Nel Sudafrica che fu di Mandela l’icona oggi è Winnie

Il gigante africano verso le elezioni del 29 maggio, in un clima di crisi e di crescente distanza dai tempi gloriosi della lotta contro l'apartheid.
FRANCESCO MALGAROLI
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Sinegugu Zukulu e Nonhle Mubthuma non sono persone note, sono loro però a volare in America in questi giorni per ritirare il Goldmam Environmental Prize per l’Africa. Il Daily Maverick ha raccontato la loro storia e la storia della Wild Coast, uno dei paradisi per la biodiversità. Loro hanno avuto un ruolo centrale nel fermare l’inevitabile scempio. “Sono oscurantisti”, ha inveito la Shell tentando di mettere lo zampino sulle risorse naturali. Peraltro, il ministro dell’energia si è lavato le mani e non ha nemmeno chiesto un parere alla popolazione interessata.

In Sudafrica forse si dovrà tener conto anche di questo premio, nelle elezioni del 29 maggio.

Un poster contro la Shell nel periodo di lotta contro l’apartheid

Nelle ultime rilevazioni sulle intenzioni di voto, secondo l’agenzia Ipsos, l’African National Congress (Anc) è intorno al quaranta per cento, più di dieci punti in meno del 2019 e con il pericolo di una coalizione con altre formazioni.

Il 10 maggio di trent’anni fa Nelson Mandela fu eletto primo presidente sudafricano nero. Man mano però che i capi di stato si succedevano il loro grado di consenso diminuiva. Ora l’umore sembra essere plumbeo. L’Anc (e il suo governo) è scosso da faide, camarille, tangenti e Cyril Ramaphosa, attuale inquilino di Tuynhuys, ha solo intaccato la superficie. 

Invece, come in una saga dai colori sbiaditi, il presidente a meno di un colpo di scena dovrà fare i conti contro il cattivo per eccellenza, l’ex capo presidente, Jacob Zuma, fino all’anno scorso uno dei pesi massimi dell’Anc. Reo di tutti i mali, e i fatti sono lì a confermare, JZ ha sette vite (e forse anche più), e adesso aizza le folle con un suo personale partito. Secondo i sondaggi prenderà voto a sinistra e non all’Anc – forse non arriverà al dieci per cento. Eppure con un risultato assai magro per il governo, Zuma sarà ancora una volta un ago difficile da togliere.

Si narra soprattutto nelle township che la stragrande maggioranza è arrabbiata. Mandela, condannato a vita e liberato dopo ventisette anni, nel 1994 si è venduto. Questo si dice da quelle parti.

Melanie Fourie Verwoerd (il nipote di Hendrik Verwoerd, maligno architetto dell’apartheid, era suo marito), afrikaner ripudiata dalla famiglia, è stata parlamentare con Mandela, ambasciatrice in Irlanda con Mbeki e ora editorialista per News24.com. Nonostante la corruzione che lei ha denunciato sin dall’inizio, punta i riflettori sui risultati ottenuti. In una conversazione qualche giorno fa ad Al Jazeera, dice che “nessuno aveva scommesso che qui si stava ottenendo un risultato meraviglioso… la fondazione di una Nazione esempio per tutti”.

Oggi si racconta invece di una Anc che ha fallito il compito assegnato. Eppure Mandela, dice con ragione Verwoerd, è stata la pietra su cui si sono scritti i primi capitoli del vero Sudafrica.

Una sostenitrice di Cyril Ramaphosa

Ramaphosa il 27 aprile, festa per la liberazione, ha elencato i progressi ottenuti in trent’anni. Sono tanti, ma sono niente per una Nazione in cui l’ottanta per cento delle ricchezze sono in mano al dieci per cento. 

È tra i primi sei paesi al mondo per la violenza contro donne e bambine (solo nel 2023 tra aprile e giugno ne sono state uccise 6228). Di sessanta milioni di anime, 18 milioni sono in condizioni di estrema povertà. Certo ci sono neri miliardari, come il capo dello stato. Con un sistema di quote, una parte sta meglio, ma la disoccupazione tra i giovani tra 15 e 24 anni è oltre il sessanta per cento, dice una ricerca David Everatt, dell’Università di Johannesburg. L’Anc invece di proporre soluzioni concrete si limita a una generica “opportunità per i giovani”.

“Il nostro 2024 è il vostro 1994”,  dice una maglietta che fa pubblicità a uno dei partiti che cercano visibilità e voti.

Ultime recite de “The Cry Of Winnie Mandela” al Market Theatre, il dramma di quattro donne, moderne Penelope, che hanno come modello di riscatto Winnie Mandela.

I morti come sempre parlano. In un pezzo sul Financial Times si prende di petto Nelson Mandela allora santo, ora quasi demonio, e l’ex moglie Winnie Madikizela-Mandela, adesso eroe di un popolo senza diritti. “Una libertà senza un potere economico non è libertà” dice al quotidiano londinese un uomo nato nel 1994, uno dei “nati liberi”. Per lui, è Winnie la risposta giusta. “L’Anc è visto come un partito che piace ai bianchi e alle multinazionali”, indica al quotidiano Joel Modiri, dell’Università di Pretoria. In sostanza, Mandela si era allineato al neoliberismo ortodosso che va a pennello per Washington, Winnie no. La Madre della Nazione, all’estero è ancora associata al ‘collare di fuoco’, le uccisioni e la violenza, in patria è diventata un’icona della rivoluzione incompiuta.

Sono stridenti le foto del Primo e Terzo (o quarto o quinto) mondo gomito a gomito, ville da favola e catapecchie maleodoranti a Johannesburg o Città del Capo o Durban, una strada, un parco o campo da golf a dividere un unico universo. Ora dal pantheon dei vincitori è Winnie a incendiare l’immaginario della rivolta.  

Nel Sudafrica che fu di Mandela l’icona oggi è Winnie ultima modifica: 2024-05-02T19:44:32+02:00 da FRANCESCO MALGAROLI
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