I destini di Venezia

MAURIZIO CECCONI
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Ci sono occasioni in cui una realtà non piace e viene giudicata pericolosa e dannosa.

Ma l’analisi che poi viene compiuta risulta debole, fragile e a volte monca o addirittura impotente.

E questo anche se essa in parte si può considerare veritiera e corretta.

Sto scrivendo della polemica sul numero (apparentemente) chiuso che si è scelto per Venezia e che viene applicato in questi giorni per la prima volta.

Perché lo dico?

Perché ho letto l’articolo dell’amico Claudio Madricardo che mi ha appunto generato  reazioni diverse.

Bello alla lettura, spesso politicamente corretto, intellettualmente capace di suscitare solidarietà ma, a mio avviso, fragile nell’analisi e soprattutto mancante di una qualsiasi prospettiva credibile e unificante.

Aggiungo per correttezza che non è certo un “suo” demerito perché coglie perfettamente i limiti del dibattito che su questo tema si è aperto tra le forze politiche, le categorie economiche e le Istituzioni della città lagunare.

Mi limiterò quindi a dare alcune spiegazioni di quanto ho scritto e ad indicare alcuni obbiettivi di lavoro che mi sembrano ragionevoli.

Agirò per parole chiave.

La prima è “acqua”.

C’è infatti una precisa e definita “acqua” in cui la vita veneziana si svolge.

E non è un’acqua ideologica o valoriale.

©Andrea Merola

Non ti opponi al turismo di massa e ai suoi espliciti danni solo evidenziando due cose: da una parte i problemi per gli abitanti ancora residenti e dall’altra i rischi di violazione del diritto democratico nella visita di un Bene dell’Umanità.

Il perché è semplice.

Da una parte una componente non limitata degli stessi abitanti ha precisi interessi economici nel turismo o perché gestisce luoghi o perchè affitta spazi o perchè conduce attività economiche.

E vive quindi una contraddizione esplicita.

©Andrea Merola

Un’altra componente vede invece spesso marginali questi problemi in quanto o è molto dotata di mezzi finanziari che permettono di superare le difficoltà o è impegnata in particolari condizioni lavorative: dipendenza pubblica e pensione.

Quindi ha interessi di status, di servizi ma non di essenzialità di vita.

Aggiungiamo che il tema età è poi dominante.

E che spesso alla scomparsa dei protagonisti non corrisponde una presenza di eredi combattivi se non nella rendita.

Tutto questo per dire quindi che chi vive a Venezia città insulare è debole di fronte alle scelte che si compiono.

Protesta giustamente ed ha un fastidio immenso al guardare la realtà ma si ferma lì.

Il rischio di violazione del diritto democratico alla visita della città o meglio il cammino che porta dalla città viva alla città museo è assolutamente evidente.

È un destino che da più di cinquant’anni si sente sul capo di Venezia e che ha trovato una forte accelerazione negli ultimi anni.

Chiedetevi però se questa prospettiva, per me inaccettabile, ha fino ad ora avuto qualche blocco.

No. E questo probabilmente ha una ragione evidente.

È stata compiuta una battaglia culturale, ideale ed intellettuale che però non era generata da una fondamentale necessità economica.

Quindi si combatte con le parole ma si sa che poi i fatti son diversi e non mutano.

©Andrea Merola

Volete un esempio?

Pensate a quelli che in varie Istituzioni pubbliche e private si dichiarano contrari ad una ulteriore espansione turistica della città e poi nei fatti concedono, creano, costruiscono, gestiscono, usano, progettano…strutture o attività di funzione turistica.

Risultato: quella di Venezia è una battaglia vera in cui la denuncia e la critica rischiano di essere “anime morte” se non costruiscono egemonia credibile e prospettive economiche reali.

In una parola una “alternativa”.

E questa è la seconda parola chiave che mi interessa.

È evidentemente un progetto difficile perchè altrimenti sarebbe già stato percorso pienamente mentre lo è stato solo a tratti e non pretendo certamente di essere esaustivo ma voglio provare a dare alcuni stimoli.

Userò anche qui delle “parole simbolo” per definirlo.

Credo che si debbano superare “ostacoli falsi”, che sia necessario avere “più destini” e che su questo vada costruito un nuovo “patto sociale”.

Gli ostacoli falsi sono due: l’esasperazione della lotta contro il turismo come unica chance da una parte e dall’altra la separazione tra Venezia e la Terraferma.

Ho già scritto dei limiti evidenti che una lotta contro il turismo “sic e simpliciter” avrebbe. 

E quindi non insisto oltre.

Ma anche il secondo punto è rilevante. 

E non soltanto perché siamo un unico Comune e quindi il “deus ex machina” che governa, chiunque esso sia, ha buon gioco nel “divide et impera”.

“Benvenuti a Venezia. Sono cinque euro, prego”

La questione è altra. 

La Terraferma si è trasformata e non è più quella che conoscevamo un tempo. 

Non ha più un “suo” autonomo destino.

La Terraferma è ormai Venezia più che mai.

Per servizi all’impresa, per presenze di strutture di ospitalità turistica, per organizzazione dei trasporti, per direzionalità delle attività, per origine e residenza della manodopera e per molte altre ragioni.

