Bentornato (si fa per dire) Mister Ripley!

Su Netflix un azzeccato seriale sulle imprese dell'ineffabile personaggio di Patricia Highsmith.
ROBERTO ELLERO
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Il vecchio Ripley colpisce ancora. E, come ognuno sa, i suoi colpi fanno molto male. Partorito dalla fantasia noir della scrittrice americana Patricia Highsmith alla metà degli anni Cinquanta (Il talento di mister Ripley è del 1955), poi protagonista di altri quattro romanzi (l’ultimo nel 1991, pochi anni prima che la scrittrice ci lasciasse, settantaquattrenne), deve la sua fortuna presso il grande pubblico anche ad una serie di film firmati, tra gli altri, da René Clément. Wim Wenders, Liliana Cavani e Anthony Minghella. E ora, su Netflix, un seriale televisivo in otto episodi – semplicemente Ripley – rimarchevole sotto svariati aspetti. A cominciare dal quel bianco e nero assai pronunciato e marcato, quasi “stratigrafico”, in cui il direttore della fotografia Roger Elswit (già Oscar per Il petroliere) immerge paesaggi e personaggi. Soprattutto lui, il subdolo, micidiale, camaleontico, ineffabile e inafferrabile Tom Ripley, filibustiere newyorkese di bassa lega e grandi vedute, approdato in Italia per impossessarsi del denaro (e dell’identità) dell’amico Dickie, nella cui villa di Atrani, a due passi da Ravello, riesce ad installarsi. È lì su incarico della facoltosa famiglia del giovane, per controllarlo e magari indurlo a tornare a casa. Ma si guarda bene dal fare tutto ciò, cercando e ottenendo la sua fiducia, come amico e sodale. E ciò nonostante la ritrosia della ragazza di Dickie, Marge, che avverte nell’improvvisato “amico americano” qualcosa di insolito e malsano, pur senza mai sospettare fin dove potrà arrivare il “talentuoso” ospite. Il seguito a Roma e Sanremo, nuovamente Atrani, Napoli, Palermo e infine Venezia, fra cadaveri (occultati o esposti in bella vista), identità manomesse, imbrogli bancari e tutto il consueto repertorio di cui Ripley è ben capace, pur di accedere indisturbato al cospicuo patrimonio di Dickie.

Dicevamo della fotografia, che con quel bianco e nero materico e quasi “tridimensionale” fa a pugni con ogni possibile cartolinesco del “bel paese” primi anni Sessanta, ampiamente documentato dalla ricca campionatura canora (Mina, in primis). Ed è la prima scelta chiave del regista Steven Zaillan per conferire originalità a storie per l’appunto già ampiamente raccontate dal cinema. Ma non meno strategica e riuscita è la scelta di Andrew Scott per il personaggio di Tom Ripley, faccia apparentemente per bene, il ragazzo della porta accanto, di cui fidarsi, capace invece delle più nefaste imprese, freddo e calcolatore, l’inganno perennemente negli occhi, a ben vedere, peraltro mitigato da un sorrisetto sulle prime sornione, a celare inimmaginabili camuffamenti e sorprese.

Se i seriali delle piattaforme peccano spesso di ripetitività, con alternanze di piani temporali che danno l’impressione, talvolta, di occupare spazio piuttosto che rispondere ad autentiche necessità narrative, il Ripley di Zaillan (sceneggiatore egregio, prima ancora che regista e produttore, Oscar per la sceneggiatura di Schindler’s List e “nominato” in svariate altre occasioni) procede spedito secondo il filo narrativo della Highsmith, con una varietà di stilemi che spazia dal montaggio alternato (persino con qualche tocco “schizo”, tanto per restare in tema) alla fissità di taluni scenari e volti, in particolare quello del protagonista, specie quando tocca decidersi dinanzi agli imprevisti. 

Certamente anaffettivo, e dunque difficile da decifrare, decisamente avulso da dinamiche sentimentali, una probabile omosessualità che all’epoca dei fatti narrati si soleva definire “latente e repressa”, Ripley sogna volentieri ad occhi aperti, rivivendo il vissuto o preconizzando gli esiti degli eventi che va (o andrebbe) per provocare. Le sue vaghe velleità pittoriche lo portano spesso a Caravaggio. E, per analogia con la propria vocazione delinquenziale, non soltanto al maestro dei chiaroscuri ma al Merisi dei fatti delittuosi di cui fu protagonista, facile di coltello diciamo. Immagina forse di poterlo reincarnare e intanto vende un Picasso, trafugato dalla villa di Atrani, con cui può permettersi un intero palazzo nobiliare veneziano.

Al netto delle consuete approssimazioni toponomastiche che a proposito di Venezia non mancano mai (ma anche la collocazione palermitana del celeberrimo palazzo napoletano Sanfelice non è male…), è poi chiaro che l’intera impalcatura narrativa del Ripley regge se collocata, diciamo pure “ancorata”, a quei primi anni Sessanta di cui si è detto. Ben prima che videosorveglianze, riconoscimenti facciali e comunicazioni telematiche venissero a scandire inesorabilmente il presente, era ben possibile che la contraffazione di un passaporto, l’abilità di cambiare identità e di non farsi mai beccare sul luogo del delitto consentissero l’impunità. E viene da sorridere quando, nelle ultime sequenze di Ripley, l’ispettore romano chiamato ad indagare sui delitti viene a capo del mistero soltanto per una casuale fotografia di Dickie apparsa su una rivista, decisamente diverso da quello che aveva incontrato lui. Troppo tardi, forse, per intervenire. E dunque “delitti perfetti”, per usare una terminologia cara ad Hitchcock, che della Highsmith era fervente lettore e buon traduttore. Ma l’ancoraggio funziona. E ne usciamo smarriti, certi peraltro che un Ripley qualsiasi potrebbe tranquillamente aggiornare le sue strategie ai tempi di internet. Ancora le sorprese del caso e, in fondo, la banalità del male. Sempre lì restiamo. E non solo nei romanzi della Highsmith o nei film (o seriali) che vi traggono ispirazione. Il nero muove e può vincere. Occhio, ragazzi.

Bentornato (si fa per dire) Mister Ripley! ultima modifica: 2024-04-26T20:50:14+02:00 da ROBERTO ELLERO
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