L’origine del nostro scontento

Quanto sta accadendo nelle università degli Stati Uniti non è altro che un simbolo del degrado delle nostre democrazie e del processo di distruzione dell'università così come la conosciamo.
DIEGO E. BARROS
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In un gesto peripatetico, che ricorda quello del segretario di Stato Usa, il generale Colin Powell, quando mostrò all’Assemblea delle Nazioni unite una fialetta di sostanza bianca, lo scorso primo maggio il commissario del New York Police Department (NYPD), Edward A. Caban, ha brandito davanti alla stampa una catena e un lucchetto come prova, presumo, della presenza di biciclette nel campus della Columbia University. 

La conferenza stampa di Caban, affiancato dal sindaco della città, Eric Adams, è servita alle autorità newyorkesi per fare un bilancio delle loro due settimane di gloria e insistere sul fatto che entrambi gli oggetti erano una prova inconfutabile della violenza studentesca, in quanto erano stati usati per bloccare uno degli ingressi della Hamilton Hall, uno degli edifici in cui la polizia è entrata, pistola alla mano, davanti alla presenza indubbiamente minacciosa dei libri accatastati negli uffici di molti dei professori le cui porte hanno sfondato a martellate. Secondo loro, la catena e il lucchetto dimostravano la loro teoria della presenza di “agitatori esterni”, nonostante il fatto che lo stesso negozio dell’università li vendesse, a prezzo scontato, ai suoi studenti. 

È stato l’atto finale di mesi in cui le autorità politiche e accademiche e le forze di polizia di tutto il paese hanno combattuto e represso violentemente manifestazioni pacifiche e accampamenti di protesta. Questa repressione si è estesa anche ai professori universitari, senza dubbio i principali istigatori del crimine commesso dagli studenti, etichettati come privilegiati (studiano in università il cui tasso di selezione all’ingresso è solitamente inferiore al 10%, nel caso di università della Ivy League come la Columbia), sebbene la protesta si sia estesa alle università pubbliche di tutto il Paese. Sono anche inconsapevoli, se non direttamente ignari, della realtà del mondo – insisto, per essere accettati in un’università come la Columbia o Dartmouth, la stragrande maggioranza di questi studenti non è solo esemplare, ma brillante.

E, naturalmente, antisemiti e fedeli di Hamas. Compresi gli studenti ebrei che hanno partecipato alle proteste.

Questa successione di scenette poco divertenti, che avrebbe potuto sfiorare la tragedia, si è già trasformata in una farsa in cui testi accademici sul terrorismo vengono utilizzati come prova del presunto radicalismo degli studenti. In realtà, quanto accaduto finora non è che la punta di un iceberg di dimensioni colossali che riguarda non solo ciò che può rimanere della, un tempo onnipotente e orgogliosa (in generale), istituzione universitaria americana ma, come ad altre latitudini, la salute e la natura degli stessi sistemi democratici di cui godiamo e, ultimamente, cominciamo a soffrire. 

Le proteste, gli accampamenti e gli sgomberi stanno conquistando titoli e copertura mediatica (Dana Bash, sulla CNN, questa settimana è arrivata a dire che le università americane oggi sono come la Germania degli anni ’30) che farebbero arrossire la stessa FOX News nelle ore più basse della presidenza Trump, durante le proteste seguite all’assassinio di George Floyd per mano della polizia nel 2020. Siamo arrivati a questo punto dopo mesi di mobilitazioni e contromobilitazioni, più o meno rumorose, che cercavano di contestualizzare la situazione e i contorni di un conflitto che non è affatto iniziato con il terribile e deplorevole attentato perpetrato da Hamas il 7 ottobre. In tutti i casi, con pochissime eccezioni, la risposta è stata una versione anticipata di ciò che stiamo vedendo in questi giorni: bollare come antisemitismo qualsiasi accenno di critica alla sproporzionata risposta israeliana e reprimere e perseguire, giudiziariamente o accademicamente, chiunque osi alzare una voce discordante dal discorso ufficiale di incondizionata adesione alle azioni militari indiscriminate delle Forze di Difesa Israeliane (IDF).

