Settant’anni a Venezia

Conversazione con Mario Santi, tra i protagonisti della vita associativa e politica della città.
GUIDO MOLTEDO
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Vivere a Venezia, Lavorare a Venezia. Costruire qui un’esistenza. Fare politica. Militanza. Attivismo. Mario Santi compie settant’anni e si racconta a ytali. Una vita che rispecchia diversi lati della città, diverse epoche, e i tanti cimenti perché resti davvero una città, capace di sottrarsi alla condanna di essere trasformata in un parco tematico.

Arrivare al giro di boa dei settanta è un passaggio oggi, normale – dice Mario – quando, ieri, arrivarci non era scontato. E il più delle volte consegnava persone indebolite, fiaccate dalle fatiche del lavoro, pronte a sedersi su una panchina a vedere passare gli altri e scorrere una vita che ormai li riguardava in modo marginale e con più paure che attese. Oggi mi pare di arrivarci diversamente, privilegiando ancora le attese sulle paure. Ma mi pare il caso di fare i conti col fatto che anche queste cominciano a emergere. Farlo per me, sapendo che la situazione è certamente diversa, da persona a persona.

Volgendo lo sguardo indietro nel tempo, so che ti sei occupato di rifiuti. Ogni volta che ricevo una tua email con l’indirizzo “rifiutologo.it”, ci penso, ma non ti ho mai chiesto perché…
Sono stato parte di quella generazione di tecnici ambientalisti che ha cambiato il modo di vedere i rifiuti nel nostro paese, svelandone la natura di risorse. 

L’ho fatto progettando servizi (siamo stati noi a introdurre la domiciliazione delle raccolte e a dimostrarne gli effetti positivi, economici e ambientali, sul sistema) e gestendo strumenti (in particolare economici, con quel passaggio da una tassa parametrica a una tariffa puntuale che lega il costo per l’utenza ai costi ambientali della sua produzione di rifiuti).

La mia generazione ha costruito buone pratiche che hanno indotto un cambiamento nelle leggi, dalla normativa europea e a quella nazionale e regionale, fino ai preziosi contributi dati con i regolamenti comunali.

Ho dedicato gli ultimi anni di lavoro a iniziare a introdurre nel nostro paese la prevenzione e la riduzione a monte della formazione stessa dei rifiuti.

In definitiva, sono soddisfatto di essere stato parte attiva del gruppo che ha lavorato, progettato, prodotto le idee che negli ultimi decenni hanno cambiato passo alle politiche ambientali del nostro paese, introducendo il senso del limite e della circolarità nell’uso delle risorse,

Vedo peraltro che oltre che con un mestiere che mi ha portato a fornire servizi ambientali, in grande maggioranza per amministrazioni e istituzioni pubbliche, ho lasciato un segno anche su altri terreni che riguardano economia e cultura…

In economia, viene detto “primario” il settore che ci dà la possibilità di sostentarci con la produzione del cibo.

Cena con produttori VenezianoGAS

Questo ci porta a un altro capitolo della tua storia. Sei un protagonista dei gruppi veneziani di acquisto solidale…
Lo considero uno dei più importanti elementi della mia maturazione, quello che un po’ alla volta mi ha portato prima a scegliere cibo “sano”, poi ad associarmi ad altre persone in un Gruppo di Acquisto che fosse anche Solidale.

Il percorso che da più di vent’anni sto facendo con le 250 famiglie associate a Venezianogas mi ha aperto un mondo. 

La solidarietà non è solo tra noi che utilizziamo i prodotti agricoli biologici, ma anche con chi li produce. Privilegiamo il rapporto con i piccoli produttori, li conosciamo, ci fidiamo gli uni degli altri. E ogni tanto facciamo – il più recente è stato all’inizio di aprile di quest’anno – un incontro nel quale ci raccontano le loro esperienze e si conoscono l’un altro.  E insieme rendiamo evidente la possibilità di costruire un pezzo di mondo diverso capace di mettere la relazione e lo scambio solidale al centro della produzione e dell’economia. 

