Andrés Iniesta, il Gaudí del calcio

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Don Andrés da Fuentealbilla, provincia di Albacete, ne compie quaranta, e avrete già capito che stiamo parlando di Iniesta, il faro del centrocampo del Barça vincitutto di Guardiola e Messi nonché simbolo imperituro di una squadra che si è sempre considerata “més que un club”. Se il fenomeno argentino era il tenore che rubava la scena con la sua classe immensa, don Andrés, al pari del collega Xavi, costituiva infatti l’essenza del guardiolismo. Non a caso, il Vate di Santpedor, pur avendo dato spettacolo ovunque e riprodotto il proprio credo al cospetto di altre platee, non meno esigenti di quella catalana, non è mai riuscito a incantare come allora: non perché gli mancasse un terminale offensivo all’altezza ma perché non aveva a disposizione un simile Gaudí nella zona nevralgica di ciascuna compagine. Peccato per lui che l’unico che gli somigli un po’ vesta i panni del rivale di sempre, e parliamo ovviamente del croato Modrić, l’unico nelle cui movenze e nelle cui intuizioni fulminanti rivediamo il genio dell’architetto del quadriennio magico, colui che si prendeva la squadra sulle spalle anche nei momenti peggiori, la bandiera mai ammainata, l’ultimo ad arrendersi e senz’altro il più rapido a capire che, dopo un decennio di dominio planetario, il ciclo delle meraviglie era ormai giunto al termine. 

Per noi cresciuti a pane e splendore, con ancora negli occhi i virtuosismi di quei dispensatori d’incanto, vedere il Barcellona attuale è quasi una sofferenza. Proviamo, difatti, una fitta al cuore ogni qualvolta ci si para davanti un gruppo di ragazzi che, per carità, ci prova a onorare la storia e la leggenda di una società inimitabile, talvolta ottenendo anche dei buoni risultati, ma proprio non ha nulla a che spartire con la poesia pura di cui Iniesta era il regista, l’anima e l’ispiratore. Quanto a Xavi, attuale timoniere blaugrana, crediamo che se non è riuscito a dare il massimo, pur amando ed essendo amato alla follia da quell’ambiente, sia perché, proprio come noi, è stato costantemente assalito dal morso della nostalgia. Ce lo immaginiamo mentre siede in panchina, tormentato dai ricordi di quando a centrocampo duettava con l’amico Andrés e insieme davano vita a un ricamo che non aveva nulla a che vedere con la razionalità, essendo lirica, arte, magia, un qualcosa che non si può descrivere a parole e che per comprenderlo fino in fondo bisogna averlo vissuto. 

Ora don Andrés raggiunge la boa dei quaranta, e non osiamo nemmeno immaginare quanti rimpianti susciti il solo pronunciare il suo nome nei sostenitori dell'”esercito disarmato della Catalogna”, che oltretutto da anni sono costretti ad assistere, inermi, allo strapotere madridista in Spagna e in Europa. 

Visitai Barcellona nel 2009, pochi mesi prima, che il “Pep team” sbancasse l’Olimpico contro il Manchester United di sir Alex Ferguson e si aggiudicasse il primo grande trofeo di un’era che per definirla adeguatamente bisognerebbe prendere in prestito le riflessioni di Gramsci in merito all’egemonia culturale.

La Catalogna era in estasi in quell’avvio di primavera di tre lustri fa, quando già si intuiva che i funamboli di Pep fossero pronti a vincere tutto e la città si preparava, sorniona, a esplodere di felicità.

Ricordo le atmosfere della “Rosa de foc”, la città anarco-socialista per eccellenza, che era come se volesse riscattare i torti subiti in passato, bombardamenti nazi-fascisti del ’38 compresi, in una miscela di indipendentismo, progressismo declinato in chiave moderna e romanticismo in versione contemporanea, come se Pep fosse stato chiamato sulla panchina del Barça per mandare in soffitta il cinismo di Mourinho e archiviare, almeno momentaneamente, l’illuminismo pallonaro che aveva caratterizzato il primo decennio del nuovo secolo. Pep come il viandante sul mare di nebbia di Friederich, dunque, una sorta di novello Byron, un irredentista dallo stile inimitabile, un Manzoni senza don Abbondio, un Giuseppe Verdi che sostituisce il coro del Nabucco con l’assolo di un mingherlino di Rosario destinato a conquistare ben otto palloni d’oro. E poi, come detto, c’era lui, don Andrés, che sembrava uscito dalla penna di Cervantes ma non lottava contro i mulini a vento bensì per l’affermazione, potremmo dire la rinascita, di un club che ha sempre saputo coniugare ambizioni globali e rivendicazioni territoriali. 

Don Andrés, dal canto suo, ha reso possibile l’impossibile, ripetendosi con la Nazionale e mettendo a segno il gol della vittoria contro l’Olanda nella finale dei Mondiali del 2010. Non solo: è diventato un idolo per chiunque, avendo dedicato quel gioiello all’amico Dani Jarque, scomparso l’anno precedente in circostanze tragiche, che prima di andarsene era stato il simbolo dell’Espanyol, storica avversaria del Barcellona in un derby fra i più impari in assoluto. 

Non c’è molto altro da dire su questo demiurgo che ha edificato in campo la sua Sagrada Familla, peraltro completandola, e non ha mai smesso di coniugare estasi e pragmatismo, passione e saggezza, virtù individuali e successi collettivi. 

Quaranta, don Andrés. Quanta malinconia se ripensiamo a quei giorni, alle tue giocate, alla nostra incredulità e, più che mai, alla meraviglia dei nostri vent’anni ormai perduti!

Andrés Iniesta, il Gaudí del calcio ultima modifica: 2024-05-14T19:59:46+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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