Maestranze e maestrini del cinema italiano

Alessio Barbazza
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Ai David siete tirchi, potevate darci due statuette […] Il lavoro dei costumisti è valutato come quello delle vetriniste e delle domestiche.

L’acceso intervento del costumista veneto Sergio Ballo, da anni collaboratore di Marco Bellocchio e vincitore del David per Rapito, assieme alla collega Daria Calvelli, è girato molto in questi giorni sui social. Una parte dell’opinione pubblica l’ha accolto come un discorso “ribelle”, liberatorio e fuori dagli schemi, altri l’hanno visto come una critica anticlassista infarcita di classismo e, forse, anche di logiche piuttosto patriarcali.

In un misto di confusione ed emozione, Ballo ha denunciato la scandalosa mancanza di riguardo degli organizzatori del David di quest’anno, un passo falso destinato a finire nelle pagine nere di quello che è considerato il premio Oscar tricolore, l’idea di premiare le “maestranze” lontano dal palco, accanto a un’anonima scalinata nei teatri di posa di Cinecittà, relegando in secondo piano, rispetto alla triade di produttori, attori e registi, tutti quei ruoli sul set forse meno celebri, per il grande pubblico, ma che in realtà contribuiscono in maniera determinante alla realizzazione e spesso al successo di un film: scenografi, truccatori, costumisti, montatori e così via. Il nostro Cinema nazionale non deve proprio alla sapienza di queste maestranze quella che è stata la sua età dell’oro? Non deve a loro se Cinecittà è tornata a essere attrattiva per le major hollywoodiane e non solo? Un film come C’è ancora domani, cosa sarebbe stato senza il lavoro filologico di una maestra della scenografia come Paola Comencini?

Paola Comencini seduta, al centro tra i “candidati scenografia”

L’indignazione delle maestranze ha fatto notizia solo per un po’. Si è privilegiato, sui media, la polemica sulle vittorie, assegnate o mancate, nelle diverse categorie. Certo, il modo in cui sono stati completamente snobbati due film meravigliosi come Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti e La Chimera di Alice Rohrwacher, a cui sono andati anche i complimenti dal palco di Justine Triet, vincitrice della categoria miglior film straniero con Anatomia di una caduta, lascia spiazzati. Polemiche, a ben vedere, sterili, se non si considera che i criteri di assegnazione dei premi sono dettati da logiche prevalentemente “di botteghino”. Il David di Donatello non è certamente un festival di cinema indipendente.

Andando oltre le polemiche contingenti, questa edizione dei David offre spunti interessanti sullo stato di salute del nostro Cinema.

La categoria degli esordi alla regia non ha mai goduto di grande popolarità, eppure rappresenta una delle particolarità più interessanti dei David di Donatello. L’idea di dare spazio anche agli esordienti, aiutando i lavori più meritevoli a raggiungere una discreta esposizione mediatica e commerciale, appare davvero come un approccio degno di nota. Un modo per costruire di anno in anno le future generazioni del Cinema italiano. Questa però è la teoria. Nella pratica ci si trova di fronte a una rosa di sei candidati, tutti già affermati nel settore o figli d’arte, con un’età media di quarantasette anni. Paola Cortellesi (vincitrice), Giuseppe Fiorello, Giacomo Abbruzzese (forse il meno noto al grande pubblico, ma già ampiamente riconosciuto e premiato a livello internazionale), Michele Riondino e Micaela Ramazzotti. Candidature legittime, trattandosi a tutti gli effetti di veri e propri esordi alla regia. Fuori discussione il talento della Cortellesi, come anche lo straordinario Rapito del maestro Bellocchio, ma non si tratta forse di una scelta autocelebrativa, ennesima testimonianza della struttura gerontocratica dell’industria culturale italiana? Se invece si tratta di una scelta ben fondata, essendo effettivamente i lavori migliori prodotti da registi esordienti nel corso dell’anno, forse allora c’è la necessità di un’analisi ancora più profonda. Il sottotesto che emerge, senza dover nemmeno scavare troppo a fondo, è che alla fine, nel Cinema italiano, l’unico modo per emergere sono le conoscenze personali, il potere mediatico o l’essere nato nella “famiglia giusta”. Non c’è spazio per i giovani artisti in questo mondo chiuso e autoreferenziale. Non certo una bella vetrina per un’industria così in crisi come la nostra. Perché non dare realmente spazio alle novità, ai giovani? Perché non svecchiare questa macchina ormai arrugginita?

Questo è quello che davvero colpisce di questi David di Donatello. L’immagine, messa in bella mostra, di un’industria cinematografica vecchia, ancorata a certezze che si stanno rapidamente sgretolando, non più in grado di decifrare quella che è la nuova visione popolare della cultura. Una manifestazione che si vanta, sul palco, del proprio legame con Sanremo, mettendo alla conduzione, tra l’altro, proprio Carlo Conti, che di quel festival della canzone ha diretto alcune delle edizioni più noiose degli ultimi anni.

Già l’inizio della cerimonia, con quel connubio tra Fellini e Mahmood che poteva in realtà rappresentare un esperimento postmoderno particolarmente interessante, si è trasformato nell’ennesima passerella nazionalpopolare non richiesta e, soprattutto, del tutto slegata dallo spirito dei David.

I “vertici” del nostro Cinema continuano a vedere gli spettatori italiani come ignoranti, che accettano, e anzi bramano in massa, qualsiasi porcheria gli venga proposta. Gli italiani delle canzonette e dei cinepanettoni. Invece gli scarsi risultati al botteghino per le decine di film mediocri dei soliti volti noti, opposti al successo, se non di incasso, quantomeno di critica internazionale per opere di rottura come C’è ancora domani, La Chimera o Il sol dell’avvenire, sembrava aver dato uno scossone al settore. Non ci si può più nascondere, solamente, dietro le difficoltà dello streaming, dei costi dei biglietti, della scomparsa dei cinema cittadini. Il pubblico italiano non va più in sala perché è stanco di essere trattato da stupido, vedendosi servita la solita minestra riscaldata.

Sembrava che fosse arrivata una cesura, un segnale che indicasse la luce in fondo al tunnel di questa crisi profonda in cui da anni brancola la nostra cinematografia. Un segnale che, tuttavia, sembra, per l’ennesima volta, non essere stato colto. Perché invece di impantanarci nell’inutile inseguimento del modello americano, non ci ispiriamo a quel Cinema europeo e transalpino, sempre più solido e che da anni tenta, inutilmente, di tenderci la mano?

Al di là delle polemiche, questa deve essere la chiave di lettura con cui analizzare i David di Donatello: uno sguardo sulla vetrina non solo dell’industria cinematografica italiana, ma anche sull’idea stessa di cultura del nostro Paese. Uno sguardo che, ancora una volta, non sembra scorgere indizi di un possibile cambio di rotta. Dalla notte del Cinema alla notte del privilegio e del vecchiume. La notte dei morti viventi.

Maestranze e maestrini del cinema italiano ultima modifica: 2024-05-06T17:48:19+02:00 da Alessio Barbazza
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