Siamo – i nostri produttori e noi – dei veri “rivoluzionari”, perché mettiamo in discussione, con la nostra pratica di “filiera corta”, cioè di rapporto diretto e fiduciario, le regole di funzionamento di questa economia, oggi ancora minoritaria ma in crescita – perché aperta al futuro, capace di praticare rapporti economici che non escludendo il mercato, lo aprono alla relazione e allo scambio solidale.

Andare a conoscere chi produce e vedere come lo fa, far arrivare i prodotti a Venezia e organizzarne la distribuzione comporta un po’ di fatica in più, rispetto ai comportamenti “convenzionali” – andare in negozio o in supermercato, senza sapere come si produce quello che compriamo.

Ma la sicurezza alimentare, la qualità dei prodotti, le relazioni che nascono, la discussione del “giusto prezzo” con i produttori, compensano ampiamente questo sforzo, perché fanno entrare in una dimensione di vita che mette in pratica idee e desideri di superamento del grigio stato di cose esistente (è il “buen vivir” dei popoli sudamericani)

Assemblea cittadina alla Scoletta de’ Callegheri

Sei molto attivo, da tempo, sul fronte del contrasto alla monocultura turistica e dell’impegno per ripopolare la città.
So di essere considerato – come residente della Venezia storica – una specie a rischio estinzione.

Con dolore abbiamo visto scendere il nostro numero di abitanti della Venezia storica (che ne ebbe 174.808 del 1951, quando ancora non c’ero,  137.150 del 1961, 108.426 del 1971, 93.598 del 1981,  76.644 del 1991, 65.695 del 2001, 58.991 del 2011, 52,000 circa del 2021).prima – un paio d’anni fa –  sotto la simbolica soglia dei cinquantamila, ora anche sotto quella dei 49.000 … 

Già negli anni Ottanta – dopo la laurea – quando, prima di occuparmi di rifiuti, sono stato in una cooperativa e poi una società di giovani tecnici territoriali e ho avuto qualche collaborazione di ricerca con l’università – mi occupai di politiche abitative, in particolare del riequilibrio nell’uso del patrimonio residenziale.

Allora si partiva dalla constatazione dello squilibrio tra numero di abitanti e numero di stanze per porre un semplice problema: se abbiamo tante più stanze che abitanti e tanti abitanti senza una casa,  questo vuol dire che c’è più un problema di re-distribuzione che di nuova costruzione …

Da lì – ricordo la prima pubblicazione su una rivista dal “nome antico” come Città Classe – il passo a studi di carattere territoriale mi ha accompagnato fino a che l’onda verde ambientalista ha investito la cultura. la politica, i movimenti.

Eccomi così passare ai rifiuti. Da rifiuti a risorse era la parola d’ordine con la quale, tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta del secolo scorso, iniziavo come ambientalista e poi divenivo quel tecnico che studiava soluzioni (erano sempre progetti strettamente legati ai territori, in continuità con la mia formazione …), con l’evoluzione che ho ricordato più sopra.

Però alle battaglie ambientali e urbanistiche sulla città e sul territorio, ho sempre dedicato una parte importante del mio tempo. 

In difesa di Poveglia

Con Legambiente, con Urbanistica Democratica, con il Comitato Inquilini, con il Comitato Certosa, con Poveglia per tutti, con Alta tensione Abitativa la difesa collettiva dell’ambiente lagunare e delle condizioni per le quali Venezia continuasse a essere città e non diventasse solo scenario da offrire ai turisti sono state una costante della mia vita. 

E ora siamo agli ultimi tentativi di difesa. Ma anche di “contrattacco” se è vero che una costante che ha sempre distinto il mio impegno è di non fare mai una critica se non avevo anche una proposta. In questo impersonifico un atteggiamento contrario a qualsiasi “fronte del no”. E questo atteggiamento è proprio della gran parte dei movimenti che danno vita aun territorio in cui ormai si dice ci siano più associazioni che abitanti.

La drammaticità della situazione si può riassumere in un dato che fa capire a che livello siamo arrivati, nella città storica veneziana. Per la città di terraferma non riporto qui dati quantitativi, ma le tendenze qualitative cominciano ad andare in questa direzione.

Mi aiuta le elaborazioni dall’osservatorio civico sulla residenza OCIO : su dati Comune di Venezia.

