1965, la rivolta nei campus contro la guerra in Vietnam

Attualità di una corrispondenza di Gianfranco Corsini nei giorni caldi della contestazione studentesca e del coinvolgimento nella protesta di docenti e intellettuali.
GIANFRANCO CORSINI
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Il 1965 è l’anno, in America, dell’assassinio del leader nero Malcom X, delle marce da Selma a Montgomery che segnano la storia del movimento per i diritti civili degli African American, della rivolta nel ghetto di Watts, Los Angeles, e delle proteste nei campus contro la guerra in Vietnam, con il coinvolgimento di docenti, intellettuali e artisti.

Gianfranco Corsini, corrispondente dagli Usa di Rinascita, dà conto del fermento in corso quell’anno, che crescerà fino a diventare uno dei fattori determinanti della fine del conflitto vietnamita. Un testo che non suggerisce analogie con la protesta in corso negli atenei statunitensi e di tutto il mondo e che tuttavia propone una serie di punti che aiutano a riflettere anche sulle vicende attuali.

La corrispondenza che segue appare nel numero di maggio 1965 del supplemento mensile di Rinascita, Il Contemporaneo.


Il più drammatico evento per l’opinione pubblica degli Stati Uniti in tempi recenti, e una prova della sua indipendenza e imprevedibilità, è stata l’elezione presidenziale di Harry Truman nel 1948. Drammatica perché quasi universalmente imprevista: e prova della volontà indipendente dell’elettorato perché i mezzi di comunicazione di massa erano largamente contro la sua elezione e lo avevano detto ripetutamente. Indicativa della imprevedibilità dell’opinione pubblica perché virtualmente tutti i pronostici scientifici o di altro tipo sono crollati dinanzi ai fatti.

Così scriveva Charles Wright Mills nel 1950 in un saggio rimasto inedito fino alla sua morte – e ne traeva la conclusione che anche negli Stati Uniti esisteva una “opinione pubblica”.

Tuttavia – egli aggiungeva – con lo sviluppo dei mass media si è pensato spesso, e con ragione, che il formale diritto di esprimere opinioni politiche liberamente e pubblicamente, [in modo da influenzare o determinare il corso di una politica] non significa sempre ciò che significava una volta.

A partire da questa considerazione generale il noto sociologo americano incominciava a elaborare quelle idee sulla società di massa che avrebbero costituito lo sfondo di tutte le sue susseguenti teorizzazioni, e delineava le caratteristiche di un nuovo pubblico che “agisce ma solo per acclamazione, per plebiscito”.

Malgrado ciò, Charles Wright Mills vedeva ancora, al di fuori dell’area monopolizzata dai fabbricanti di opinione, la sopravvivenza di centri autonomi di elaborazione di idee che, attraverso i loro portavoce, erano capaci di creare una “contropressione” tale da annullare addirittura la pressione dei mass media in date circostanze. L’elezione di Truman, infatti, gli forniva un esempio probante in tal senso.

Dopo la fine del maccartismo, negli anni di crisi della guerra fredda, osservando i mutamenti in corso nella società americana, Mills concentrava la sua attenzione sul mondo culturale e nel 1960 credeva già di vedere, “tra i lavoratori della cultura una sotterranea ripulsa dell’ideologia ufficiale e un’ansia di parlare come lavoratori culturali, come scienziati e studiosi” che li spingeva all’azione.

Siamo in un tempo nel quale il potere dell’intellettuale è diventato potenzialmente grandissimo – scriveva Wright Mills in “The Causes of World War lll” e aggiungeva – a questo punto della storia umana il ruolo degli intellettuali potrebbe diventare cruciale… Se noi in qualità di intellettuali, scienziati, uomini di chiesa non rendiamo disponibili – negli organi di formazione dell’opinione pubblica ai quali abbiamo accesso – critiche e alternative, abbiamo scarso diritto di lamentarci del declino di un genuino dibattito e della passività del pubblico stesso.

Era un appello alla ribellione, contro i cliché della guerra fredda, quello che Mills rivolgeva nel 1960 alle élite intellettuali americane.

Oggi ci troviamo improvvisamente, negli Stati Uniti, dinanzi a eventi che sembrano confermare alcune delle intuizioni di Weight Mills. La “protesta” contro la guerra in Vietnam si è diffusa con rapidità e vigore proprio all’interno di quei gruppi sociali che egli aveva visto come veicoli di radicali mutamenti nell’orientamento dell’opinione pubblica, e come strumenti della sua liberazione dalla schiavitù dei mass media. La presente “rivolta” degli intellettuali americani non è solo senza precedenti, ma sta assumendo dimensioni che la impongono all’attenzione di tutto il mondo.

