malcesine sul Garda, dove ha esordito come garzone a soli dieci anni, nel dopoguerra. Dal 1949, a San Marco, attivo il Salone Carol’s, totalmente climatizzato, che assicura nelle grida della propria lussuosa réclame di prendersi cura del look e del benessere del cliente, oltre a proporsi nei servizi sposa completi, manicure, pedicure, ricostruzione unghie con gel, epilazione a caldo ed a freddo o definitiva, trucco, pulizia viso profonda e anti-age. 

Nel film Eastern Promises di Cronenberg, da noi tradotto con La promessa dell’assassino, del 2007, in una delle prime sequenze ad anticipare i contenuti violenti della storia, a un cliente seduto dal barbiere viene all’improvviso, in mezzo a banali conversazioni, tagliata la gola, gesto agevolato dal rasoio, esecuzione legata agli scontri tra mafie russe e criminalità cecene. Nello stesso anno, esce la variante musical di moltiplicata efferatezza col diabolico Sweeny Todd, diretto da Tim Burton, impersonato da un angelicante Johnny Depp. 

Quando ti siedi davanti allo specchio del barbiere, e ti senti avvolgere il collo da un asciugamano azzurro profumato, mentre gentilmente ti vengono sfilati gli occhiali, ti confronti con chi metteva il capo sul ceppo di legno, nel boato ostile e selvaggio di una folla urlante, in attesa che cali la mannaia della ghigliottina, e tu possa per un attimo infinito osservare il mondo da sotto in su, prima del buio e del silenzio. Non mancano in letteratura momenti esilaranti, con registri grotteschi, di conflitti tra tonsori e clientela, meno esiziali ma non privi di tensione, come nel racconto di Mark Twain del 1871 About barbers dove l’io narrante capita sotto il peggior garzone di bottega possibile o in quello cechoviano Dal barbiere del 1883 in cui si esce dalla bottega colla testa rasata a metà per dispetto da parte del giovane coiffeur. Per non citare quello simpaticamente truffaldino ne Il Barbiere di Siviglia di Beaumarchais del 1775, che trasuda irriverenza verso la nobiltà, presago di re ghigliottinati nel volgere di pochi anni e prima di essere immortalato dalla musica di Rossini nel 1815. O ancora la versione losca e ruffiana ne La morte a Venezia manniana del 1912, che tinge i capelli a Gustav von Aschenbach e lo dichiara pronto a innamorarsi. La serie potrebbe chiudersi col povero Gian Giacomo Mora, accusato e giustiziato alla ruota in quanto sospettato di essere uno dei due untori responsabili del contagio della peste milanese nel 1630. Di costui Manzoni a fianco dei suoi, già citati, Promessi sposi inscena una sofferta difesa postuma ne La storia della colonna infame del 1840.

Ora, in Italia sono presenti circa centomila attività di barbiere e parrucchiere, circa il cinquanta per cento delle realtà imprenditoriali nei servizi per la persona. Significativa è anche la loro densità: in media, un salone ogni circa 590 abitanti. Nel settore avanza minacciosa l’offerta cinese. Qui, una piega con shampoo (viene in mente la canzone di Gaber) si paga dieci euro, taglio e piega low cost variano da 12 a 18, perché i cinesi, per far risparmiare i clienti, distinguono nei prezzi chi esibisce una folta criniera da chi no. Volendo, si possono portare i propri prodotti. Per adesso, la cineseria sta occupando Mestre, con crescente successo. In Corso del Popolo, si va affermando Asia Studio, parrucchiere uomo, donna e bambino, fuori dalla zona ormai tutta occupata di via Piave, dove spopola comunque Sole rosso, orario continuato dal lunedì al sabato, dalle 9 fino alle 20. Il risparmio si vede anche nelle mèches altrove costosissime e che invece, abbinate ai colpi di sole, si pagano dai venti ai cinquanta euro. I prodotti sono italiani. All’angolo tra via Cavallotti e via Felisati, opera un parrucchiere per metà bengalese e per metà pachistano. All’interno lavora anche una ragazza cinese, la quale spiega di saper fare tutti i tagli e appena entrati assicura che i prezzi esposti non vengono ritoccati. In via Trento, ha invece aperto Buonumore, centro estetico cinese, dove un massaggio di 45 minuti costa solo trenta euro. 

Secondo recenti dati statistici, la distribuzione geografica del comparto risulta consistente nelle regioni settentrionali della penisola, esattamente il 46,4 per cento del totale, per il 27,2 per cento nel Nord-Ovest, per il 19,2 per cento nel Nord-Est, per il 24 per cento nel Sud Italia, per il 19,9 per cento al Centro e per il restante 9,7 per cento nelle Isole. La Lombardia è la regione con la più alta densità di saloni con il 16,1 per cento del totale, di cui il cinque per cento in provincia di Milano, mentre il Veneto ne assomma 8,3 per cento. Si tratta di piccoli e medi imprenditori, per la maggior parte con due dipendenti. L’ottanta per cento degli italiani va almeno una volta dal parrucchiere.