Dal 18 aprile ci sono stati più di 2.000 arresti di studenti e professori in tutto il Paese. Annelise Orleck, 65 anni, docente al Dartmouth College (un’altra Ivy League) e direttrice del programma di studi ebraici – sì, studi ebraici – è stata arrestata il 1° maggio mentre proteggeva gli studenti dalla polizia che aveva preso possesso del campus. Anche la presidente del Dartmouth, Sian Beilock, come la sua omologa della Columbia, ha chiesto alla polizia di irrompere nel suo campus. Orleck, ebrea e stimata docente di storia americana, è stata sospesa per sei mesi dall’università che vanta la sua cattedra nella sua prestigiosa facoltà. È solo una tra decine di docenti.

Nelle settimane successive al 7 ottobre, la situazione cominciava a sembrare pericolosamente simile a quanto era accaduto nel Paese nei mesi successivi all’11 settembre 2001. Lo so perché alcuni dei miei studenti di origine palestinese, qualcuno dei quali con famiglia nella Striscia o in Cisgiordania, venivano da me per raccontarmi della loro preoccupazione, degli sguardi che sopportavano sul posto di lavoro o di come avevano iniziato a cercare di nascondere la loro etnia: “Per evitare problemi”. Lo shock e la paura iniziali sono stati presto superati dagli orrori provenienti dalla Striscia, sotto forma di immagini di bombardamenti su ospedali, ambulanze, scuole e università – ironia della sorte, a Gaza non è rimasta in piedi nemmeno un’università. E così sono iniziate le proteste che si sono concretizzate negli accampamenti e nelle occupazioni. La stessa Columbia ha sospeso mesi fa le attività di due gruppi studenteschi, Students for Justice in Palestine (SJP) e Jewish Voice for Peace (JVP), proprio per il loro coinvolgimento in proteste pacifiche. Nel caso di quest’ultimo, immagino, per il doppio crimine di essere ebreo e, secondo la tesi dominante, antisemita. Il caso è all’esame dei tribunali

Ora non c’è nemmeno bisogno di alzare la voce, perché indossare la kefiah (il tradizionale copricapo palestinese e del mondo arabo in generale) alla propria cerimonia di laurea è un’offesa sufficiente per essere espulsi dall’evento dalla polizia

Questa è l’America di Joe Biden, che il 2 maggio, con una dichiarazione pubblica che farebbe rivoltare nella tomba lo stesso Martin Luther King e il collega democratico John Lewis, morto nel 2020, ha affermato: “Il dissenso non deve mai portare al disordine”. In altre parole: protestare va bene, ma senza disturbare o infrangere la legge. E tutto ciò in un Paese in cui è impossibile iniziare un qualsiasi corso di base di Storia americana senza menzionare una sezione intitolata “Coloro che hanno infranto la legge” [Il riferimento è a eventi della storia Usa che vanno dalla ribellione contro la tassa sul tè, imposta dall’impero britannico alle colonie nel 1774, alle lotte per i diritti civili, come la disobbedienza di Rosa Parks del 1955 — Ndr ]. E lo si insegna con orgoglio. Anche.

Dalla sua “Lettera dal carcere di Birmingham” (1963) – probabilmente il suo testo più importante assieme al discorso sull’intervento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, pronunciato quattro anni dopo (dimenticate il famoso “I have a dream”) – Martin Luther King, Jr. ci sfida ancora una volta in questi giorni indicando proprio “il bianco moderato, che ha a cuore l’ordine più della giustizia; che preferisce la pace negativa, ossia l’assenza di tensioni, a una pace positiva, ossia la presenza della giustizia”.

Le immagini che provengono da alcuni campus come quello di Ole Mississippi sono in questo senso clamorose: la storia che fa le sue rime, come direbbe Margaret McMillan

I tanti strati della cipolla 

In mezzo al rumore, all’impotenza e alla rabbia, diventa necessario collocare ciò che sta accadendo in un quadro narrativo che va dal sacrosanto 1° Emendamento (libertà di parola e di manifestazione) alla cosiddetta indipendenza universitaria e alla libertà accademica (quella che negli Stati Uniti viene chiamata academic freedom), passando per una molto spinosa discussione sul concetto di “sicurezza” e al suo rapporto con il discorso pubblico.

