Come uomini delle caverne, invisibili nel cuore di Trieste

“Invisibili”, reportage dal Silos di Trieste, è il titolo dell’esposizione composta da foto di Barbara Zanon, in corso alla sede veneziana di Emergency.
BARBARA MARENGO
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Barbara Zanon, fotogiornalista veneziana, vive tra Venezia e Trieste, dove si è scontrata con la dura realtà dei profughi che vivono nel Silos: una realtà drammatica che Zanon ha voluto presentare al pubblico attraverso una serie di fotografie che dal 10 maggio al 13 luglio sono esposte da mercoledì a sabato (h 11-18) presso la sede di Emergency a Venezia, alla Giudecca. 
“Invisibili”, reportage dal Silos di Trieste, è il titolo dell’esposizione composta da foto a colori di grande formato, uno schiaffo che mostra cos’è oggi la situazione e l’accoglienza di chi come profugo giunge in Italia attraverso la crudele rotta balcanica, proveniente da Paesi come Afghanistan, Pakistan, Iran, Siria. Paesi dei quali tutti conosciamo le emergenze sociali ed economiche.

Barbara Zanon racconta la sua visita all’ex Silos, di proprietà di Coop Alleanza, luogo centralissimo a un passo dalla stazione ferroviaria, occupato illegalmente dai migranti, abbandonato da anni, dove approdano e stazionano gli infelici che da mesi, se non da anni, sono in viaggio per raggiungere un futuro degno di essere vissuto lontano da miseria, persecuzioni, guerra, mancanza di libertà e fame.
Zanon ha così intrapreso questo viaggio verso gli inferi triestini, situazione sconosciuta agli abitanti stessi della bella città, con esclusione delle numerose associazioni di volontariato, dalla Diocesi ai privati, che si adoperano per curare, assistere, nutrire e offrire un minimo conforto a schiere di migranti.

Caritas, Linea d’Ombra, i “nonni” Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir che ogni giorno offrono cure mediche ai profughi, Mediterranea Saving Humans e altre ONG si mobilitano anche da fuori regione per fornire cibo, assistenza medica e psicologica, abiti, a qualche centinaio di persone, soprattutto giovani uomini, che si rifugiano nella fatiscente struttura del Silos abbandonato. Di tale situazione drammatica si è fatta testimone Zanon, che ha potuto visitare con un interprete per un’ora tale enorme spazio pieno di immondizie, dal tetto sfondato e senza pareti, dove sotto tende precarie trovano rifugio coloro che sono riusciti a passare i confini, e a sfuggire ai controlli delle frontiere soprattutto di Bosnia Erzegovina. Le poche donne che riescono ad arrivare scampando la tratta della prostituzione o la morte, sono ospitate in strutture di assistenza della Diocesi con pochi posti, ma almeno sono protette.

Sono circa cinquanta le persone che ogni giorno scendono la montagna carsica verso Trieste, racconta Barbara Zanon, molte delle quali tendono a ripartire verso altri Paesi. Il Silos, senza servizi igienici né acqua corrente né tanto meno riscaldamento, è – come possiamo immaginare conoscendo il clima di Trieste – luogo di estrema emergenza per chi ci vive, enorme, dove in tende di fortuna dormono centinaia di persone. Ho fotografato le attività dei volontari del centro diurno, che io sappia l’amministrazione cittadina non partecipa ai progetti di assistenza: adesso dovrebbe essere in via di preparazione un centro fuori città, un campo scout che potrà ospitare forse duecento persone, mentre nel Silos ce ne sono anche cinquecento. Situazione che dura da anni. Entrare nel Silos è esperienza che cambia profondamente la vita.

Le fotografie illustrano la vita quotidiana di questi esseri umani che cercano di sopravvivere aspettando permessi, documenti, riconoscimenti di status, e intanto con la legna accendono fuochi per cucinare, mentre una trentina di medici volontari, in uno stanzino di due metri per tre curano ferite, morsi di topi, fratture procurate da cadute o botte inferte durante il viaggio.

Il Silos è un edificio molto grande, su due piani, e per giungere al secondo piano bisogna arrampicarsi per arrivare ad una pavimentazione pericolante cosparsa di veri e propri crateri, dove piove anche quando la pioggia è finita, poiché quel che resta del tetto fa da serbatoio. La popolazione del Silos varia, da settanta a qualche centinaia di uomini soprattutto giovani, le foto parlano da sole, si cammina su strati di immondizie.

Nel centro diurno ogni giorno i volontari danno lezioni di italiano, racconta Barbara mentre illustra le foto a un pubblico attento e sensibile, stupito da tale situazione che in realtà è presente in molte città italiane. Venezia ne è in parte esente, anche se in città esiste una rete di assistenza e case di rifugio per giovani.

Gli ultimi restrittivi provvedimenti legislativi non aiutano certo a lenire la situazione drammatica dei profughi, protagonisti infelici sia della rotta del sud del Mediterraneo che di quella balcanica: per ora ogni settimana la polizia entra nel Silos per identificare le persone, che sono poi lasciate nel Silos stesso.

Manca una programmazione da parte della giunta di centrodestra guidata da Roberto Dipiazza – dice Stefania Porchia di Mediterranea – e si vive nell’emergenza, basterebbe una politica lungimirante di spostamento, perché chi ha diritto di rimanere dovrebbe essere ospitato in luoghi organizzati. Certo che Trieste non è in grado di assorbire il continuo flusso di persone perché mancano le strutture. Stiamo parlando di poche centinaia di persone, che potrebbero essere ospitate nell’ex mercato coperto, chiuso da anni, che la precedente amministrazione aveva individuato come zona di accoglienza, con bagni e servizi. Progetto per ora bloccato, ma la settimana prossima è in programma una visita da parte dei consiglieri comunali di opposizione.

Gli abitanti di Trieste, afferma Zanon, forse non hanno ben presente la situazione, conoscono il fatto che il Silos sia abitato da profughi ma pensano sia gestito dall’amministrazione, con bagni e servizi, anche se i profughi sono ben visibili proprio nella centrale zona della stazione. Venezia per Trieste è una delle associazioni che organizza aiuti per gli ultimi del Silos con una rete che comprende anche “Fornelli resistenti” che da Treviso si è espansa a varie città e che il due giugno a Trieste radunerà con l’organizzazione di Mediterranea gruppi di cittadini che porteranno cibo in piazza.

Il futuro del Silos come edificio è incerto, la zona centralissima è ambita e soggetto di molti progetti: uno di questi è il recupero del porto vecchio, una zona che va dalla stazione ferroviaria fino a Barcola, finanziato dal PNRR. 

Assieme alla mostra dedicata agli Invisibili, si può assistere alla proiezione di tre documentari sulla rotta balcanica girati da Pif per la trasmissione Rai “Caro Marziano”.

Come uomini delle caverne, invisibili nel cuore di Trieste ultima modifica: 2024-05-11T09:36:51+02:00 da BARBARA MARENGO
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