Pedro Sánchez nelle urne catalane

Dopo aver evocato le dimissioni e tenuto col fiato sospeso la Spagna Sánchez irrompe nel voto catalano e toglie la scena al ritorno di Carles Puigdemont
ETTORE SINISCALCHI
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La Spagna procede a tappe serrate la sua marcia elettorale verso le elezioni europee di giugno. Dopo il voto basco ora tocca alla Catalogna, col ritorno di Carles Puigdemont. Sarebbe il centro della questione, l’ex President ricercato dalla giustizia spagnola si ripresenta come candidato, ma, nel frattempo ci son stati cinque giorni di passione, dopo che Pedro Sánchez ha, ancora una volta, rovesciato il tavolo. 

Mercoledì 24 aprile il presidente del governo aveva cancellato la sua agenda e scritto una “lettera alla cittadinanza”, comunicando l’apertura di un periodo di riflessione per capire se “vale la pena” proseguire l’impegno di governo. Sconcerto, incertezza, mobilitazione, in cinque giorni in cui la Spagna si è trovata davanti all’ipotesi delle dimissioni. 

Ha reagito così a una denuncia dell’associazione di destra Manos limpias (Mani pulite) contro la moglie, Begoña Gómez, segnalando le manipolazioni giornalistiche e l’uso politico della giustizia. L’accusa a Gómez è di tráfico de influencias, l’uso illecito di informazioni o relazioni privilegiate, relativamente a un prestito che il governo spagnolo concesse alla compagnia aerea in crisi Air Europa nel 2020. Il tutto è basato su articoli di stampa, ripetendo un copione consueto. Lunedì 29, ha comunicato che sarebbe rimasto, “con maggiore impegno se possibile per continuare nella rigenerazione democratica”

La Lettera alla cittadinanza che Pedro Sánchez ha pubblicato sul suo profilo ex-Twitter il 24 aprile

L’inusuale gesto risponde alla recrudescenza della guerra sporca della politica. Testate digitali, in genere per nulla affidabili ma a volte anche più autorevoli, lanciano scoop su presunti illeciti o scandali, associazioni di destra presentano denunce, giudici aprono fascicoli che, a volte, diventano procedimenti che la stampa “autorevole” rilancia. Carburante per titoli, talk-show, dichiarazioni politiche e interventi parlamentari. Alla fine, in genere, tutto si archivia, o finisce in un nulla di fatto. Ma intanto qualcuno ha capitalizzato il processo, influito su un voto, levato di mezzo o creato un problema a un avversario.

Ci sono di mezzo poteri deviati degli apparati di sicurezza dello stato, il flusso di denaro che le amministrazioni locali garantiscono alle testate, quando non le controllano direttamente decidendo le nomine di aziende radiotelevisive pubbliche autonomiche, e una politica senza scrupoli che pratica la delegittimazione dell’avversario e disconosce le sconfitte politiche e elettorali.

È il lawfare, l’uso della giustizia a fini politici. Che si serve della disinformazione ma anche di pedinamenti e intercettazioni illegali, di produzione di false prove e documenti. 

Vittime principali di questo meccanismo sono stati Podemos, politici indipendentisti, coi loro legali e famigliari, e imprenditori catalani, nell’Operazione Catalogna, ma anche esponenti del Pp nell’ambito di lotte intestine. L’ex sindaca di Barcellona, Ada Colau, è stata denunciata più volte da associazioni legate a settori imprenditoriali danneggiati dalle politiche di governo della città. Mónica Oltra, dirigente di Compromís e ex portavoce della Comunità valenziana, dovette abbandonare la politica per la falsa accusa di aver protetto l’ex compagno coinvolto in un caso di abuso su minore. Adesso è toccato a Sánchez, alla sua famiglia e al suo Psoe, che quel termine, lawfare, ha sempre avuto difficoltà a pronunciare.