Non è facile dire come ha avuto inizio, né dove, e sarebbe difficile caratterizzarlo “ideologicamente”, ma è presente e attiva in quasi ogni Stato e articolata e bellicosa, e costituisce senza dubbio uno dei problemi attuali della Casa Bianca.

Si sa che essa coinvolge oltre duecento college e università, che abbraccia decine di migliaia di studenti, oltre diecimila professori, quasi ventimila esponenti delle varie chiese e centinaia dei più importanti artisti, scrittori e uomini di cinema e di teatro degli Stati Uniti. Decine di migliaia di dollari sono stati spesi per la pubblicazione di appelli quotidiani, per l’organizzazione di riunioni, per la marcia dei giovani a Washington e per il grande teach-in svoltosi nella capitale federale il 15 maggio. I contribuenti sono stati gli stessi protagonisti e nel giro di pochi mesi la “ribellione” è diventata notizia.

Il discorso sulla “nuova sinistra” (in un senso diverso da quello europeo e più vicino alle ipotesi di Mills) è aperto sui quotidiani, sui periodici politici, sui settimanali illustrati e sulle riviste di cultura; i teach-ins sono divenuti per il New York Times oggetto di cronaca quotidiana.

Delle squadre di funzionari governativi viaggiano da una università all’altra per rispondere alle critiche e nell’aprile scorso il segretario di Stato ha dedicato un discorso agli oppositori intellettuali accusandoli di dire “assurdità sulla natura della lotta nel Vietnam” e di “ignorare ostinatamente la verità dei fatti”.

Il 9 maggio circa ottocento docenti di alcune delle più grandi e famose università americane gli hanno risposto dalle colonne del Times in termini inequivocabili.

La situazione nel Vietnam solleva serie questioni morali, e non solo questioni diplomatiche e tattiche. Come nazione abbiamo una immensa potenza: tollerare che essa sia usata temerariamente e barbaramente significa mettere in pericolo le intere fondamenta della leadership americana.

Sia noto al governo e ai nostri compatrioti che ci opponiamo alla disastrosa politica dei bombardamenti nel Vietnam del Nord. Il proseguimento della politica attuale rende impossibile per i russi e gli americani di continuare a parlare di pacifica coesistenza… I cittadini devono levare la loro voce su questioni di politica nazionale. Noi non ci lasceremo intimidire da accuse di ingenuità o di mancanza di lealtà.

In questo brano della risposta a Rusk troviamo tutti i motivi caratteristici dell’attuale protesta: innanzitutto il tema fondamentale della difesa del prestigio nazionale, al quale si intreccia il rifiuto – dal punto di vista “morale” – della violenza militare, quindi la riaffermazione della necessità della coesistenza e infine dell’aperta rivendicazione del diritto dell’opinione pubblica e del cittadino a mettere in discussione la politica del governo e a proporre, come indicava Mills, delle alternative razionali. Posto in tali termini il problema non può essere affrontato dal potere mediante l’instaurazione di “un nuovo maccartismo” (come ha suggerito il Christian Science Monitor). Al contrario – per usare ancora le parole del giornale conservatore di Boston – quando le truppe degli Stati Uniti nella Repubblica Dominicana si aggiungono all’allargamento della guerra nel Vietnam, una sfida al ruolo di gendarme internazionale assume connotati patriottici simili a quelli di coloro che approvano tutto quello che fa Johnson”.

Per la prima volta, dunque, il dissenso aperto può essere definito patriottico e difeso come tale, né trovano fondamento le accuse di coloro che lo attribuiscono a “umanisti” privi di una adeguata conoscenza dei “fatti”.

La realtà è che tra coloro i quali hanno messo in discussione le fondamenta dell’attuale politica estera americana, vi sono uomini che in altri tempi sono stati funzionari del governo o studiosi che hanno dedicato gran parte del loro lavoro all’analisi dei problemi specifici del Sud-est asiatico e dell’America latina.

Basterebbe citare (accanto ai senatori come Fulbright, Mansfield, Church, McGovern, Gruening, Aiken, ecc)  l’ex ambasciatore in India Galbraith, l’ex ambasciatore a Mosca Kennan, l’ex consigliere della Casa Bianca Benjamin V. Coen, l’illustre esponente del Centro di Washington per le ricerche di politica estera Hans J. Morgenthau, l’autore della Storia della guerra fredda, D. F. Fleming, il collaboratore di Humphrey John P. Roche, l’esperto Edmund Club, autore del recente XX Century China, i membri dell’Associazione per gli Studi Asiatici, il presidente dell’Associazione sociologica americana Peter M. Sorokin e il direttore dell’Istituto per lo studio del comportamento nazionale Bernard S. Weiss.

