L’ultima sigaretta

PAOLO PUPPA
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C’è stato il paradiso per me, nel passato. Era quando fumavo nel fondo di un aereo, nell’area appunto smoking. La tratta per lo più segnava il Nord America, dove ero invitato da visiting professor, Toronto o New York soprattutto. La bandiera, Alitalia. Tutto così diverso da oggi. La stecca in valigia mi garantiva dal rischio di trovarmi senza benzina. Per la marca sceglievo un tipo lungo e leggero, che t’illudeva di durare di più, chiamato infatti More. C’era la rossa, la nocciola, ma esisteva anche una terza variante, verde alla menta, disgustosa, che scartavo. Il cielo azzurro pareva entrarti addosso dall’oblò, mentre le nuvole galleggiavano ai tuoi piedi in una tranquillità assoluta. Un rilassamento generale, un benessere diffuso. Lo rimpiango, quel tempo scomparso, quando il fumo consentiva piaceri intensi e sottili. La sigaretta dopo l’amore. O accompagnata al caffè. O nella messa in moto del computer. In generale, era il primo gesto al risveglio, indizio sicuro di cronica servitù. 

Ho gettato via pacchetti e anche stecche almeno una quindicina di volte, convinto, in ogni sosta, che fosse una decisione irrevocabile e poi invece ho ripreso impunemente a entrare in tabaccheria. Tanto facile smettere da poter fare da testimonial in tal senso. E sempre per ragioni diverse tra loro. Ad esempio, l’odore nauseante del mio studio, coi grossi portacenere di vetro stracolmi di cicche mal spente, e le finestre sbarrate per il freddo dell’inverno. L’umidità e il tanfo di nicotina rendevano l’aria ammorbante, da far vomitare. In un’altra occasione, un mal di testa atroce all’alba dopo una notte di veglia davanti al computer e un intero pacchetto svuotato. L’ultima, e davvero definitiva, nove anni fa mentre mi infilavano quattro by pass e il cardiologo a spiegarmi pedante che i fattori determinanti nelle patologie cardiache erano il DNA, il peso, il regime alimentare e il fumo. Per quest’ultimo, dovevano passare vent’anni perché cessasse di essere una delle cause.

Interno della tabaccheria

Varie erano pure le modalità dei digiuni. In certe fasi, mi accanivo contro i peccatori, irrompendo negli scompartimenti del treno e annusando l’aria al grido minaccioso “Qua dentro, qualcuno ha fumato”. Altre volte, al contrario mi avvicinavo a mo’ di mendicante supplicando il fumatore di turno di non essere egoista e di gettarmi in faccia i suoi anelli di fumo, al che quest’ultimo s’affrettava a spegnere e io, con uno sguardo da ebete allucinato, a insistere che parlavo alla lettera, incurante dei rischi del fumo passivo. 

Del resto, per le mie oscillazioni vantavo un illustre precedente. Anche Zeno sveviano si riprometteva infatti di trasformare un’anonima sigaretta nell’ultima, preziosa e struggente, assaporata con un gusto speciale, proposito disatteso dalle puntuali ricadute. La discesa nei gironi ilaro-tragici della sua Coscienza edita nel 1923 avviene tra le spirali nebbiose del tabacco. E nel capitolo III° del romanzo confessa i sigari rubati nella prima adolescenza al padre che dormiva. Ma, si sa, gli scrittori sono stati generalmente grandi fumatori. E spesso ne muoiono perfino. Lo stesso Svevo chiede invano nell’agonia l’ennesima ultima sigaretta, travolto nel 1928 dall’enfisema polmonare più che dall’incidente di macchina a Motta di Livenza. Beppe Fenoglio, da parte sua, esce di scena nel 1963 a quarant’anni per problemi pleuro-polmonari e coronarici. E nondimeno André Gide sostiene che la scrittura serve solo a completare la voluttà del fumo. Oscar Wilde in uno dei suoi aforismi osserva che la sigaretta rappresenta il prototipo di un perfetto piacere, in quanto pur squisito lascia insoddisfatti. Michel Houellebecq, la proclama la più autentica manifestazione della libertà. Dal canto suo, l’ingegnere Hans Castorp, ne La montagna incantata di Thomas Mann del 1924, nella sua lunga permanenza in un sanatorio svizzero, dichiara di non capire come si possa vivere senza fumare. Ne Il piacere del 1889, il dandy dannunziano ribadisce la sua diversità rispetto alla società borghese massificata e alienata. Andrea Sperelli, nobile romano, fuma soltanto sigarette russe, contenute in un prezioso astuccio d’argento smaltato. In precedenza, nel 1886, il Vate aveva pubblicato Autobiografia di una sigaretta, bizzarra novella intarsiata di motivi orientaleggianti ed erotici. Qui, a parlare in prima persona è proprio una sigaretta, già foglia di tabacco trattata da mani turche, che si ritrova tra le dita di Mariana, vezzosa marchesina romana alle prese col marchese Gustavo, nel cerimoniale del tè. Mentre gode del profumo della bevanda sulle labbra morbide della donna, l’io parlante all’improvviso si ritrova tra i peli neri, cioè i baffi, dell’uomo e quindi in un cimitero di mozziconi. 