Negli ultimi cinque anni in media ogni due giorni una casa è scomparsa dal mercato residenziale per entrare in quello turistico 

A Venezia città storica, negli ultimi cinque anni (dal 31.12.2018 al 31.12.2023), i residenti sono passati da 52.996 a 49.190 (-7 per cento) a fronte di un aumento dei posti letto in locazioni temporanee da 17.827 a 22.219 (+ 25 per cento). I posti letto in locazione temporanea son passati a pesare dal 34 per cento al 45 per cento sul numero dei residenti.  

Le locazioni temporanee sono la punta dell’iceberg…
Ormai siamo a un numero di posti letti turistici (con alberghi ecc.), in aumento verso i cinquantamila mentre i residenti sono in calo e ormai sotto i 49.000.

Ecco perché – e arriviamo al presente – preferisco ancora sui rimpianti e sulle paure fare prevalere le attese positive, le iniziative per essere parte attiva nell’evoluzione della città e nella gestione del suo spazio pubblico.

Che pensi del balzello imposto da questa giunta ai visitatori?
“Chiudere una città” è un controsenso concettuale prima che amministrativo e urbanistico. Le giornate di sperimentazione del contributo di accesso mi sembrano scontrarsi con troppe cose.  Una città è per sua natura il luogo della relazione e dello scambio (oltre che dell’abitare).  Non chiuderla, ma farne pagare l’accesso, come in Italia si fa al museo è incostituzionale, se l’art. 16 della nostra Carta recita al primo comma

Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. .

Allora se si può anche stabilire – e motivare – che oltre una certa soglia giornaliera di presenze si oltrepassa la capacità di carico della città.  Bisogna dire  quale.  Ma dove e quando se ne è discusso? Certo non in Comune, malgrado esistano numerosissimi studi – chi non ricorda quello di Paolo Costa e Gabriele Zanetto per Ca’ Foscari  che – vado a memoria – negli anni Novanta del secolo scorso stimavano attorno alle centomila presenze la soglia massima giornaliera da non superare.

Attivisti di Alta tensione abitativa

È stata creata una Smart control room in grado di rilevare le presenze incrociando banche dati diverse (comprese quelle dei cellulari presenti in città).
La sua gestione è viziata da un doppio scandalo: da una parte è del tutto opaca, anche se – trattandosi di questioni vitali per la città – tutti i cittadini avrebbero diritto di sapere sulla base di quali dati vengono prese. Dall’altra sembra autorizzata a cedere i nostri dati – senza nemmeno chiederci quella liberatoria sulla privacy che ormai accompagna qualsiasi richiesta di dati.

Al di là di questi elementi (che andrebbero, credo, sollevati nelle sedi opportune) certamente la smart control room consente di avere una visione chiara degli ingressi in città e dell’avvicinamento alla città e del superamento della soglia.

Cosa proponi?
Adottare un provvedimento drastico ma egalitario e (probabilmente) non anticostituzionale.

Penso a ordinanze comunali temporanee e urgenti che chiudano gli accessi al raggiungimento della soglia, salvo ai residenti e a chi viene per lavoro o per convegni o eventi culturali e sportivi e a chi sia in possesso di prenotazione per soggiorno alberghiero (ma non in locazione breve, una tendenza da scoraggiare perché sequestra per i turisti patrimonio abitativo, da destinare invece alla locazione di lunga durata per i residenti). Sono tutte attività tracciate e computabile in anticipo per il calcolo della soglia.  Senza le “esenzioni” previste dall’attuale Regolamento per il contributo di accesso. Che appaiono complicate e spesso controproducenti (ad es. per chi entra dal Veneto e dopo le 16,30 – il che vuol dire via libera ai tour etilici che infestano molte serate veneziane). 

A questo punto, al raggiungimento della soglia si bloccano tutti i punti di accesso a Venezia. Da terra (ponte della libertà per treni pullman e auto) e da acqua (Chioggia, Cavallino, Tessera).

Si tratta evidentemente di provvedimenti da far precedere da una campagna “mondiale” sui media e sui social, per diffondere con il dovuto preavviso la notizia che ci si sta avvicinando alla soglia e che in certi giorni è prevedibile la “chiusura degli accessi”.