La separazione di Mestre da Venezia è battaglia non voluta dagli stessi abitanti della Terraferma come i dati del referendum dimostrano.

Quella di Venezia da Mestre è battaglia già persa per legge, illusoria perchè dominata da ragioni estranee alla separazione (la speranza di autogovernarsi con uomini o donne di propria espressione) e soprattutto è inutile perchè sceglie una scorciatoia inesistente rispetto ai problemi che invece sono di ben altra dimensione.

Quindi occorre soffermarsi sul futuro. 

Quello che io chiamo i “più destini”

La traduzione di questo slogan sta in quattro chiavi di lettura.

Città degli studi e della ricerca, città della produzione culturale, città del vetro e città della logistica e della produzione.

Città degli studi e della ricerca vuol dire un progetto di espansione delle università e di diversa relazione tra università e città.

Espansione letta nel numero di studenti e docenti, nelle opportunità di studio, nei legami internazionali, negli insegnamenti, nella permanenza lavorativa qualificata a Venezia post laurea e così via. 

Lavorando in prospettiva per introdurre una nuova presenza di forze vive in città oggi sempre più scarsa.

La città della ricerca si costruisce espandendo le funzioni e le presenze degli enti che – come il CNR – operano in tal senso e richiamando il concetto di città della sostenibilità non come luogo burocratico o convegnistico, (così sembra essere oggi) ma come sede (Venezia) concreta di dimensioni europee di produzione di studi e ricerche.

Qui avviene l’intreccio con il secondo destino e cioè quello della produzione culturale.

Le Fondazioni culturali, che stanno nascendo come funghi, vanno trasformate da sole occasioni di immagine e spettacolo a luoghi produttivi nella scienza e nella cultura.

Ed alcuni esempi già vi sono e di grande qualità.

La stessa Biennale oltre a garantire la circuitazione di spettacoli e attività di straordinario livello internazionale può e deve dare attenzione alla sua stessa capacità produttiva giocandola in Venezia e in Terraferma. 

Centro di riferinento in quest’ottica l’Archivio Storico di Arte Contemporanea, straordinario “valore” che tutto deve diventare fuorchè un puro museo.

Ma la cultura è trasporti specializzati, allestimenti, multimedialità, assicurazioni, valorizzazione e promozione, studio, nuove tecniche, forme inedite di rappresentazione e così via. 

©Andrea Merola

E se Venezia è inarrivabile come luogo espositivo la Terraferma lo può essere come terra-ferma del processo di costruzione dei progetti e della specialistica manifatturiera.

Ma produzione culturale vuol dire altro. 

Molto legato all’industria e, nello stesso tempo, ai giacimenti culturali. 

Penso alle diverse forme e ai diversi usi del design. 

Con due prospettive di fronte.

Essere contemporaneamente la terra necessaria all’impresa per la sua sostanza e la sua immagine guardando al Veneto come prima interlocuzione. 

E dall’altra avere la garanzia di un uso moderno e vivo del senso culturale di Venezia.

Il vetro è un altro punto di vero lavoro.

Ed è altro da quello che l’immaginario ci ha portato a pensare guardando ai piccoli centri di manualità che incrociamo nelle calli veneziane.

Il vetro è forma e materiale artistico, con l’incrocio tra il mondo dei maestri vetrai ed artisti e designer contemporanei di primo livello.

Il vetro è poi parte fondamentale delle arti decorative: mosaico, ceramica, legno e tante altre materie. 

Non dimentichiamo che esisteva la Biennale delle Arti Decorative in un non lontanissimo passato.

Ed infine la terraferma terra di logistica e produzione, di organizzazione e di specialità. 

Che solo con Venezia trova opportunità pur essendo più grande e vicina al mondo. 

Terra che a Marghera non vuole dimenticare opportunità produttive avanzate non turistiche e che giustamente non vuole essere solo subalterna al turismo ma protagonista in altri processi produttivi.

Ecco, sono alcune idee, alcune prospettive quelle evidenziate. 

E ne mancano altre soprattutto per la Terraferma che sono note.

Tutto da confrontare e vedere e certamente da capire e modificare. 

Ma il senso che volevo dare spero sia chiaro.

Solo una alternativa può generare un  patto sociale. 

Perchè per costruire una alternativa credibile che aggiunge e non cancella, qualifica e non elimina, crea e non inventa occorre un nuovo patto sociale.

Altrimenti rimane l’ironia di un Sindaco più intelligente e furbo di quello che i suoi detrattori pensano.

Che con il numero s-chiuso racconta una favola, porta un po’ di denaro, sorride, abbraccia i critici e pensa “ce l’ho fatta”.

I destini di Venezia ultima modifica: 2024-04-26T18:02:51+02:00 da MAURIZIO CECCONI
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2 commenti

Aleramo 27 Aprile 2024 a 15:51

Quante parole inutili e sprecate da parte di una persona che per dieci anni ha governato senza saper cambiare nulla! Un bell’esempio di narcisismo mentale!

Reply
Corrado de Francesco 1 Maggio 2024 a 7:24

Bizzarro stile di scrittura: una fila di piccole frasi slegate e non organizzate in capoversi secondo una struttura logica… Parla addirittura di “rischi di violazione del diritto democratico nella visita di un Bene dell’Umanità”: perbacco!

Reply

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