Fin dall’inizio, gli appelli alla repressione fuori o dentro le università si sono basati sulla “sicurezza” come argomento principale. Ci si chiede quindi la sicurezza di chi, e soprattutto di che cosa. Certamente non di coloro che protestano, almeno di quella minima e necessaria per esercitare il loro diritto alla libertà di espressione. L’accanita difesa della libertà di parola nei campus è ciò che in ambito accademico chiamiamo “discorso extramurale”, e non sembra importare molto alle autorità universitarie o a gran parte dello spettro politico statunitense di questi tempi. È vero che tutte le università hanno dei regolamenti; è anche vero che questi regolamenti sono stati cambiati al volo per diventare una legislazione coercitiva da usare in modo aleatorio e selettivo. 

Considerando che da anni sia moderati molto liberali che lo schieramento conservatore gridano allo scandalo, accusando i campus universitari di “limitare la libertà di espressione” in nome della costruzione di “spazi sicuri”, l’argomento della sicurezza qui proposto è a dir poco sorprendente. Naturalmente, è impossibile non menzionare quel Baubau che chiamano “cultura della cancellazione”, la punta di diamante dei settori più conservatori nella loro guerra culturale contro tutto ciò che odora di sinistra.

Chi sta cancellando chi in questi giorni? Chi è al sicuro? Non vedo l’ora di leggere le migliaia di colonne che ci arriveranno. O anche no, naturalmente. 

La sicurezza è stata invocata anche per parlare del campus stesso, cioè della proprietà; le “finestre rotte”, ha detto Biden, dimenticando che le uniche finestre rotte nell’ormai famigerata “battaglia di Hamilton Hall” sono state rotte dalla polizia che, come è emerso, ha sparato almeno una volta all’interno dell’edificio. Vista la brutalità con cui la polizia americana si comporta, è quasi un miracolo che non abbiamo ancora dovuto piangere nessuna disgrazia.

C’è, ovviamente, la sicurezza di chi si muove nei campus, di chi vuole frequentare le lezioni, ma questa non sembra valere per i manifestanti, che pure protestano e lo fanno senza alcun problema. Infine, ma non meno importante, la sicurezza degli stessi studenti ebrei. Sebbene il termine “studenti ebrei” non debba essere usato in modo assoluto, dato che ci sono ebrei da entrambe le parti della protesta, dobbiamo dedurre che questa “sicurezza degli studenti ebrei” riguarda solo alcuni di loro. 

Gli studenti che si dicono minacciati – insisto, un’argomentazione retorica che, salvo rarissime eccezioni, non è stata suffragata da fatti – di solito sostengono che certe manifestazioni e atteggiamenti sono la causa della loro insicurezza. Che ci piaccia o meno, la libertà di espressione protegge (o dovrebbe proteggere) quelle espressioni che ci fanno sentire a disagio, purché non implichino minacce all’integrità fisica di qualcuno. 

Non è la stessa cosa dire “meriti di morire perché sei un ebreo e spero che ti uccidano”, una minaccia, quindi non protetta dalla libertà, che gridare “Palestina libera”, o chiedere la fine dell’occupazione e la cessazione degli insediamenti illegali, cosa che le stesse Nazioni Unite chiedono dal 1967, e che l’ambasciatore israeliano, in una dichiarazione tipica della follia in cui si è assestato l’Occidente, ha etichettato come “il centro nevralgico dell’antisemitismo internazionale”. 

Per quanto ci metta a disagio, nel mio caso per la stupidità intellettuale che denota, espressioni come “lasciateli tornare in Polonia” non sono (non dovrebbero essere) un motivo per sentirsi insicuri e, quindi, per limitare la libertà di chi le esprime.

Ho molta paura che siamo entrati in una spirale di irragionevolezza in cui tutti i ponti sono crollati. Il fatto stesso che siamo più a disagio per le proteste che per il genocidio in corso significa che non c’è un solo consenso rimasto dalla Seconda guerra mondiale che non sia stato fatto saltare. Possiamo solo guardare nell’abisso. E in questo, gli studenti che resistono alla polizia sono la nostra avanguardia. 