Né si deve dimenticare che l’azione contro la politica nel Vietnam aveva preso le mosse fin dai tempi di Kennedy e si è sviluppata e intensificata parallelamente al deteriorarsi della situazione, spesso in maniera spontanea e diretta, in forme che hanno assunto ben presto caratteristiche del tutto nuove e originali. Il primo pubblico appello firmato da sedici personalità accademiche e o religiose era apparso nel 1963. Entro il maggio del 1964, cinquemila docenti universitari avevano firmato un manifesto di SANE (l’organizzazione per “una sana politica nucleare”, che aveva svolto la vasta campagna a favore del Trattato di Mosca); il 19 febbraio scorso SANE aveva lanciato lo slogan ”l’America deve decidere tra la guerra totale e la tregua negoziale“; il 28 febbraio il Comitato universitario di protesta per la guerra nel Vietnam aveva diramato a nome dei college di New York, la sua “lettera aperta al Presidente Johnson” e poco dopo, su iniziativa dell’Università del Michigan – e poi di Columbia – avevano avuto inizio i teach-ins.

Si era dovuto coniare un termine nuovo per questa singolare manifestazione e lo spunto era stato offerto non casualmente dai sit-in degli integrazionisti nel sud.

Il primo maggio seguiva l’appello delle università della zona di Boston e quindici giorni dopo a Washington la nazione intera, attraverso radio e televisione, poteva seguire il grande teach-in nazionale di Washington al quale partecipavano centinaia di professori provenienti da ogni stato e uno stuolo considerevole di esponenti governativi incaricati da Johnson di rispondere alle loro obiezioni. Un mese prima ventimila studenti avevano pacificamente invaso la capitale per una giornata di protesta dinanzi alla Casa Bianca, mentre sedicimila esponenti di tutte le chiese chiedevano pubblicamente la fine dei bombardamenti e la pace nel Vietnam.

Questi sono i dati scheletrici della “protesta” intellettuale tuttora in corso negli Stati Uniti, alla quale si accompagnano altre manifestazioni di tipo più radicale di cui sarebbe azzardato sopravvalutare le proporzioni. Il vero fatto nuovo è la scossa che improvvisamente pervade il mondo accademico e studentesco dopo un lungo periodo di apatia e la dimensione insolita del suo movimento.

È interessante che proprio in questi giorni sia apparso un libro di Christopher Lasch, The New Radicalism in America 1889-1960: The Intellectual as a Social Type), nel quale si esamina in modo acuto la disperazione che caratterizza il radicalismo americano intellettuale nel periodo preso in considerazione e il “senso di futilità” delle manifestazioni intellettuali di dissenso in “un gigantesco paese nel quale il dibattito politico è dominato dagli organi di comunicazione di massa e nel quale l’opinione pubblica, male informata e perfino deliberatamente deviata, sembra al tempo stesso priva di potere quando si tratta di persuadere il governo a seguire una politica più liberale, e onnipotente, quando si tratta di spingerlo a seguire una politica ancora più illiberale di quella in atto, (come nel caso di Cuba).

La questione è sempre quella posta a suo tempo da Wright Mills: l’integrazione, cioè, dell’intellettuale nel sistema, e la difficoltà di liberarsi della sua morsa.

Il radicalismo americano – ha scritto Alfred Kazin, proprio a proposito del libro di Lasch – è ciò che la società americana, la società di massa, e lo Stato onnipotente, hanno fatto e stanno facendo dei nostri intellettuali.

Lo ha ripetuto anche Sartre di recente. Ma sarà sempre così?

La crisi morale prodotta dalla questione del Vietnam in seno alla comunità intellettuale americana, in proporzioni così vaste, sembra giustificare l’interrogativo. E la risposta non è facile. Da un drammatico confronto con una nuova realtà potrebbe nascere la “nuova sinistra”, intravista e auspicata da Wright Mills, ed è sintomatico che essa si affacci alla ribalta sulla scia delle emozioni causate dal movimento per i diritti civili e della guerra vietnamita. In questa convergenza, che più tardi varrà la pena di esaminare, si può vedere il seme di quel riscatto morale al quale aspira un notevole gruppo di intellettuali, di studenti e di scienziati americani i quali cercano di opporsi ai cliché patriottardi e al pregiudizio il “ruolo della ragione” indicato da Mills come componente fondamentale della nuova “immaginazione sociologica”.

1965, la rivolta nei campus contro la guerra in Vietnam ultima modifica: 2024-05-14T20:58:33+02:00 da GIANFRANCO CORSINI
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