La “city” della Serenissima

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Pisa, XII secolo. La potente repubblica marinara, i cui vascelli solcano il Mediterraneo carichi di seta, spezie e tinture, si trova al centro dell’Europa medievale, ma la Zecca stenta a coniare una quantità di moneta sufficiente a soddisfare i cittadini, i bisogni dei mercanti e del commercio marittimo. È qui – nella città di piazza dei Miracoli, dell’Opera del Duomo, di Fibonacci e delle scuole di abaci – che ha inizio la storia della moneta di banca. In Moneta e promesse. Sette storie di banchieri che hanno plasmato il mondo moderno [Rizzoli] Paolo Zannoni, insider finanziario di lungo corso, ci mostra come regimi diversi – democrazie federali e parlamentari, imperi e regimi rivoluzionari – nel corso dei secoli abbiano tutti collaborato con le banche per raggiungere i propri obiettivi, stringendo di volta in volta lo stesso accordo: scambiare il debito pubblico con quello degli istituti bancari. Per questo, in ogni luogo e in ogni tempo, le banche hanno sempre conservato una posizione privilegiata. Sette capitoli, sette momenti storici, sette luoghi per indagare il complesso rapporto che lega istituti bancari e Stati: dal rione di Rialto nella Venezia del XVII secolo alla nascita della Banca d’Inghilterra, dal regno di Napoli alla Russia bolscevica, dalla Rivoluzione americana all’Ecu de Marc, l’antenato dell’euro, una valuta privata capace di circolare in tutta l’Europa premoderna e moderna. Ma “Moneta e promesse” fa di più: ci offre una chiave per interpretare il presente, spiegandoci, tra le altre cose, perché non dobbiamo stupirci quando uno Stato salva una banca in crisi. Basandosi su fonti conservate negli archivi di Venezia, Napoli, Philadelphia, Medina del Campo, Pisa e nei caveaux della Banca d’Inghilterra, molte mai consultate prima d’ora, Zannoni ci aiuta a comprendere che cosa la banca è e che cosa fa, riservando un’attenzione particolare alla natura del debito bancario. [da Rizzoli]

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore pubblichiamo brani tratti dal secondo capitolo del libro, “Notizie da Rialto.

Moneta e promesse sarà presentato a Venezia mercoledì 22 maggio. Dialogherà con l’autore Alessandro Profumo. Condurrà l’incontro Paolo Bricco. Saluti introduttivi di Gabriele Galateri di Genola. [La casa di The Human Safety Net, Procuratie Vecchie, piazza San Marco 128, Venezia]

Venezia ha stupito, stupisce e stupirà sempre. Proprio come la città, anche la storia della banca e della moneta, lì, si fa sorprendente: un dedalo di salizzade, calli e rami che si apre su scorci straordinari e piazze luminose. In La morte a Venezia Thomas Mann immagina che il protagonista, Gustav von Aschenbach, arrivi in città da lontano e osservi stupito «l’abbagliante insieme di fantastiche costruzioni». Venezia ci sorprenderà così come sorprese Aschenbach; anche se noi non la scopriremo da lontano ma dall’interno, dal suo centro, dal cuore della città e degli affari: Rialto. 

Rialto è uno dei rioni più antichi della città di Venezia. Giù dal ponte, sulla riva sinistra del Canal Grande, c’è una piccola piazza, Campo di San Giacomo di Rialto. Campo San Giacomo non ha niente di grandioso: qui non siamo in piazza San Marco o nella Venezia di Thomas Mann, dai grandi hotel e dall’«audace e sorprendente bellezza». La piazza ha un aspetto dimesso – portici stretti, una piccola fontana e, sul lato orientale, la minuscola chiesa di San Giacomo, che dà nome alla piazza. Malgrado la modestia del suo aspetto, Campo San Giacomo occupa un posto speciale nella storia. Questo luogo incredibile è stato un tempo un cuore finanziario che pulsava ben oltre la Repubblica: Wall Street e la City di Londra compresse in poche decine di metri. Era qui che si facevano gli affari; qui che si trovava il fulcro del commercio locale e internazionale, delle importazioni e delle esportazioni; era qui che i mercanti negoziavano i loro scambi, mentre banchieri e cambiavalute li finanziavano da dietro a banchi concessi in affitto dalle autorità cittadine. All’epoca, Campo San Giacomo era anche luogo di intrighi, pettegolezzi e notizie. Nel Mercante di Venezia, Solanio chiede a Salerio: «Notizie da Rialto?».Non è un caso: Rialto era il luogo dove tutto accadeva. 