“Demilitarizzare le nostre università”, recita il cartello di una degli studenti che manifestano a New York / Álvaro Guzmán Bastida

La risposta quando si tratta di dare priorità alla sicurezza di chi e cosa è stata diversa e significativa. Dall’aperta ostilità della Columbia, dell’Università della Florida, dell’Università del Wisconsin, di Emory o dell’UCLA, dove studenti e professori sono stati sgomberati e arrestati con la complicità e l’aiuto di gruppi oscuri e di altri studenti, i famosi frat boys (membri di confraternite, quasi sempre studenti bianchi di classi agiate – guardate tutti i film universitari degli anni Settanta e Ottanta a partire da Animal House (1978), non potrete non notarli), ai tentativi di aprire canali di dialogo e comprensione, come nel caso dell’Università del Minnesota o della Cornell. Questo è anche il caso di due università elitarie come la Columbia, come la Brown e l’Università di Chicago, che hanno optato, in un primo momento, per consentire accampamenti sotto sorveglianza. Non è sfuggito a nessuno, però, che si tratta di una misura provvisoria e che queste istituzioni li elimineranno prima che possano rovinare le rispettive pompose cerimonie di laurea.

Sono i soldi, bellezza

Alla Columbia c’è una particolarità che non si estende necessariamente alla realtà di altri campus, anche se ci sono istituzioni in una situazione simile, più o meno elitarie che siano. Il cosiddetto “sistema universitario americano” ha poco o nulla a che vedere, ad esempio, con quello spagnolo e, per estensione, con quello europeo. Alle diverse divisioni in termini di livelli accademici, di ricerca e di bilancio, si aggiunge la componente che rende istituzioni come quelle citate, o altre simili come Harvard, Yale, Stanford, o la stessa Università di Chicago, più che centri educativi, aziende multimilionarie con un marchio (sempre associato all’eccellenza accademica) da proteggere. In breve: sono macchine per fare soldi in quantità industriale, il cui business non sono più tanto i loro studenti quanto i profitti gestiti nei fondi di investimento in cui mantengono le loro dotazioni multimilionarie (fondi di capitale permanenti che in qualche modo consolidano la continuità dell’istituzione). Nel caso della Columbia o della stessa Università di Chicago, il suolo. 

La Columbia è il più grande proprietario terriero privato della città di New York e come tale deve tutelare i suoi interessi e quelli dei suoi investitori (che chiama donatori), al di là di ciò che fanno quattro studenti più o meno impegnati (quasi sempre razzializzati) e due o tre dei suoi prestigiosi professori, che allo stesso tempo sono accusati di essere i responsabili di tutto questo, un ultimo aspetto di questa situazione che tratterò un po’ più avanti. 

Nei consigli di amministrazione di queste università siedono rappresentanti di aziende come Boeing, Microsoft, Google o Lockheed Martin, tra gli altri giganti (si noti che due di queste sono aziende con interessi nel settore delle armi), a cui dei sentimenti degli studenti o dell’università stessa dal punto di vista accademico non importa nulla o quasi. I presidenti, convertiti in CEO, sono quasi solo responsabili di far quadrare i conti. Sono focalizzati unicamente sulle operazioni in cui, come marca, è coinvolta la Columbia, non solo a New York – un’espansione immobiliare ad Harlem e in altre zone di Manhattan – ma anche in Israele, dove sta costruendo un campus a Tel Aviv, campus che ovviamente gli studenti palestinesi non potranno frequentare a causa del sistema di apartheid del Paese. Questa natura corporativa che ha corroso le istituzioni scolastiche americane ha a che fare in parte con il progressivo disinvestimento pubblico nell’istruzione intrapreso a partire dalla fine degli anni ’70, non da ultimo come punizione per il fatto che le università erano state il terreno di coltura delle proteste per i diritti civili e del movimento contro la guerra del Vietnam negli anni precedenti. Paradossalmente, sono state queste stesse istituzioni a incoraggiare e nutrire con orgoglio l’attivismo studentesco che ora condannano e reprimono. Un brillante editoriale del giornale della Columbia si chiedeva il 18 aprile: 

“Perché un’università che si vanta della sua “storia leggendaria” di attivismo studentesco di successo cerca di contenere e reprimere la mobilitazione studentesca? Perché la stessa università che capitalizza l’eredità di Edward Said e consacra “I dannati della terra” [Frantz Fanon] nel suo curriculum ha così paura di parlare di decolonizzazione nella pratica? Non è solo la commissione congressuale a controllare ogni mossa dell’amministrazione, sono gli studenti, i docenti, il personale e gli ex alunni che contribuiscono alla ricca eredità che l’Università continuamente elogia. Sono proprio queste manifestazioni studentesche e di protesta che un giorno saranno additate come esemplari della storia dell’attivismo della Columbia”. 