Da giovane, un giorno sono entrato da quello che credevo e che ho chiamato incautamente barbiere. Il negozio era fuori dalla mia zona. Ma ci passavo e ho provato egualmente perché ne avevo bisogno. Mi ha cacciato fuori dal suo locale, in quanto acconciatore con tanto di premi, diplomi e onorificenze ostentate alle pareti. “Lei che mestiere fa?”, mi ha interrogato furibondo. Saputo che ero un insegnante, ha soggiunto fulminandomi: “Se la chiamassi studente, come si sentirebbe?”. Poco prima del Covid che ha comportato una profonda crisi nel settore, andavo da un barbiere vicino alla vecchia casa di mio padre al Piazzale Roma. Ho smesso, in quanto il lavandino in cui appoggiavo la testa per il lavaggio preliminare aveva spesso sul fondo capelli del cliente che mi aveva preceduto. Mio figlio medico mi incalzava assicurandomi che nei capelli è annidata grande virtualità di contagio delle peggiori malattie, compresi tutti i virus possibili. Così, l’ho lasciato per spingermi sino al Campiello dei Squelini, all’angolo verso la calletta che porta al Campo San Barnaba, oggi occupato da un negozio di vetri. Qui, imperava col suo vocione di teatrante mancato Ennio mestrino, il rasoio lisciato a lungo in una vecchia bretella, il quale andava a casa per una indispensabile pausa di mezzogiorno a farsi la pennichella e poi tornava al pomeriggio. Ogni tanto gli chiedevo il senso di quel doppio viaggio per solo una mezz’ora di sonno. Ennio ad un certo punto se n’è andato alle Canarie, per usufruire della sua pensione intera, e allora ho scoperto Nicolino e il suo babbo. 

Coppe vinte da Nicola

Cambiare abitudini per gli anziani sembra sempre un’avventura sgradevole. A volte però ne vale davvero la pena. Il loro minuscolo negozietto sta a sinistra, venendo dal Ponte dell’Accademia, nell’arioso Rio Terrà Foscarini, che porta diritto alle Zattere. Intanto, la ditta si comporta con un’assoluta onestà commerciale, dal momento che ti rilasciano sempre la ricevuta fiscale. All’interno, sufficienti due poltroncine, con tutto l’occorrente al suo posto, spazzole, forbici e rasoi, e grandi specchi che raddoppiano abilmente il piccolo spazio. Nicola Fabris è nato nel 1977. Ha un fratello, Andrea, di tre anni maggiore, pure lui barbiere alla Fava, nei pressi di Rialto. Al suo fianco, il babbo Gianfranco, del 1943, ultimo di tredici figli, col genitore “arsenalotto”. Gianfranco mi spiega paziente che è divenuto maestro di taglio grazie a corsi costosi, anche un milione di vecchie lire, della durata di cinque anni. Si frequentava per nove mesi il lunedì, e si superava l’esame davanti a giudici severi, con prove a base di tagli classici, alla moda, e di gusto personale. Per inciso, nel Novecento, dagli States, è iniziata la richiesta di livelli professionali, con relativa licenza e adeguata formazione. Lui non ha fatto altro che istruire i suoi due figli al proprio mestiere, avendo iniziato come garzone a tredici anni a Castello, salvo poi nel ’60 venire come lavorante in questo stesso negozio dove mi trovo oggi, rilevato dal precedente titolare Luigi Vio nel 1965.

Dal 2001, anno della pensione, si distribuisce tra i due figli allievi, aiutandoli ora in Accademia ora a Rialto. Nicola, come il fratello, ha fatto le scuole medie (il padre si è fermato alle elementari) e superato la medesima trafila. In più, ha vinto coppe prestigiose, come all’Ariston di Sanremo, davanti ad una cinquantina di agguerriti concorrenti, me lo racconta il padre con orgoglio, mentre il figlio minimizza ironico. Aldo Trevisanello, il grande corniciaio, mi racconta come Luigi Vio fosse chiamato Hollywood per la sua mania dei filmini in otto millimetri. Ne aveva prodotto uno, intitolato Il lunedì del barbiere, a indagare cosa fa quest’ultimo nel giorno di sosta. Perché, come si sa, di lunedì, oltre che alla domenica, i barbieri chiudono, tranne gli spavaldi cinesi. Secondo alcuni, la pausa sarebbe connessa a un truce episodio di femminicidio, una prostituta ammazzata a Firenze nel 1742, a due passi dal Giardino di Boboli. E il colpevole scoperto era proprio un giovane barbiere della zona, condannato a morte. La sua impiccagione avviene di lunedì, e i suoi colleghi, per assistere alla sua morte, chiudono allora la bottega, con conseguente sospensione in quel giorno. Secondo altri, fino a pochi decenni fa i barbieri e parrucchieri rimanevano aperti la domenica mattina per fare barba e capelli ai clienti, desiderosi di abbellirsi prima di andare a messa. Da qui, la chiusura il giorno dopo per riposarsi.