Interno della tabaccheria

Procedo a zig zag e intanto mi balla dentro una ressa di immagini. Le sale del cinema, con la nebbia stagnante sulle poltrone, per via delle tante sigarette. Oggi, il pubblico sostituisce il tabacco col pop corn, per cui si vede bene e si ascolta col sottofondo di nervose fauci che sgranocchiano covando lo schermo. Nelle suggestive pellicole in bianco e nero, ecco Humphrey Bogart col suo trench, mentre in qualche pagina illustrata Alda Merini ti guarda spavalda, le dita gialle di nicotina, il rossetto sulle stanche labbra da cui spunta sempre accesa “la bionda”. E con lei, nella medesima posa, Oriana Fallaci, a caccia di provocazioni e di imprecazioni toscane. In un altro angolo della memoria spunta Hemingway fiero dei sigari cubani. Nel suo For Whom the Bell Tolls del 1940, il protagonista Robert Jordan, impegnato a coordinare i compagni spagnoli contro il dittatore Franco, ne supera la diffidenza offrendo loro sigarette russe, sicuramente antifasciste. La filosofa Hannah Arendt, nel film del 2014 di Margarethe von Trotta, non fa altro che infilare il mozzicone in uno di quei portacenere di una volta che bastava premere perché risucchiassero nel loro vortice di trottola la cenere. Leonardo Sciascia si fa cogliere negli scatti fotografici o nelle interviste di solito armato di fumo. Lo stesso fa Andrea Camilleri, cieco e dalla voce aggressivamente rauca, mentre rimpiange disperato le Philip Morris rosse morbide, messe fuori mercato. Nondimeno, l’inventore del commissario Montalbano muore a 94 anni nel 2019, vantando per giunta una nonna arrivata a 110 anni nonostante i tanti toscani. Le gauloises brunes senza filtro salivano di continuo in bocca a Picasso e a Camus, a Sartre e a Simenon. Fuma le Giuba Eugenio Montale alla stazione invasa dalla nebbia, vedi la lirica del 1971 Nel fumo

Smoke e Blue in the face costituiscono un dittico filmico del 1995, scritto e diretto da Paul Auster e Wayne Wang, ricavato dalla novella Auggie Wren’s Christmas Story dello stesso Auster del 1990. Al centro, il rapporto a sbalzi, in un montaggio nervoso e scene improvvisate dal vivo, tra Auggie Wren, un estroso tabaccaio di Brooklyn, e uno scrittore in crisi di ispirazione. Il negozio attira un eccentrico gruppo di clienti che amano chiacchierare con il gestore. Molti dei clienti passano infatti ore nel negozio, a discutere di baseball, a dilungarsi magari sul piacere dell’ultima sigaretta, sugli occhiali da vista, o ancora sulle relazioni possibili in una grande città. Il clima natalizio e dickensiano dell’incipit viene ribadito nel finale della seconda parte del dittico. Per festeggiare la rinuncia del proprietario a vendere il negozio, Auggie e la sua fidanzata si mettono a danzare, coinvolgendo ben presto l’intero quartiere e facendo ballare in tal modo più di cinquecento persone. 