La stessa notte in cui la polizia di New York è entrata alla Columbia, su invito presidenziale e per la seconda volta in meno di due settimane, ricorreva il 56° anniversario di un’altra barbarie poliziesca. Quella volta il bersaglio era il movimento anti-Vietnam. Circa 700 studenti furono arrestati in un evento da cui, secondo il sito web della stessa università, “ci sono voluti decenni per riprendersi”.

Quello che gli studenti di tutto il Paese chiedono oggi (ci sono già quasi duecento accampamenti e proteste localizzate) alle università in cui studiano, alle quali pagano tasse universitarie molto alte e a volte anche l’affitto, è che smettano di investire il loro denaro e quello dei donatori, direttamente o indirettamente, nelle armi e nella copertura politica e argomentativa che hanno reso possibile la liquidazione di quasi 40.000 civili palestinesi nella Striscia. 

Chiedere che Israele fermi il genocidio non è una questione di attivismo politico, e nemmeno di ideologia, ma di pura umanità. Ma anche questo è stato buttato nel pozzo della nostra ipocrisia occidentale. 

Si fanno molti paralleli tra le proteste attuali e quelle dei movimenti per i diritti civili e contro il Vietnam. Quelli non erano pacifici; quale protesta che ha raggiunto il suo obiettivo fondamentale è pacifica? Anche quelle proteste erano guidate da giovani studenti universitari, accusati di essere “privilegiati” e “inconsapevoli”. La differenza rispetto ad allora è che gli Stati Uniti erano coinvolti nel conflitto e molti di quegli studenti potevano finire a morire in una giungla del Sud-Est asiatico. Naturalmente, anche quelle proteste furono represse con una violenza inaudita che fece più di qualche vittima. Il ricordo della Kent State University del 4 maggio 1970, dove la Guardia Nazionale dell’Ohio uccise quattro studenti (tre dei quali ebrei), è il fantasma che nessuno vuole evocare. Eppure è inevitabile in un Paese, gli Stati Uniti, che ha fatto dell’omicidio di Stato una delle arti migliori.

La Guardia Nacional dell’Ohio nella Kent State University il 4 de maggio 1970. / Kent State University Libraries 

Verso un nuovo maccartismo 

Al di là della sproporzione della repressione, va menzionata la ferocia con cui i media e le autorità politiche e accademiche trattano i manifestanti. Le immagini della polizia che picchia studenti e professori, alcuni dei quali anziani, sono difficili da giustificare. Ho trascorso gran parte della settimana nel campus dell’Università di Chicago, dove insegno come visiting professor in questo trimestre primaverile. La tensione è iniziata giovedì sera, 2 maggio, con l’arrivo di un gruppo di studenti che portavano bandiere israeliane, accompagnati da altri ragazzi della confraternita che si sono messi a provocare i campeggiatori. Venerdì mattina, il presidente dell’Università di Chicago ha inviato un’imbarazzante e-mail alla comunità universitaria per avvisare che l’accampamento sarebbe stato smantellato il giorno stesso. Mentre scrivo, vedo l’accampamento dalla finestra del mio ufficio e arrivano messaggi che parlano di tensione. La polizia universitaria è stata dispiegata nel Quad (il cortile centrale del campus). Tutto lascia pensare che l’ultima ora arriverà, come altrove, in serata. 

Una particolarità dell’attuale conflitto è lo zelo con cui la polizia e i media sono impegnati a mostrare al mondo i volti di alcuni degli studenti detenuti, come se si trattasse di prede di caccia. Quando i manifestanti incappucciati sono i numerosi gruppi di estrema destra che si aggirano per il Paese, non vengono né arrestati né costretti a mostrare i loro volti. Negli Stati Uniti esistono da anni organizzazioni ultraconservatrici (e anche dirigenti statali) che si dedicano a “smascherare” e perseguitare quelli che chiamano “professori radicali” e studenti con un certo livello di impegno politico che accusano, come sempre, di essere i colpevoli di tutti i mali che affliggono il Paese e che nella loro retorica sono: il marxismo culturale (?), il comunismo (negli Usa?), la teoria critica della razza, le teorie di genere, l’antirazzismo e, naturalmente, la teoria decoloniale, direttamente collegata alla questione israelo-palestinese. 

