Montagne di bugie

In “Controstoria dell’alpinismo“ Andrea Zannini ricostruisce e decostruisce miti e leggende assurte a storie vere.
ADRIANO FAVARO
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L’alpinismo italiano è nato anche a Venezia. Quel giorno, domenica 15 agosto del 1886, il vicentino Paolo Lioy, membro corrispondente dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti – diventato l’anno prima presidente generale del Club Alpino Italiano, fondato dall’amico Quintino Sella nel 1863 – tiene una relazione su Petrarca e Goethe alpinisti e parla del poeta italiano come di chi ha dimostrato “di esser stato antesignano dei moderni vincitori nelle vergini cime”. Che cosa sta accadendo? Siamo di fronte alla massima autorità del Club Alpino e alle storiche cronache di un sommo poeta. Tutto collocato in un’epoca nella quale un Paese (il nostro) va in cerca di gloria sul palcoscenico mondiale che sta andando verso la modernità del XX secolo. In quello stesso anno nascono la Benz, prima automobile con motore a scoppio; la Coca Cola, si pubblica il libro Cuore e si inaugura la Statua della Libertà.

Paolo Lioy

Per capire come mai qui, in laguna, si apra di fatto l’epopea italiana del “primato di un’ascensione” bisogna fare un passo indietro e ricordare che Francesco Petrarca, il poeta precursore dell’umanesimo – morto ad Arquà (Padova) il 19 luglio di 650 anni fa – era salito sul monte Ventoux in Provenza, 1912 metri, con il fratello Gherardo tra il 24 e 26 aprile del 1336. È un evento che lui stesso scrive nelle Familiares (24 libri composti da 350 lettere) nel suo olimpico latino. Una storia quella che – a parte tra gli addetti ai lavori – sembrava quasi dimenticata fino a quando non la riprenderanno Carducci ma soprattutto il nostro Paolo Lioy.

Le Mont Ventoux, stampa di J.J. Laurens

Nell’estate veneziana il presidente del CAI – di fronte ai colleghi del prestigioso Istituto culturale – pronuncia queste parole rispondendo ad una domanda che lui stesso si fa: come mai gli antichi non si interessarono delle montagne?

Ecco la risposta con la quale si racconta del presunto primato: “Tragiche paure dell’ignoto, dell’inesplorato, del soprannaturale, allontanavano gli antichi dalle montagne“, argomentava Lioy, “ne facevano cupo ostello di disperazione e di lutto“. Tuttavia se è comprensibile questo atteggiamento verso i “maestosi monumenti che dominano sulla vasta pianura“, le “sentinelle della patria“, è difficile intendere come anche le montagne meno elevate più isolate non abbiano attirato le curiosità dei grandi uomini del passato. Importante resta la descrizione del Mont Ventoux il massiccio provenzale della cui regione Petrarca soggiornò a lungo sin da bambino, durante la cosiddetta “cattività avignonese“ del papato romano.

La ricostruzione di questo evento – finora i primati dei montanari sono rimossi o semplicemente ignorati per lasciare la gloria sportiva/intellettuale ai borghesi che venivano dalla città – è uscita dalla penna di Andrea Zannini, veneziano, docente di storia all’Università di Udine, da tempo impegnato alla rilettura delle vicende che risalgono ai primordi della esperienza e documentazione alpinistica. Lo studioso – appassionato alla montagna, circa duecento vie salite, già presidente della Scuola d’Alpinismo “C. Capuis” del CAI di Mestre e presidente della Commissione nazionale pubblicazioni del CAI – tra le decine di saggi di ambito storico-alpinistico ha pubblicato da poco Controstoria dell’Alpinismo (Laterza, 18€, 190 pagg – in collaborazione con il Club Alpino Italiano) dove racconta le storie di tutti falsi dell’alpinismo moderno. Controstoria è in un certo senso il seguito di Tonache e piccozze. Il clero e la nascita dell’alpinismo (Vivalda, 2004) volume con il quale Zannini ha vinto il premio “Leggimontagna”. A quegli eventi lo storico ne ha accostato tanti altri, alcuni conosciuti, altri quasi scordati, molti nascosti nelle pieghe dei volumi ingialliti da decenni. Questo gli ha permesso di rivisitare tutti gli stereotipi che sono diventati il (falso) cemento della storia della montagna e delle sue “conquiste”, nel nostro paese e non solo.