Pochi giorni fa, il giudice Manuel García-Castellón ha reso pubblico, per scadenza del segreto istruttorio, l’archivio di registrazioni dell’ex commissario José Manuel Villarejo, mantenuto nel cassetto per due anni senza aver svolto nessun approfondimento. Vi si scopre tra l’altro che già nel 2014 questi proponeva al viceministro degli Interni, Jorge Fernández Díaz, di colpire Sánchez attraverso il padre di Begoña Gómez, con l’accusa di gestire un giro di prostituzione in saune di sua proprietà, facendo già allora il nome di Manos limpias come burattino dell’operazione. Un piano, nelle parole di Villarejo, per “uccidere politicamente” Pedro Sánchez. Villarejo è la figura centrale delle Cloache dello stato, i settori deviati dell’apparato di sicurezza, artefice anche, su mandato dell’allora governo Rajoy, dell’Operazione Catalogna

La mossa di Sánchez ha dinamitato la campagna catalana, iniziata durante i cinque giorni di aprile. Nel breve periodo pare aver funzionato, Sánchez ha mostrato la sua forza personale, compattato partito e militanza, reso evidente l’appoggio di cui gode a sinistra, i sondaggi danno in crescita i socialisti sia nel voto nazionale che in quello catalano. Ma nel medio periodo ci sono rischi. Sul piano internazionale, le evocazioni di instabilità non sono mai apprezzate. Ha personalizzato e questo crea problemi agli alleati che devono evitare la marginalità. Sumar e Podemos, con toni diversi ma perentori, lo invitano a materializzare la “rigenerazione democratica” evocata. Tanto rumore per nulla è uno scenario che non può permettersi. Yolanda Díaz lo ha sfidato a derogare finalmente la Ley mordaza, la legge-museruola, il duro regolamento dell’ordine pubblico criticato anche da Onu e Ue. Dovrà quindi sostanziare quanto predicato nell’azione di governo, occupandosi di giustizia, ordine pubblico e informazione, temi delicati e sempre difficili da maneggiare.

Tornando alla Catalogna, domenica si vota e torna Puigdemont. Che non torna, perché ha stabilito il suo quartier generale nel sud della Francia, in Occitania: potrebbe essere arrestato non appena calpesta il suolo spagnolo mentre la sua condizione di eurodeputato fa sì che le polizie europee, pur sollecitate dal Tribunale supremo, rispondano che non lo trovano, quando rispondono. Però si è impegnato a tornare. Vedremo. 

È una campagna elettorale diversa dalle ultime. Di indipendenza praticamente non si parla. Casa, lavoro, siccità sono al centro dei timori dei catalani. Viene evocato un referendum, legale, non si propongono più atti unilaterali. Ho tornerem a fer, molto usato dalle parti di Erc, “Siamo più preparati allo scontro con lo stato” (Puigdemont), sono slogan per irretire e motivare l’elettorato indipendentista più convinto, che in parte si è astenuto nelle ultime tornate elettorali, ed è tentato anche da nuovi attori — l’estrema destra indipendentista —. Esquerra republicana de Catalunya (Erc) e Junts hanno in testa il dopo-voto, il gioco delle alleanze, con un occhio al governo di Madrid, che sta su grazie a loro. Si alza il tono ma, alla fine, nessuno chiude con nessuno. La normalizzazione impressa dall’amnistia ha cambiato il paesaggio. Il risultato è aperto.

Un’ottima analisi della media dei sondaggi la fa Kiko Llaneras, ingegnere che di dati e cifre si occupa per El País.

In questo filo sull’ex-Twitter ci sono la media dei sondaggi, i seggi, le possibili alleanze di governo.

Il Partit dels Socialistes de Catalunya (Psc, federato al Psoe), è dato nettamente in testa, in crescita rispetto al 2021, quando già fu primo partito ma non riuscì a governare e partì la giunta Erc-Junts. Non è detto che ci riesca neanche questa volta. Un governo Psc-Erc, con l’eventuale apporto dei Comuns se necessario, o una rinnovata unità indipendentista fra Erc, Junts e la Cup, che viaggia sui cinque seggi, sono le due alternative in campo, con la prima più probabile.

