12 maggio 1974: i pistoleri e il divorzio

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Forse ha ragione chi sostiene che non si possano capire quegli anni se non li si è vissuti. Non si può comprendere, infatti, quell’impasto di follia, aspirazione rivoluzionaria, spensieratezza, rabbia, partecipazione politica e civile, meraviglia nell’animo e lotta, corale e senza esclusione di colpi, contro ogni ingiustizia e, soprattutto contro l’ordine costituito se si è nati e cresciuti in quest’epoca apatica, spoliticizzata e caratterizzata da un modello sociale, economico e di sviluppo aberrante. E non ci si può rendere conto nemmeno di cosa fosse lo sport, e in particolare il calcio, in quegli anni lì, ai tempi di Tutto il calcio e delle radioline, di “Scusa Ciotti” e “Scusa Ameri”, del campo principale e degli altri campi, degli arbitri vestiti di nero, delle squadre quasi interamente composte da italiani, perché da ormai otto stagioni erano state chiuse le frontiere agli stranieri, e del tifo, non più composto ma senz’altro appassionato, che caratterizzava le domeniche allo stadio. 

E così, la Lazio pistolera, in alcuni casi vicina ad ambienti di destra, assemblata con gli scarti altrui, divisa in due fazioni che si detestavano con accanimento e trascorrevano l’intera settimana a darsele di santa ragione, la Lazio del presidente Lenzini e di un santo laico di nome Maestrelli, con al centro dell’attacco un pazzo completo di nome Chinaglia, si aggiudicò il primo, storico scudetto avendo la meglio sulle corazzate del Nord e, per l’appunto, sul sistema, che non prevedeva, né tollerava, alcuna deviazione dall’asse Milano-Torino. Eppure, c’era stato il Cagliari di Riva nel ’70 e poi la Lazio, come detto, perché in quegli anni il sistema veniva contestato tanto da sinistra quanto da destra: era un assedio, al punto che il segretario del PCI, Berlinguer, aveva chiamato a raccolta ragazze e ragazzi del ’68, chiedendo loro di venire dentro e cambiare la struttura del partito, mentre Moro si interrogava, con la consueta lucidità, sulle evoluzioni del contesto sociale, accettando la sfida berlingueriana del compromesso storico per liberare l’Italia dalla palude del governismo democristiano, di cui pure era stato una delle massime espressioni.

Si dovrebbe parlare di calcio, avete ragione, ma nei Settanta vallo a stabilire il confine fra calcio e politica! Valla a scindere quella squadra innamorata tanto del pallone quanto delle pistole e dei locali dal clima di una certa Roma, diciamo così, un tantino discutibile! Vaglielo a dire, ancora oggi, a quei ragazzi quasi ottantenni che la loro è stata una semplice vittoria sportiva! Chiunque conosca la genesi e la poesia di quella compagine sa che non è così, non può esserlo. Quella Lazio appartiene a quel decennio: oggi sarebbe impensabile, come sarebbe impensabile la favola del Cagliari o quella del Toro di Pianelli e Radice, vincitori dell’ultimo scudetto granata nel ’76, ventisette anni dopo Superga, mentre la Juve affondava a Pian di Massiano nella prima fatal Perugia della sua storia (gol di Renato Curi, giusto per renderci conto di cosa stiamo parlando).

Tornando al ’74, a quella magnifica domenica di passione politica e civile, di sport e di vita, di destini che si incrociavano e di cambiamenti che sembravano a portata di mano, Chinaglia segnò su rigore la rete che valse lo scudetto biancoceleste, contro il povero Foggia che pure non ci stava a recitare la parte della vittima sacrificale, e i vari Frustalupi, Re Cecconi, Wilson, Pulici, Martini, Oddi, Garlaschelli, D’Amico e via elencando diventarono gli idoli della generazione che aveva deciso di mettere a soqquadro il mondo. Per assurdo, quel giorno all’Olimpico ebbe luogo quella che potremmo definire una “ricomposizione pasoliniana”. Pasolini, difatti, aveva sferzato da par suo i giovani che il 1° marzo del ’68 avevano acceso la miccia della contestazione italiana, schierandosi dalla parte dei poliziotti, figli del proletariato e della miseria, con indosso una “stoffa ruvida che puzza di rancio, fureria e popolo”, contro le “facce di figli di papà”, con “lo stesso occhio cattivo”. Una lotta di classe al contrario, dunque, in cui, a suo dire, i ricchi e i piccoloborghesi avevano torto pur avendo ragione e i miserabili, per cultura ed estrazione, avevano ragione pur avendo torto. Ebbene, se lo scudetto cagliaritano targato Riva e Scopigno aveva consentito alla Sardegna di entrare in Italia (parola di Brera) e quello torinista del ’76 avrebbe incarnato la vittoria della generazione ribelle, dei suoi miti e dei suoi riti, il tricolore laziale del ’74 costituiva l’apoteosi dei ragazzi venuti dalla polvere, destinati a inseguire un pallone o, magari, proprio alla divisa, con sguardi da celerini, una visione del mondo assai simile ma, al tempo stesso, un senso di giustizia e di uguaglianza che rendeva possibili miracoli oggi impossibili. 

Era l’Italia di mezzo secolo fa, con le sue stragi, le sue bombe, le sue enormi ingiustizie, il suo sangue, i suoi morti, i suoi scontri, la sua furia ma, al contempo, ancora animata dalla voglia di credere in qualcosa. Era l’Italia in cui “la ragione – per citare Vecchioni – non sta sempre col più forte”. Era l’Italia in cui gli ultimi potevano diventare i primi, almeno per una domenica di gloria, ovviamente imperitura. Era l’Italia dei giovani e delle donne, dei diritti che entravano in Parlamento e della Costituzione che entrava nelle fabbriche. Era l’Italia prima dell’omicidio di Pasolini. Era l’Italia che aveva già conosciuto l’orrore di piazza Fontana ma non ancora quello di piazza della Loggia e di ciò che ne è seguito. Era l’Italia, insomma, in cui si scendeva in piazza, si gridava, si manifestava, ci si stringeva gli uni agli altri e ci si sentiva ancora una comunità: sugli spalti come nelle urne. 

Cinquant’anni: tanto è trascorso da allora. Cosa siamo diventati?

12 maggio 1974: i pistoleri e il divorzio ultima modifica: 2024-05-12T14:45:37+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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