Baggio vent’anni dopo

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Me lo ricordo come se fosse ieri quel pomeriggio di vent’anni fa a San Siro. Il Milan, campione d’Italia, in festa per la vittoria del tricolore, e il Brescia ugualmente felice perché salvo. 

Me lo ricordo il Meazza vestito a festa e il pubblico che si divideva a metà: da una parte, la gioia per i beniamini di casa, reduci da una stagione esemplare, leggermente macchiata solo dalla prematura uscita dalla Champions per via di una serataccia a La Coruña; dall’altra, l’attenzione per un patrimonio del calcio mondiale giunto all’ultima recita.

Me lo ricordo il momento in cui Mazzone concesse a Baggio la passerella di fronte a un pubblico emozionato come non mai. E mi ricordo anche l’abbraccio fra il Roberto nazionale e Paolo Maldini: due capitani, due bandiere, due icone. 

Sembra ieri, invece sono già trascorsi vent’anni. Nulla è stato più lo stesso senza il Divin codino. Del resto, di campioni, ma soprattutto di uomini, così ne nascono pochi ogni secolo. E chi ha avuto la fortuna di goderselo, in campo e fuori, non se lo può dimenticare.

Tante volte, in questi due decenni, ci siamo domandati cosa avrebbe detto e fatto Baggio se fosse stato ancora nell’ambiente, ma è giusto che ne stia fuori. Roby, infatti, è stato il simbolo di un’altra Italia. Ci ha trascinato nelle Notti magiche del ’90, ci ha tirato giù dall’aereo segnando una doppietta alla Nigeria a USA ’94, è stato protagonista in Francia e, infine, si è visto negare da Trapattoni un Mondiale, quello nippo-coreano del 2002, che nessuno avrebbe meritato più di lui. 

Nessun fuoriclasse è stato più incompreso. Del resto, era una personalità ingombrante e per questo invisa a molti dei suoi allenatori, compresi i migliori, che ne soffrivano la grandezza, il carisma, la forza d’animo. L’unico con cui abbia davvero legato è stato, probabilmente, Mazzone: un tecnico in tuta, uno abituato alla provincia, uno che lo aveva voluto a Brescia per salvarsi senza patemi d’animo, uno che gli ha messo al braccio la fascia da capitano e gli ha consentito di essere, fino in fondo, se stesso. Baggio a Brescia ha ritrovato freschezza, gioia, passione, una squadra che giocava con lui e per lui, un pubblico innamorato della persona prim’ancora che del fenomeno e un tecnico che ne apprezzava le doti umane assai prima di quelle calcistiche. 

Me la ricordo quella domenica, anche perché segnò la fine di un’epoca. Baggio, difatti, ha cominciato a essere venerato solo quando ha appeso gli scarpini al chiodo, comprendendo che il fisico non gli consentisse più di giocare a certi livelli. Uno dei pochi a essere sinceri fino in fondo fu Maldini: sia perché non aveva bisogno di fingere sia perché fra i due c’era un affetto profondo, tangibile. Per il resto, assistemmo a una processione di maschere senza pari, come se il mondo del calcio avesse tirato un sospiro di sollievo dopo essersi liberato di un genio che non aveva mai voluto comprendere o che, forse, aveva compreso fin troppo bene, patendone la diversità e contrastandola in tutti i modi possibili e immaginabili. Baggio, del resto, non è mai stato un uomo comune. Non aveva nulla a che spartire con la degenerazione in atto già allora, non c’entrava nulla con un certo affarismo, non gradiva i compromessi al ribasso, non compiaceva chicchessia e non era tipo da lasciarsi andare a piaggerie. Ha pagato la sua schiettezza, la sua unicità, il suo essere autentico in ogni circostanza. Non ha vinto molto, senz’altro meno di quanto la sua classe gli avrebbe consentito di vincere, ma ha comunque alzato un pallone d’oro a Parigi e segnato una messe di gol in Nazionale. Ecco, Baggio, mito universale, si è legato soprattutto alla maglia azzurra: i colori in cui tutti dovremmo riconoscerci, accantonando, almeno in quel momento, i rispettivi campanilismi. Temiamo, però, che abbia sbagliato paese: l’Italia era, e forse sarà sempre, uno stato senza nazione, privo di una memoria collettiva e di un’unità d’intenti. Eppure, in quell’estate di trentaquattro anni fa, ci abbiamo creduto davvero. Ci siamo lasciati cullare dalle note di Bennato e Nannini, finché i rigori, a Napoli, contro l’Argentina di Maradona, non ci sono stati fatali. In America, quattro anni dopo, era già un altro calcio, un altro ordine globale. E Baggio, sbagliando il rigore decisivo nella finale contro il Brasile, ha sì commesso un errore ma, al tempo stesso, ha compiuto un atto di ribellione nei confronti di un sistema che riteneva, a ragione, inaccettabile. 

Vent’anni senza il Divin codino in campo, vent’anni d’assenza e di declino. Un tempo ci limitavamo a dire che “non è più domenica”. Adesso abbiamo capito che, senza di lui, non è più nulla, se non il simulacro di un’idea che da bambini ci aveva reso felici. 

Baggio vent’anni dopo ultima modifica: 2024-05-17T10:15:00+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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