La battaglia nell’indipendentismo nelle scorse elezioni era stata vinta da Erc. Uscita Junts dalla maggioranza, il President Pere Aragonès ha scontato una legislatura bloccata da un governo monocolore molto di minoranza che dipendeva dai voti altrui. Nei sondaggi prima del voto voto erano appaiati ma la candidatura di Puigdemont ha cambiato le cose, col sorpasso di Junts. Erc si consola pensando che sarà l’ago della bilancia, necessaria sia al Psc che a Junts per governare. Aragonès ha fatto sapere che in quel caso non ci sarà, sarebbe “lesivo dell’istituzione un ex-presidente come vice”, ma resterebbe a guidare un’eventuale opposizione — o un ritorno alle urne.

Il quadro indipendentista è complicato da altre due liste, Aliança Catalana (Ac), partito di estrema destra che governa Ripoll, cittadina in provincia di Girona, e Alhora, formazione della ex ministra dell’educazione della Generalitat con Puigdemont, attualmente euorodeputata di Junts, Clara Ponsatì. La prima rappresenta una componente sinora sotto traccia del Proces, il nazionalismo indipendentista di estrema destra. Iperliberista, hispanofobo e xenofobo, potrebbe ottenere fino a quattro seggi. La seconda vuol dar voce all’elettorato disilluso del fallimento dell’Indipendenza e che vuole continuare a crederla possibile, e difficilmente avrà un seggio. Entrambe, però, sottraggono voti a Erc e Junts.

Per Erc è difficile controbattere Puigdemont, che rifiuta il confronto e manda altri nelle tribune elettorali. Nella sua campagna mescola serenità e richiamo alla mobilitazione degli elettori indipendentisti delusi. Nel video elettorale celebra i fasti dell’indipendentismo; sorridente, sicuro, guarda la Catalogna dai Pirenei francesi, in un’autocelebrazione appena dissimulata: “Per qualcuno io sono il problema, per altri la soluzione. Ma queste elezioni non riguardano me. Riguardano noi”. Mentre Aragonès fatica a imporsi in quello che è ormai un duello fra Puigdemont e Pedro Sánchez.

El 12M va de nosaltres, va del que Catalunya necessita. I ho farem junts“. “Il 12 maggio ci riguarda, riguarda il futuro di cui la Catalogna ha bisogno. E lo faremo insieme”, è il titolo / slogan dello spot elettorale di Junts per Catalunya per Carles Puigdemont.

Sánchez si è stabilito in questi giorni in Catalogna, dove si è preso applausi, non fischi come in passato, visitando la Feria de Abril, oltre alle più prevedibili ovazioni nelle iniziative elettorali, comunque più affollate del solito. Sta battendo quello che era il cinturón rojo di Barcellona, ieri cintura di comuni operai attorno alla capitale, oggi, direbbe Sánchez, “de las clases media y trabajadora“. Il candidato Salvador Illa si avvantaggia dalla presenza del leader in una Catalogna che andrà al voto anche pro o contro Sánchez. 

Illa, da Ministro della Salute durante il convulso periodo della pandemia, si è costruito una figura affidabile, malgrado le tensioni politiche che ci furono. Il suo Psc può guardare a sinistra con Erc e i Comuns, a destra con Junts. Malgrado ciò sul voto incombe lo spettro della stallo e della ripetizione elettorale, se non si riuscissero a trovare i numeri.