Non è una bella soluzione, perché un’esclusione è pur sempre un’esclusione, ma almeno evita i rilevanti costi legati ai controlli, la difficoltà degli stessi e le infinite complicazioni di carattere informatico e procedurale cui i visitatori (ma anche gli abitanti quando coinvolti, anche solo per ospitare parenti e amici) sarebbero sottoposti 

Con nessun costo, nessuna discriminazione; solo misure estreme di cura della città.

Se la malattia di Venezia è il turismo, quando il malato si aggrava si lasciano fuori dalla stanza tutti i visitatori ed entrano solo medici e i parenti. Non spettatori paganti. Le porte della stanza si riaprono quando il paziente sta meglio e può essere visitato da tutti.

Inoltre, va ripreso e sviluppato un discorso in positivo e non in negativo.  

Al pagamento obbligatorio degli ingressi mi sembra potrebbe essere sostituita la possibilità di acquistare volontariamente  una “card” che offra al turista giornaliero  (che a questo punto verrebbe computato per il calcolo della soglia) un pacchetto di servizi che renda davvero la città accessibile e visitabile, favorendo un turismo consapevole: biglietti ACTV a prezzi scontati, ingressi a Musei, Biennale, mostre, accesso facilitato ad eventi di vario tipo, segnalazione di opportunità facilitate per mangiare e bere durante la visita.

Il sogno di una città “normale”… 
Già. E magari potrebbe essere il caso, per aver una città “normale”, di riprendere un discorso sull’aggressività dell’espansione del plateatici e sull’incredibile crescita di bar e baretti, che sostituiscono i negozi di prossimità e ingombrano lo spazio pubblico rendendo in certi   momenti e in certi punti della città complicato lo stesso passaggio a chi esce di casa.

È il grande tema dell’uso dello spazio pubblico…
Sì, ma è un tema che merita trattazioni non frettolose.  Qui ricordo solo che a Venezia posso fermarmi a parlare con chi incontro. Al bar per il caffè o l’aperitivo (opportunità che ho anche in altre città) ma anche fermandomi a discutere in calle o in campo, su una panchina ma anche fermandosi a “far do ciacole” stando in piedi. Questa è l’opportunità unica che offre Venezia.

E gli spazi pubblici sono “esterni” – campi, calli, e passaggi stradali in genere -ma anche “interni”.  Anche qui il discorso andrà ripreso nello specifico, ma un solo esempio, qui, è illuminante.

Uno degli spazi pubblici più usati per le discussioni sui problemi della città è sempre stato sala San Leonardo – una proprietà comunale a Cannaregio. Qui agli inizi di febbraio era stata convocata l’ultima discussione cittadina sul “contributo di accesso”, per il 23 aprile, due giorni prima del suo esordio, per discutere delle iniziative da prendere per esprimere in quella giornata il dissenso della popolazione. Ebbene, con la notizia già ampiamente circolata su media e social, il giorno prima il Comune ha negato l’accesso alla sala già opzionata, concedendo una sala più piccola città, quella della scoletta dei Callegheri a San Tomà. Non si è impedita la discussione (molto partecipata, con gente strabordante in sala e in atrio, fino al campo), ma si è dato un segnale di come i beni e gli spazi pubblici in questa città vengano gestiti da chi ci governa. Sindaco e Giunta ritengono che “metterli a reddito, affittandoli al miglior offerente sia preferibile che farli utilizzare ai cittadini.

Cosa signifivca girare la boa dei settanta?
Il tema venne posto in modo magistrale nel suo straordinario e autobiografico Passero solitario da un Giacomo Leopardi poco più che trentenne. Che io ne abbia fatto passare quaranta in più testimonia – oltre al fatto che non ho le sue ispirazioni e le sua capacità espressive – quanto l’evoluzione della medicina, ma prima ancora delle condizioni materiali i cui viviamo, in meno di due scoli ci abbiano “allungato la vita”:

 A me, se di vecchiezza / La detestata soglia / Evitar non impetro, / Quando muti questi occhi all’altrui core, / E lor fia voto il mondo, e il dì futuro / Del dì presente più noioso e tetro / Che parrà di tal voglia? / Che di quest’anni miei? che di me stesso? / Ahi pentirommi, e spesso, / Ma sconsolato, volgerommi indietro.