Gino

Forse non ama molto le chiacchiere Gino (Luigi) Gregnanin. Raro il sorriso nel suo volto imbronciato. Ha fama, meritata, di anti-piacione. Per inciso, alla mia età, preferisco questo genere di umanità ai simpaticoni per finta. Certo, costui tratta con qualche bruscaggine quanti entrano nel negozio per domandare, ma poi se gli chiedi un favore te lo fa. Mani d’oro per gli orologi. Mani d’oro per tutto, aggiunge la moglie. Nato a Venezia nel 1964, padre Piero, molatore di vetro e poi cuoco come la madre in Rio Terà dei pugni, una sorella, Amalia, parrucchiera ora in pensione, lavora dopo le medie come tipografo, più tardi un diploma per bellezza alle magistrali, quindi diventa postino. Finché nel ’99 entra nella tabaccheria di San Barnaba raggiungendovi la moglie Francesca. Adora il teatro dialettale, eredità del padre, brillante presentatore su radio locali di serate amatoriali. Provate a parlargliene, e s’illumina tutto. Il negozio, che sovrintende assieme a Francesca, sta in campo, all’angolo sinistro del sottoportico che immette verso la Libreria Toletta e lungo la direzione che attraverso la Calle omonima conduce all’approdo di Ca’ Rezzonico. Crocicchio formidabile di avventori. Ebbene, Francesca Pontremoli, nata anche lei a Venezia nel 1965, una sorella, Lucia, fisioterapista, introduce quote di dolcezza angelicante nel pragmatismo frettoloso del marito, con una voce melodiosa, sussurrata, di clamorosa mitezza. Si è diplomata al Liceo scientifico Benedetti, quasi terminando gli studi a San Sebastiano, facoltà di Lettere, uscendone senza laurea ma con una buona conoscenza di inglese e francese, a fronteggiare le orde dei foresti. Ti scruta Gino col volto scavato, forte dei tanti sport di resistenza, scalate di cime impervie, corse in montagna ogni giovedì, jogging costante. Quando lo incroci per strada nemmeno ti vede, tutto immedesimato nella corsa a rispettare ritmi aerobici e tempi dei percorsi.  

Francesca

Lina, madre di Francesca, famiglia originaria dell’entroterra parmense, mancata nel 2018, era una figura insolita. Un’ombra di sorriso etrusco le sagomava i lineamenti in una maniera enigmatica. Appassionata di tutti gli sport, seguiva nelle sue notti insonni le olimpiadi oltre Oceano. Grande cuoca, mi descriveva i piatti infiniti che elaborava nelle feste per figlie e nipoti. Innamorata della Ferrari, grazie ad un cugino acquisito, ingegnere che lavorava a Maranello, ogni tanto vi andava per girare sulle macchine col cavallino rosso, in una passerella trionfale, suppongo non rallentata rispetto della sua anagrafe. Aveva preso il negozio nel ’66, l’anno della acqua granda, e il marito Roberto, che lavorava ai trasporti, era morto nel 1981. 

I due, sposati nel 1990, hanno educato i figli, Alessandro del 1993, laurea in diritto internazionale, operatore in un centro di assistenza per immigrati a Trento, e Alvise del 1996, attivo in un bar di Santa Margherita, col modello di un lavoro duro, tra levatacce e serietà produttiva, casa e negozio, vacanze sportive un po’ spartane, a base specialmente di lunghe escursioni in montagna. Nelle loro scorribande, partono anche senza prenotare, all’avventura. E i ragazzi, oggi già giovani padri a loro volta, li hanno ripagati, dandosi al volontariato internazionale. Me ne parlano con un cauto orgoglio, di questi figli, temendo che professarne le virtù sia sconveniente. 

Chiudono parecchi tabaccai oggi? Quanti i Sali e tabacchi rimasti? Su web, per città e provincia se ne elenca una novantina. Un mio amico ricco, con figlio refrattario agli studi, tempo fa pensava di aprirgli una tabaccheria per sistemarlo. Idea fondata? Se continuano ad aumentare i prezzi, diminuiscono le vendite di tabacco? Sì, certo, mi rispondono, ma il calo viene supportato dai flussi turistici, sempre rigogliosi. 