Pedro Sánchez in un mercato di Tarragona l’ultimo giorno di campagna elettorale

L’ampliamento dell’aeroporto di Barcellona e la costruzione dell’Hard Rock Hotel, un mega impianto alberghiero e del gioco d’azzardo che il brand progetta di fare nei comuni di Vila-seca e Salou (Tarragona), sono l’asse strategica del patto del Psc con l’imprenditoria catalana. Un modello di sviluppo turistico criticato e considerato all’origine di molti problemi sociali e urbani. I Comuns sono radicalmente contrari e Erc è in imbarazzo davanti alla sua componente ecologista e a sinistra. l’Hard Rock dovrebbe attirare masse di giocatori, attivando un considerevole indotto di prostituzione, in Spagna consentita all’interno di locali dedicati. Non proprio un modello di turismo ambientalmente e socialmente sostenibile, che è al centro del programma reale del Psc. Piace a Junts, a cui Illa non chiude — un governo Psc-Junts è improbabile ma non da escludere — e al Partido popular (Pp), che potrebbe dare i suoi voti. 

Anche per il Pp di Albero Nuñez Feijóo è un voto importante. Crescere in Catalogna vorrebbe dire molto, con risvolti europei. Non a caso Manfred Weber, il presidente del Ppe, è venuto a dare il suo appoggio al Pp, l’occasione era la presentazione della candidata alle europee.

“In un momento come questo, in Francia, Germania o altri paesi europei, è impensabile che un primo ministro faccia mosse come questa. Dimostra che tutto si centra su di sé e non sul paese. La Spagna ha bisogno di un uomo di stato non di uno showman”

è la dura critica di Weber alla “pausa di riflessione” di Sánchez.

Tra i due non scorre buon sangue. Fu il veto spagnolo a impedire a Weber di ottenere la presidenza della Commissione europea, che andò a von der Leyen; Weber minacciò di varare una commissione d’inchiesta sull’amnistia — successivamente e per altre vie fu la Commissione di Venezia, tra i componenti Marta Cartabia, a sancire che il testo di legge rispettava il diritto europeo —; Sánchez lo ha attaccato direttamente nell’Aula dell’Europarlamento sul progetto di aprire alle destre; l’attivismo spagnolo sulla Palestina è malvisto dai tedeschi e da Weber.

Un Pp forte è fondamentale nel progetto di rompere l’alleanza Europea col Pse e aprire alle destre europee. Un buon risultato per Feijóo vuol dire crescere in voti, contendendosi il residuo elettorato di Ciudadanos con Vox, e respingere definitivamente il tentativo di sorpasso del partito di Santiago Abascal, anche per consolidarsi nel Pp. Una necessità che non fa moderare i toni ma li lascia nella vaghezza, visto che con Junts, a Barcellona come a Madrid, potrebbero esserci convergenze, quelle naturali tra le destre che il conflitto tra nazionalismi rende impossibili in questa fase.

Feijóo e Weber a Barcellona il 9 maggio, con la capolista alle europee del Pp, Dolors Monserrat; fonte Ppc

Comuns / Sumar prosegue la china degli ultimi voti. C’è ma non riesce a consolidarsi. Soffre, anzi, la concorrenza da sinistra di Sánchez che attira “voto utile” dalla sua sinistra, ponendosi come argine alle destre che concentrano su di lui i loro attacchi, guidando la critica europea a Israele per la condotta della Guerra di Gaza e promuovendo con Irlanda, Belgio, Malta e Norvegia il riconoscimento dello stato di Palestina, si propone come argine a tutte le destre, esaltando la funzione progressista del suo governo che opera “per la classe media e lavoratrice”. Una dinamica anche nazionale.

C’è tanta Spagna e tanta Europa in queste urne catalane. In un voto su cui pure incombe lo spettro della ripetizione elettorale, se i numeri non tornassero o se non si riuscissero a trovare accordi politici, che potrebbero richiedere profonde e non sempre assumibili forzature. Un voto, in buona parte, su Sánchez che coi suoi cinque giorni di aprile ha aperto una fase nuova. Nuova ma piena di rischi.

Immagine di copertina: comunicazione istituzionale elettorale della Generalitat catalana

Pedro Sánchez nelle urne catalane ultima modifica: 2024-05-11T10:45:45+02:00 da ETTORE SINISCALCHI
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