A settant’anni, arrivandoci probabilmente in condizioni fisiche più solide di quelle del trentenne e inquieto Leopardi che poi si spostò a Napoli, perlomeno anch’io mi faccio alcune domande, perché mi accorgo che la “soglia” “di vecchiezza” è qui, anzi è stata superata. Ricordo, per inciso che – meno che ventenne, dedicai il mio tema di maturità a ragionare sul fatto di se e fino a quando, proprio un Giacomo Leopardi, apparentemente così pessimista, avesse avuto una fiamma di “illusione” che lo aiutava e motivava a vivere, nella sua non facile esistenza degli ultimi anni napoletani.

Comunque, ora sono (siamo) qua. Mi pare fosse Gianna Nannini (la cui produzione poetica ho amato qualche anno dopo quella di Leopardi) a dire in qualche momento o concerto qualcosa come “ora ci siamo, oggi ci siamo, domani non si sa”.  Un fatalismo della gioventù.

Mario Santi, a destra nella foto

Tempi di bilanci…
Sono soddisfatto di aver cercato di fare una vita attenta alla dimensione collettiva. Non ideologicamente, come spesso è accusato chi ha avuto vent’anni nel 1968 o nel 1977 (le due date simbolo di grande sommovimento culturale, politico e sociale attraversate dalla mia generazione).

Ma perché ho sempre trovato nel fare con altre e altri le dimensioni più appropriate di azione in tutti i campi e nelle diverse fasi della mia vita. 

Se la pallacanestro e gli altri sport (che ho frequentato più marginalmente) li ho praticati in squadra. Se i primi viaggi di uscita dalla gioventù erano di gruppo.  

Se le battaglie ambientaliste, sociali, culturali e sulla città le ho sempre fatte in e con associazioni.

Se sul lavoro mi sono a lungo proposto in forma cooperativa o societaria, e anche quando mi sono messo in proprio ho dato vita con colleghi (che poi sono divenuti anche amici a forme associative di diffusione e di pressione perché venissero recepiti dalla politica dei temi a noi cari.

Se ho accettato la vita di coppia e ho visto come ci ha aiutato ad affrontare meglio situazioni familiari altrimenti difficili.

Se in montagna ci vado anche da solo ma cerco sempre di andare in compagnia – certo per la sicurezza, ma anche per il piacere di condividere una passione.

Se questa è stata la mia vita posso dire che mi abbia fatto capire come il “noi” sia quasi sempre meglio dell’”io”.

Cioè che a mettersi insieme si ricavi di più, si faccia meglio, si sia più soddisfatti. 

Al rifugio,sulla cima

Anche se forse un po’ alla volta si capisce che è necessario imparare a vivere prima di tutto con se’ stessi e sapendo in certi casi cercare e apprezzare anche momenti di solitudine – come “presenza a sé stessi”..

Certo ora che “di vecchiezza la (detestata) soglia … evitar non ho impetrato “-  per tornare a Leopardi – comincio a rendermi conto che non sono eterno.  Il mio maestro elementare ci citava ironicamente la frase di quello che diceva “tutti devono morire … forse anch’io “.

Vorrei completare la nostra converazione con Josè Saramago, con il suo Le intermittenze dalla morte, che parla di una sorta di sospensione di sciopero della morte e degli accadimenti che ne derivano. Di felicità generalizzata all’inizio, poi di stupore scompiglio, rimpianto (a seconda dello strato sociale o del tipo di soggetti coinvolti). Ma alla fine la morte sta per fare il suo ritorno.  Prima però si fa attrarre da una persona e questo – il contatto con una vita – mette in crisi la sua volontà “tornare alla “normalità”. 

Il riferimento a questo grande scrittore e premio Nobel per la letteratura, non è casuale e sicuramente amore per la sua scrittura e inconscio mi hanno guidato nel riferimento a questo suo libro per aprire e chiudere questa nostra conversazione.

Era un comunista. Aveva un forte senso del noi e delle battaglie collettive.

Settant’anni a Venezia ultima modifica: 2024-04-30T22:43:02+02:00 da GUIDO MOLTEDO
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