Vocina mite quella di Nicola, quasi una cantilena, come i suoi minuti lineamenti. Ma non inganni l’aspetto pacifico. Ha idee molto chiare e tenaci. Il dialetto gli resta in gola, ma se ne avverte l’impasto dolce dietro il suono toscano assimilato controvoglia. Tra di loro, a casa, dilaga il veneziano. Quella del padre, invece, ha un tono più rauco, mentre il corpo appare ben saldo nonostante abbia varcato gli ottant’anni.

Chiedo quanti negozi affini siano rimasti nel centro storico. Via i veneziani, via le teste da curare. Nel sito apposito, relativo a Venezia e provincia, escono subito una quarantina di offerte. Non ne hanno idea, mi rispondono entrambi distratti. Ma la loro clientela, aggiungono, è composta per lo più da residenti, molto meno da foresti. Chiudere le saracinesche al massimo per una mezz’ora. E per le emergenze del corpo, vicino il bar da Gino o quello sotto il Ponte dell’Accademia. E se vien fame di un piatto, ecco il Cantinone vicino. 

La loro è una famiglia comme il faut. Unita nelle sue parti e solidale. Un tempo, il decano possedeva una barca per il Redentore, e me li immagino esultanti tra angurie e bottiglie di prosecco frizzantino. Mi diverto a chiedere delle vacanze e delle più importanti feste calendariali, onorate con lunghe tavolate, assieme alle loro donne, Sonia per Gianfranco, Claudia per Nicola coi loro figli Iacopo e Nicolò, mentre Andrea ne ha due più grandi, Alvise aspirante gondoliere, e Gianmaria talentuoso pittore astratto e studente della scuola d’arte. Già, orizzonti diversi. Anche Nicola mi confessa che dipendesse da lui non desidera per la propria prole un destino da barbiere, lavoro poco stressante ma faticoso.

Piove stamani. Sto seduto mentre Gianfranco mi taglia i (pochi ormai) capelli e Nicola partecipa all’intervista. Ho preso appuntamento. Oggi, poco movimento. Di solito invece, al tuo fianco, la seconda poltrona è occupata da un altro cliente sottoposto alla tonsura, e magari a quelle alla parete d’ingresso siedono gli arrivati in anticipo rispetto al loro turno. Così fioriscono ciacole per lo più distensive, mai personalizzate. La politica resta fuori, eccezion fatta per il lamento sulle tasse o sulle masse beluine dei turisti che rendono improba la sopravvivenza in città, in particolare nei trasporti.

Dal 1990, quasi tutti i saloni offrono servizi bisex. Da Nicola, parrucchiere per uomo, invece solo uomini. Sempre nella mia esperienza i barbieri sono stati unisex, come nei bagni pubblici d’un tempo o negli spogliatoi delle palestre. Il genere binario si rafforza in qualche modo in questi negozi piccoli. La donna, esclusa, è allo stesso tempo allusa. Il taglio dei capelli conserva un suo contenuto sublimante. Anche perché il pelo sulla testa richiama un pelo diverso, più complesso e intrigante, accuratamente tenuto nascosto allo sguardo altrui, e collocato in zone del corpo contigue all’eros o alla fisiologia più bassa. Ciò che resta, in fondo, della nostra origine animale, destinata a sparire nell’evoluzione verso l’androide.

Tagliare i capelli a mio fratello malato era uno stress. Si ribellava con violenza. Alle conseguenze della meningite che l’aveva schiantato si era aggiunto pure l‘autismo. Erano lotte devastanti, e bisognava necessariamente sedarlo. I miei nipoti furlani quando erano piccoli e coccoli, il loro padre, buon risparmiatore, si curava di tosarli, e li trasformava in orrendi marines in sedicesimo, quasi rapati a zero, come nelle colonie al tempo del fascismo. Domando a Nicola, se sia vero che i capelli continuano a crescere per un po’, come le unghie, sul capo del deceduto, ignari che la macchina si è arrestata. Nella sua innocente bonomia, mi guarda spaventato e perplesso. E cogli occhi par che dica: “Ma varda ti sti professori! A remengo!”

Immagine di copertina: Il barbiere di Siviglia alla Fenice di Venezia, regia di Bepi Morassi, ottobre 2020

Attento con quel rasoio ultima modifica: 2024-04-26T17:07:22+02:00 da PAOLO PUPPA
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2 commenti

Valeria 26 Aprile 2024 a 20:18

Bravo, ottimo articolo, Professore Paolo Puppa. Indimenticabili le sue lezioni di teatro e anche il centro universitario teatrale….sarebbe bello poter riprendere a fare qualcosa assieme. Che ne dice?

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stefano bartolomeo 30 Aprile 2024 a 2:06

Simpaticissimo

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