Tornando alla Venezia del 1886 ci ritroviamo di fronte a Lioy, presidente del CAI che racconta con furore romantico, Sturm und Drang sempre vivo, l’ascensione di Petrarca: “Su quella cima, dove nessuno era mai salito, in quell’altezza, che nessuno all’epoca sognava raggiungere, si combatté in lui affannosa battaglia tra l’uomo del medioevo e l’uomo dei tempi nuovi“. Lioy passa poi a descrivere Goethe (autunno 1779) che ascende due vette svizzere“ di cui senza enfasi, senza prolissità minuziose, senza svenevoli sentimentalismo narra anch’egli le sue impressioni“. È bello “scorgere attraverso i secoli la mano del Petrarca congiungersi in alto con quella di Goethe”.

Non si scordi che a lettera dell’ascensione al Mont Ventoux di Petrarca è classificata come uno dei lavori più importanti dell’umanesimo sì, ma anche come un capitolo fondamentale della storia dell’alpinismo. 

Lapide del Club Alpin Français nel sesto centenario dell’ascension du Mont Ventoux par Fr. Pétrarque

Pochi anni prima che Paolo Lioy leggesse il suo Discorso veneziano – spiega così Andrea Zannini – era stato infatti niente meno che Giosuè Carducci, sul supplemento illustrato del “Secolo“ a scriverne, in un lungo articolo intitolato “Petrarca alpinista”. Di certo Lioy doveva aver visto quel testo, considerando che il quotidiano edito da Edoardo Sonzogno era allora il primo del paese per vendite e importanza. Eppure non se ne trova accenno nel suo discorso veneziano, forse per la distanza politica che separava il moderato vicentino dal repubblicano versiliese. Nel suo discorso giornalistico, tuttavia Carducci non toccava nemmeno di striscia la questione, invece affrontata di petto dagli Lioy, e ciò il presunto primato del Petrarca precursore, anzi “inventore“ dell’alpinismo. Carducci si limitava a definirlo “quest’alpinista del secolo decimoquarto“, una definizione che non è difficile immaginare avesse colpito l’immaginazione del titolista del “Secolo”- Che l’aveva quindi scelta per il titolo del pezzo del famoso letterato sull’inserto domenicale. Carducci, che in realtà dedicava gran parte dell’articolo a tradurre in una prosa scoppiettante il latino classico di Petrarca, si dimostrava interessato piuttosto a sottolineare la grande capacità descrittiva del poeta trecentesco: “uno dei migliori geografi del tempo”, “uno dei migliori ingegni della nazione”, per il quale si augurava che l’Italia e Francia assieme promuovessero un’edizione critica delle opere latine. 

Lioy ignora tutto questo ed inventa la presunta “prima” ascensione. Non solo perché, come spiega lo storico veneziano, a precedere Petrarca sembra siano stati altri personaggi famosi come il filosofo francese Giovanni Buridano, tra il 1316 e 1334. Ma perché Petrarca stesso – fatto non trascurabile – narra che “è accompagnato da un vecchio pastore che la comitiva incontra all’inizio della salita”. Ed è questo vecchio a spiegare al sommo poeta che, mezzo secolo prima, era già stato in cima (dicens se ante anno quiquaginta…); aggiungendo di essersi pentito e molto affaticato per l’impresa. Ed è questa la ragione per cui il vecchio montanaro indica il difficile sentiero che permette al gruppo di Petrarca di arrivare in cima. “Né – precisa Zannini citando Petrarca – egli (il pastore) aveva mai udito che prima o dopo quella volta qualcuno aveva osato fare altrettanto”. 

Cosa scrive invece il nostro presidente vicentino nella sua relazione?

È un vecchio pastore che si fa dinanzi al Petrarca – riporta Zannini – Sbucando da una grotta, gli grida che sarebbe follia spingersi oltre, esservisi provato da giovane, e averne riportato il pentimento dei pericoli sfidati e le ossa e le carni lacerate e contuse. E soggiunge, che altri né prima né poi avea osato porre così a sbaraglio a vita.

Perché questo cambio di rotta? Ritorniamo a Zannini, che spiega non solo l’”Invenzione del primato petrarchesco”, ma contemporaneamente compie una radiografia della società italiana dell’epoca.