Il fumo non manca di confondersi colle note musicali. Semplici canzoni, come Smoke gets in your eyes scritta nel 1933 da Jerome Kern, e portata al successo mondiale dai Platters nel 1958. Anche Mina, nel corso nel suo articolato repertorio, lo ha cantato in Portati via nel 2005, firmata da Stefano Borgia dall’attacco sensuale confezionato su di lei: “E mentre brucia lenta questa sigaretta/Io sto seduta qui, che non ho fretta/Ti ascolto, dimmi, tanto è come l’altra volta/Facciamo pace a letto e non dentro la testa”. L’aveva già fatto nel 1966 in Fumo Blu, arrangiamento di Augusto Martelli, in cui risuonano parole come “Fumo blu, fumo blu/ Una nuvola e dentro tu/ E poi e poi/ Se un uomo sa di fumo/ Ma sì, ma sì/ È veramente un uomo/ E io t’amerò/ Finché vorrai”, votandosi in tal modo a frizioni colla censura in quanto inno alla connessione tra copula e tabacco. Ma anche la musica alta si annette il fumo. Georges Bizet nella sua Carmen del 1880 esalta la protagonista sigaraia, inebriante come la fragranza del suo sigaro. Johann Sebastian Bach, molto legato alla sua pipa di ceramica, scrive nel 1725 una cantata, Pensieri edificanti di un fumatore di tabacco.

La tabaccheria ripresa dal sottoportico

Ora, il politicamente corretto, la cultura della cancellazione, in certi eccessi ridicola, la pur nobile crociata delle fonti rinnovabili e l’utopia legittima della transizione ecologica, tutto ciò rende inattuale un simile orizzonte agiografico nei riguardi del fumo, divenuto apologia di reato. Il cosiddetto tabagismo, vizio meno reclamizzato rispetto ad altre sudditanze, dalle droghe e dall’alcool al gioco d’azzardo, oggi tende a essere trattato come malattia, dipendenza fisica e psicologica. A farne un’implacabile risonanza, la sigaretta contiene catrame, con circa 4800 sostanze dannose, tra cui il monossido di carbonio e soprattutto la nicotina. Quest’ultima, giunta al cervello, ne stimola le cellule liberando dopamina e noradrenalina oltre ad agire nelle regioni cerebrali le quali controllano il piacere. Nel frattempo, il tutto aumenta la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa con il rilascio di glucosio, a favorire le prestazioni fisiche. A pagare purtroppo è innanzitutto il sistema cardiocircolatorio, dal momento che vengono danneggiati i vasi sanguigni, con derive quali ipertensione arteriosa, ictus, cardiopatia ischemica, e aneurisma. A sua volta, il monossido di carbonio, formato dalla combustione della sigaretta, toglie ossigeno al nostro sangue. Tra le infinite conseguenze nocive, i medici ti avvertono che il novanta per cento delle neoplasie maligne polmonari è causato dal fumo di sigaretta ritenuto allo stesso tempo la causa più importante di induzione della broncopneumopatia cronica ostruttiva (ne sa qualcosa mia moglie, che pertanto ha smesso una sola volta e per sempre) e dell’enfisema polmonare. Faceva meno danni il tabacco, senza dubbio, nel lontano passato quando veniva assorbito per naso, pizzicato con mosse rococò dagli astucci, importato dalle colonie americane, e prima di diventare industria nel secolo XIX°. Di conseguenza, lo si coltiva su scala industriale arrotolando le foglie dentro la famigerata carta, miscelandolo con vari additivi chimici, più che mai tossici.  

Ma, allo stesso tempo, la nicotina determina piacere, agevola la concentrazione, riduce l’ansia. Da qui, la fatica di smettere, in quanto insorgono subito i tipici sintomi da astinenza. Nove anni fa, uscito dall’operazione dei by pass, e dalla sala rianimazione di una clinica milanese, per qualche giorno ho provato una felicità selvaggia, prigioniero di un’euforia inspiegabile. Sono sprofondato poi in una strana depressione, altrettanto assurda, per me fino allora inesperto di questa condizione. A uscire da quel groviglio di sensazioni, tra le carte rilasciate dall’ospedale mia moglie ha letto che mi avevano somministrato una morfina antidolorifica, subito dopo la complessa operazione. Dunque, nella lotta alle droghe non andrebbe sottovalutata la gioia pericolosa che i narcotici riescono a infondere.