Il sistema di cattedra su cui si basa la tradizionale carriera universitaria è in crisi. Molte voci ne chiedono l’eliminazione per motivi economici, ma anche politici: la libertà accademica è intimamente legata ad esso. Se i programmi accademici devono essere controllati, la fine del sistema di cattedra è il primo passo. Nessuno si opporrà se da professore universitario si passa a dipendente e il contratto è quindi a discrezione del datore di lavoro. Qualche giorno fa, in un’apparizione alla CNN con Jack Tapper, uno dei conduttori di punta della rete, Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots (squadra della NFL), ex alunno della Columbia e uno dei suoi più importanti donatori, ha insistito sull’idea di “rivedere la questione della cattedra”, poiché, a suo avviso, è tutta colpa dei professori che si dedicano all’indottrinamento (?).

Storicamente, negli Stati Uniti gli insegnanti sono sempre stati oggetto di sospetto. Negli ultimi anni, ancora di più. Secondo il pensiero magico estremista, noi docenti insegniamo alla gente a “odiare l’America”, qualcosa di una miseria intellettuale spaventosa; il che non toglie che in molte occasioni, come questa, sia l’America a renderci le cose piuttosto difficili. In ogni caso, questa stupida argomentazione che si è diffusa in tutto il mondo occidentale (in Spagna insegnano a “odiare la Spagna” e per questo insistono sulla cosiddetta “leggenda nera”) è particolarmente divertente se ci si pensa un attimo: se è vero che le università americane, soprattutto le più prestigiose, sono piene di professori marxisti radicali, non mi spiego come a oggi non siamo riusciti a produrre una sola generazione di leader politici, finanziari e intellettuali che abbiano già trasformato il Paese in una sorta di utopia socialista. 

Ma siamo esattamente qui: qualcuno sta “radicalizzando” gli studenti, dice il dipartimento di polizia di New York, ricorrendo a un’iperbole cospiranoica.

È preoccupante, tuttavia, che il 1° maggio lo stesso Congresso degli Stati Uniti abbia approvato una legge d’emergenza sponsorizzata dal Partito Repubblicano che, sotto il nome di Anti-Semitism Awareness Act (Legge per la consapevolezza dell’antisemitismo), ordina al Dipartimento dell’Istruzione di adottare la controversa definizione di antisemitismo proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Secondo la definizione proposta, qualsiasi critica al movimento sionista verrebbe considerata come antisemita. Alcune associazioni ebraiche progressiste hanno evidenziato che ciò renderebbe perseguibile quasi ogni critica allo Stato di Israele e alle sue politiche nei confronti del popolo palestinese, tra cui l’occupazione e l’espansione degli insediamenti illegali.

E a novembre?

Le maggiori congetture delle ultime settimane riguardano l’impatto che le proteste universitarie avranno sulle elezioni presidenziali del prossimo novembre. La prima cosa da notare è che l’amministrazione Biden non ha ceduto di un millimetro nel suo sostegno all’amministrazione Netanyahu e alla sua campagna per Gaza. A partire da ciò, la stragrande maggioranza del Partito Democratico ha difeso, se non direttamente incoraggiato, la repressione delle proteste. Il discorso di Biden e il suo serrare i ranghi con gli amministratori che hanno impugnato il manganello come politica negoziale è radicalmente diverso da quello tenuto quando l’inquilino della Casa Bianca era Trump e le strade bruciavano contro l’ex presidente ora sul banco degli accusati. 

Il probabile candidato repubblicano, impegnato nel suo lavoro, non ha detto nulla. E non ne ha nemmeno bisogno, il suo partito sta dirigendo l’orchestra sul tema e, fatta eccezione per l’ala sinistra del PD, con Bernie Sanders e “The Squad” in testa, ha l’appoggio dei Democratici. Tra la percezione di un caos (assolutamente falso) e la promessa di legge e ordine, il pubblico americano sceglierà sempre la seconda. L’America è un Paese che, nonostante la sua mitologia, ha una vera e propria allergia alla contestazione sociale. Un recente sondaggio ha mostrato che il 47% degli americani è contrario alle proteste pro-palestinesi, contro il 28% che le appoggerebbe in qualche misura. 