Prima di tutto Petrarca “era la figura perfetta per rivendicare la primazia italiana nell’alpinismo. L’aretino era il simbolo di quel capitolo fondamentale nella storia della civiltà europea, l’Umanesimo he avrebbe assegnato per sempre un ruolo centrale in Europa alla cultura italiana. (…) Eleggerlo a “inventore” dell’alpinismo, per Lioy, presidente del CAI e scrittore di montagna, – continua il docente dell’università di Udine – era una mossa che serviva a mitigare il ruolo tutt’affatto secondario che l’Italia aveva avuto nella storia dell’alpinismo, nonostante la gran parte dell’arco alpino ricadesse nel territorio del neonato Stato unitario. Non erano stati “italiani” (sebbene sudditi dei monarchi Savoia) i conquistatori del Monte Bianco; l’Italia era stata assente nella conquista dei “quattromila”; agli alpinisti nostrani era sfuggito anche il problema alpinistico nel quale il gruppo fondatore del CAI aveva investito tutte le proprie energie con chiaro significato identitario nazionale, cioè il Cervino”. Anche il Monviso era stato scalato per primo da una cordata anglo-francese; e sul Rosa erano arrivati per primi un prete (Ghifetti) e un italiano col cognome tedesco (Zumstein). 

E poi, prosegue Zannini

come avvenuto anche con l’espulsione dal primato della salita del Monte Bianco del medico di Chamonix Michel-Gabriel Paccard – Lioy non fece altro che togliere di mezzo i montanari dalla montagna mettendo in primo piano le élite intellettuali e urbane: a questi la vittoria, ai rozzi montanari al massimo l’abilitazione all’accompagnamento.

Similmente le salite di Conrad Gessner al Pilatus(1555) e di Johannes Müller allo Stockhorn, nelle Prealpi Bernesi, documentano, assieme ad altre riportate nel volume, l’interesse degli Umanisti per le montagne. 

Il Gran Sasso disegnato da Eugenio Michitelli durante l’ascensione con Orazio Delfico

Ugualmente accadde in Appennino. Come per le Alpi i primi a salire furono i cacciatori; oltre raccoglitori di cristalli, artigiani, garzoni di monasteri, notabili di villaggi e religiosi. Un esempio? Finora è stato celebrato il marchese e naturalista teramano Orazio Delfico, “primo” a salire il Gran Sasso nel 1794. Ma si tratta di un falso perché, già nel Cinquecento, in cima vi era arrivato l’ingegnere militare Francesco De Marchi, guidato da Francesco di Domenico, cacciatore di camosci. L’elenco dei primati sbagliati è lungo, tutto raccolto con precisione da Andrea Zannini che offre godibilissime letture dei tanti record non veri che la storia ha cementato sui libri ufficiali.

Francesco De Marchi, ritratto di anonimo, Rettorato dell’Università di Bologna

Nell’anno nel quale si celebrerà il 70. anniversario della vittoria italiana sul K2, 8611 metri, seconda montagna più alta al mondo – l’anno prima era stato salito l’Everest da una spedizione britannica – la questione di Petrarca e del Mont Ventoux è sufficiente per spiegare come sia giusto cancellare tanti “finti primati”. E non è indifferente che proprio il CAI abbia sponsorizzato le ricerche di Zannini. 

Quel CAI che aveva impiegato più di quarant’anni a riconoscere il ruolo del giovanissimo Walter Bonatti nella spedizione italiana che portò in cima Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Per capire meglio il significato dei silenzi e delle menzogne sulla montagna ricordiamo solo che l’ostinato Ardito Desio, capo della spedizione del 1954 sul K2, aveva sempre risposto a chi domandava chiarezza sulla vicenda in un solo modo: “C’è già tutto nel mio libro”. 

In quel libro, lo sappiamo, c’era solo la verità ufficiale di un’impresa che assomigliava ad un assalto militare per la gloria della Patria. E proprio niente nel libro ufficiale sul K2 dell’impresa di quel Walter Bonatti che, a 24 anni, aveva portato le bombole d’ossigeno ai due compagni che solo così poterono salire; e che era stato costretto a bivaccare ed era quasi morto a 8100 metri. Ci sono voluti quasi settant’anni al Club Alpino Italiano per ammettere che sul K2 si erano dette falsità “ufficiali”. Niente rispetto ai 140 di attesa serviti a spegnere i furori tardo romantici di Paolo Lioy; e di tutti quelli che gli hanno creduto. 

Montagne di bugie ultima modifica: 2024-05-17T13:49:26+02:00 da ADRIANO FAVARO
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