Una decisa sterzata salutista si va man mano affermando. Che ne sarà delle tabaccherie? Negli ultimi anni si è verificata una decisa riduzione e poi abolizione degli spazi pubblici concessi ai fumatori. Ricordo che a New York ero costretto a fumare nella lavanderia dell’albergo, luogo abbandonato in quei tempi ai viziosi, assieme a portoricani e messicani. Come nelle salette blindate degli aeroporti. Insomma, è assodato, il fumo fa male e intossica il pianeta. “Non voglio prendere il cancro per colpa sua!”, mi ha gridato una sera una vecchia signora in un inglese tanto urlato che non riuscivo al momento a decifrare il messaggio. Stavo seguendo uno spettacolo teatrale all’aperto a Toronto, e la donna pareva però indifferente ad una macchina in sosta che faceva uscire gas a tutto spiano dal marciapiede vicino.   

The Runaway Jury, astuto romanzo di John Grisham datato 1996, si accentra nello scontro tra Multinazionale, ovvero i Big Four, il consorzio che unisce quattro aziende produttrici di tabacco, e un team di avvocati che intentano causa su istanza della vedova di un morto di tumore ai polmoni. 

Fin dal 2021 queste stesse multinazionali si dichiarano pronte a ritirare dal mercato del Regno Unito tutti i pacchetti di famosi marchi, da Marlboro a Merit, passando per L&M e Muratti. Al loro posto, ecco le e-cigarette o le varianti, quelle a riscaldamento del tabacco. Francesca mi spiega che le elettroniche sono richieste dai giovani per la varietà dei gusti, e per le seconde mi mostra le scatolette apposite e me ne spiega il meccanismo. Io ho divorziato per sempre dalle tabaccherie per cui non mi sono imbattuto in questi ultimi aggeggi, patetico compromesso tra Organizzazione mondiale della sanità colla sua annuale giornata senza tabacco, il mercato e la resistenza del cliente che non vuole ammalarsi. Ma in una statistica coeva, risulta che sono 11,6 milioni gli italiani fumatori, ossia il 22% della popolazione al di sopra dei quindici anni. In particolare, sette milioni gli uomini e 4,5 milioni le donne. Si segnala altresì che costoro sono in aumento. Ai margini, circa 1,7 milioni le persone in Italia (il 3,3 per cento della popolazione) consumano sigarette a tabacco riscaldato, triplicandosi però nei tre anni successivi. 

Chiedo con qualche affanno a Francesca e Gino se si rendono conto che lavorano e guadagnano con fabbriche del male, una sorta di piccola centrale atomica malfunzionante che produce disastri. Già. Gino e Francesca, tanto simpatici e bonari, provano per caso rimorsi per quello che vendono? Spacciatori istituzionali? Sullo sfondo si mostra ghignante lo Stato (come i ruffiani nei lupanari) che intasca percentuali su un prodotto che fa morire, e di cui loro costituiscono un mero tramite. Lei mi ribatte lucidamente che sono consapevoli di quest’ombra, ma ormai il loro è più che altro un servizio. Il negozio, tenuto aperto anche durante il Covid, serve anche per pagare le bollette, per ricariche, per gadget turistici. Ed è su quell’anche che intuiscono il loro riscatto etico. Quando a ludopatie, tengono solo il gratta e vinci, non più il lotto.  

Non sono mai riuscito a fumare fino in fondo. Tenevo il fumo in bocca, senza farlo scendere giù. Osservavo invidioso e ammirato mia moglie quando fumava, per imparare. Lei, mia maestra in questo, lei sì professionista, lunghe pause tra una boccata e l’altra, e la sentivi aspirare davvero. A un certo punto ho provato anche la pipa. Perché le eleganti buste di tabacco esalavano aromi meravigliosi. Imitavo così amici abili nel prepararsela e conservarla accesa. Ma ero negato. O mi bruciava presto in mano o mi colava dal bocchino una bava ripugnante. Parevo Magritte quando scherzava colle sue icone surreali a negare si trattasse di pipe. La cantano a darle voce, questa pipa, poeti come Charles Baudelaire e Tristan Corbière. 

Mio padre medico fumava le inglesi White horse, scoperte in tempo di guerra. A mia madre che lo rimproverava in quanto medico lui ribatteva che quando faceva autopsie capitavano polmoni rovinati in non fumatori e viceversa. Negava la scienza a difendere il suo vizio, imbarazzante precursore dei no-vax. Una mia cugina, Valeria Numerico, grande tabagista, nel 1993 ha pubblicato un suo Breviario del fumatore, pamphlet paradossale a difesa della nicotina, una pallida eco del monologo di Anton Cechov, scritto nel 1886, in cui il protagonista incaricato dalla moglie, direttrice scolastica, di tenere una lezione contro il fumo, si scatena in assenza della donna a parlar male di lei. E si potrebbero scomodare le celebri Confessions of an English opium-eater dell’inglese Thomas de Quincey del 1821. Ma si capiva, nello scritto della mia parente, che la partita dei tabagisti, non nella pratica ma nell’ideologia, era persa. 