Il Banco giro in Campo San Giacometto, Acquaforte di Giambattista Brustolon (1716/1718 – 1796): incisore; Giovanni Battista Moretti (1700- 1761): inventore; Giovanni Antonio Canal (1697/ 1768): pittore. Museo civico di Belluno. Immagine di copertina: Gabriele Bella, Banco giro di Rialto, 1779/1781, Pinacoteca Querini Stampalia.

[…] Venezia era una repubblica governata da un’oligarchia della ricchezza mercantile e finanziaria. Trovare capitalisti a cui piacciano le tasse è raro e i governanti di Venezia non facevano eccezione: odiavano tassare tanto se stessi quanto i propri concittadini, così per finanziare lo Stato preferivano ricorrere al debito. La Repubblica iniziò a indebitarsi a lungo termine nel 1164, con prestiti che di volontario non avevano nulla. Lo Stato stabiliva la ricchezza imponibile dei singoli individui e, semplicemente, ne prelevava il due o il quattro per cento. I prestiti erano a lunghissima scadenza, praticamente perpetui, e nessun cittadino si aspettava di vedersi restituire il proprio capitale. Ma i prestiti forzosi avevano un interesse di circa il cinque per cento, e garantivano un flusso di moneta per tutta la durata del prestito. I creditori/contribuenti potevano vendere la loro quota di debito pubblico sul mercato secondario. In questo modo potevano recuperare il capitale – tutto o in parte – oppure fare speculazioni. Nel complesso, per l’élite mercantile e per molti cittadini, il prestito forzoso allo Stato era molto più attraente che essere tassati. L’evasione era bassa e le entrate statali ingenti. 

In breve si sviluppò un mercato secondario delle quote di debito pubblico. Per coloro che ne acquistava- no in quantità – mercanti, imprenditori, banche – tali obbligazioni pubbliche divennero una popolare forma di investimento. I pochi registri che si sono conservati a Venezia mostrano che le quote dei prestiti alla Repubblica rappresentavano l’asset principale delle banche private della città: i prestiti forzosi furono una brillante invenzione, uno straordinario strumento finanziario per lo Stato. 

[…] Lo Stato veneziano usava la valuta bancaria in grandi quantità e la prendeva molto sul serio, supervisionando e monitorando con scrupolo le pratiche e i libri dei banchieri. Una legge del 1318 regolamentò il trasferimento dei debiti da un soggetto all’altro tramite annotazioni sui libri mastri delle banche: registrarvi informazioni false era punito severamente e i colpevoli erano perseguiti senza pietà dato che, in fondo, era come rapinare individui o imprese. I mercanti di Venezia, nel frattempo, approfittavano della comodità e dell’abbondanza di valuta bancaria, sempre pronti a scambiare i loro debiti con quelli dei banchieri. Nonostante le numerose regolamentazioni e restrizioni imposte dallo Stato, i bilanci delle banche crebbero rapidamente. 

Con il tempo, le banche divennero i pilastri dello Stato, e a raccontarci come ciò sia avvenuto è stato Domenico Malipiero, autore di una cronaca della storia di Venezia che copre gli anni dal 1457 al 1500. I suoi Annali veneti dipingono un quadro vivo e brillante degli eventi più significativi della Venezia di fine Quattrocento: storie di soldati di ventura e mercanti, di ammiragli e ordinari cittadini. Ma i veri eroi degli annali di Malipiero sono i banchieri. Secondo quanto scrive, la vita pubblica e le politiche veneziane si basavano molto sulle promesse di pagamento dei banchieri, al punto da definire il manipolo di testa delle banche – Garzoni, Lippomano, Pisani e Priuli –«i quattro pilastri del tempio». In poche parole, a Venezia lo Stato era sostenuto dalle banche. 

Malipiero aveva una certa tendenza all’iperbole, ma un’analisi della storia della Repubblica conferma la sua affermazione. 

Prendiamo per esempio la politica di difesa, funzione chiave dello Stato e sempre estremamente costosa: indipendenza e libertà si possono pagare con il sangue, ma le armi e gli uomini si pagano con la moneta. 

[…] Le promesse delle banche non servivano solo a pagare per la difesa di Venezia, ma venivano utilizzate da tutte le agenzie statali della Repubblica. Nella seconda metà del 1482 fu il Senato veneziano a indebitarsi con le quattro banche principali della città per 115.000 ducati. Una somma ingente, pari al dieci per cento della spesa pubblica annuale. La moneta di banco, dunque, non sosteneva solo la difesa ma contribuiva al benessere di tutta la città.

La “city” della Serenissima ultima modifica: 2024-05-16T17:33:49+02:00 da YTALI
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