La mia sensazione è che poco o nulla, ad oggi, influirà sulle possibilità di rielezione di un Joe Biden e di un Partito Democratico che continuano a fare affidamento sulla narrazione di me o del ritorno del mostro. Novembre è molto lontano e c’è un’estate di mezzo per calmare le acque nei campus universitari. In ogni caso, la Convention nazionale democratica si terrà a Chicago tra il 19 e il 22 agosto e la memoria di tutti è tornata a ciò che accadde alla storica convention del 1968, che trasformò la città del vento in un teatro di battaglia tra la polizia (che non ha nulla da invidiare a quella di New York in termini di durezza) e i manifestanti anti-Vietnam. 

Un giovane hippy davanti alla Guardia Nazionale nei pressi dell’hotel Hilton di Chicago, dove si celebrava la Convention nazionale democratica del 1968 / Warren K. Leffler

 Ciò che è innegabile è che, ad oggi, il Partito Democratico ha un’emorragia a sinistra. Non sono pochi i centristi liberali che accusano gli studenti di fare campagna per Trump. Sarebbe una trasposizione diretta, ancora una volta, di quanto accaduto nel 1968. La frattura sociale causata da un decennio di proteste, sottolineano, avrebbe infine aperto la porta a Richard Nixon e inaugurato due decenni di schiacciante dominio repubblicano, fatta eccezione per la pausa di Jimmy Carter (1977-1981). A mio avviso, si tratta di un’argomentazione del tutto riduttiva, poiché i fattori alla base dell’avvento finale del neoliberismo reaganiano furono molteplici: crisi economiche, reazioni ai diritti civili, nuove forme di razzismo, criminalità dilagante nelle città, oltre a un fortissimo scontro generazionale. 

Non so se siamo a questo, ma è possibile. In questo momento, quando vedo colleghi e studenti, alcuni dei miei, picchiati dalla polizia, non riesco a pensare ad altro che a cosa direbbero i media, qui e in Europa, se l’inquilino della Casa Bianca non fosse un democratico. 

Il 15 maggio 1970, undici giorni dopo il massacro di Kent State, altri due studenti furono assassinati dalla polizia nel campus del Jackson State College in Mississippi. Nei mesi successivi, più di 800 campus universitari rimasero sul piede di guerra. La Kent State riaprirà solo nel giugno dello stesso anno. Oggi, alcune università hanno deciso di terminare i rispettivi semestri online. Nell’autunno del 1970, Nixon formò una commissione speciale (Commissione Scranton) per indagare su quanto era accaduto alla Kent State e nelle altre università del Paese. Le sue conclusioni furono impressionanti: “Gli spari indiscriminati su folle di studenti e le morti che ne risultarono furono inutili, ingiustificati e imperdonabili”.

Allora, la guerra del Vietnam si sarebbe trascinata per altri cinque anni, fino alla caduta di Saigon, il 29 aprile 1975. Oggi nessuno vede la fine dell’incursione israeliana nella Striscia di Gaza.

Nel settembre 1971, secondo le trascrizioni delle registrazioni dello stesso Nixon, in una riunione dopo la fine della famosa rivolta della prigione di Attica, il presidente disse addirittura a H.R. Haldeman, il suo capo di gabinetto di allora: 

Sai cosa penso? Questo potrebbe avere un certo effetto benefico. Capisci cosa intendo, tutti parlano dei ‘radicali’. Sai come fermarli davvero? Uccidendone qualcuno. Ricordate la Kent State?

Quién sabe.

Questo articolo col titolo El origen de nuestro descontento è stato pubblicato su CTXT, che ringraziamo per averci concesso di riprodurlo.

Traduzione di
Ettore Siniscalchi.

Immagine di copertina: Studenti universitari protestano contro la Guerra di Gaza a New York / Álvaro Guzmán Bastida]

L’origine del nostro scontento ultima modifica: 2024-05-16T19:34:25+02:00 da DIEGO E. BARROS
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