Quanti soldi abbiamo buttato in fumo, prima di smettere! Mia moglie me lo ripete di frequente, indispettita: senza il nostro mezzo secolo di sigarette avremmo potuto comprarci la mitica casa in montagna. Dal canto suo Marx, deceduto nel 1883 a 65 anni per problemi pleuro-polmonari, precisava che Il Capitale non avrebbe ripagato nemmeno i sigari fumati durante la stesura. Ora che siamo vecchi, il reddito da pensionati è certo migliorato colla uscita senza più ripensamenti dal vizio/malattia da parte di entrambi. Per farne che? Pensiamo alle prossime badanti? Nel negozio di Gino e Francesca entro ormai solo per gli abbonamenti o i francobolli. Se chiedo sigarette, Marlboro rosse, spiego di farlo solo per un bravo moldavo, che ci fa ogni tanto lavori in casa. 

In tema di mano d’opera, ancora nel primo Novecento a Venezia c’era un grande tabacchificio, con migliaia di novelle Carmen. Perché alla Manifattura Tabacchi, attiva in Laguna sin dal 1786, lavoravano per lo più donne. Prima sede, alla Madonna dell’Orto, in Corte Gregolina, con annesso spaccio e poi, sempre a Cannaregio in Fondamenta de le Penitenti, fino all’ultimo trasferimento nella zona più occidentale della città, dietro Piazzale Roma tra il rio delle Burchielle e le fondamenta di Sant’Andrea. Agli inizi del Novecento erano circa 1200 le donne che vi lavoravano, orari durissimi, perquisizioni corporali per evitare furti, divieto di cantare…Nel 1887 il filantropo conte Giustinian aveva fatto aprire in compenso un asilo “per lattanti e slattati” nei pressi della fabbrica, in modo che le tabacchine potessero accudire i figli durante le pause. Da loro proveniva Anita Mezzalira, attiva a 15 anni, antifascista e sindacalista, nel 1948 primo assessore donna della storia del Comune di Venezia. Una loro battuta ricorrente “fora dae bae” derivava dalle palle di pietra, un tempo poste in cima alle due colonne del cancello di ingresso alla Manifattura. Chi si presentava in ritardo, dopo la chiusura del cancello, restava in effetti “fuori dalle palle”.

Nel 1867 esce Fumo, romanzo di Ivan Sergeevič Turgenev. Qui, il titolo viene usato quale metafora diffusa nelle pieghe del testo circa il vuoto e la vanità della vita per il protagonista. Inconsistenza che dilaga pure ne Il codice di Perelà, favola allegorica del 1911, ristampata nel 1954 come Perelà uomo di fumo, di Aldo Palazzeschi. Un misterioso personaggio, fatto di fumo, per trentatré anni vissuto in un camino, fa in tempo a conoscere il plauso e poi l’odio del mondo prima di dissolversi nella nuvola filtrata dalla cappa di un altro comignolo. Potremmo rileggere questo testo ascoltando l’aria, parola giusta, “Un bel dì vedremo levarsi un film di fumo”. Così canta nel secondo atto dell’opera pucciniana, al debutto nel 1904, e a lei intitolata, su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, la povera Madama Butterfly nella sua patetica e vana attesa del ritorno del crudele tenente Pinkerton. Anche noi finiremo in un fil di fumo, se solo ci azzardiamo a evitare il seppellimento. In fondo, colla sigaretta teniamo in bocca il fuoco, a distanza dalla bocca, ma pur sempre fuoco. L’idea della fine la butto fuori a liberarmene, quasi a contagiare gli altri nella paura, a condividerla con loro. Un tormentone nei miei vari ritratti. O no? Ma, certo, il destino di fumo irride le scadenze vicine, umilia le ambizioni residue. Vero, se la grande saggezza yiddish ammonisce beffarda che, non appena l’uomo progetta, Dio se la ride. 

I ritratti di Paolo Puppa

L’ultima sigaretta ultima modifica: 2024-05-01T20:09:36+02:00 da PAOLO PUPPA
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