Atene ’94. Il Milan degli dei

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Chiunque conosca la Grecia sa che non è un paese qualsiasi. Chiunque abbia conosciuto Cruijff sa che non era un allenatore come gli altri. Chiunque abbia osservato con attenzione il Milan di Sacchi prima e di Capello poi sa che era, semplicemente, il calcio. Un qualcosa di metafisico, dunque, quasi di non italiano; un miracolo universale che, non a caso, faceva provare brividi di gioia no solo agli spagnoli ma persino a un argentino dal palato esigente come Jorge Valdano, abituato a giocare e “goleare” nel Real Madrid della “Quinta del Buitre” e nell’Argentina di un certo Maradona. 

Quella notte di trent’anni fa, ad Atene, i rossoneri, non più guidati dal Vate di Fusignano, trasferitosi in Nazionale per tentare di ripercorrere le gesta di Pozzo e Bearzot, ma dal bisiaco Capello, nativo di Pieris (Gorizia), raggiunsero la perfezione. 

Cruijff, dal canto suo, alla vigilia aveva maramaldeggiato. Era felice di allenare il Barcellona perché, parole sue, da quelle parti, gli acquistavano Romario, mica Desailly! Aveva gridato ai quattro venti che avrebbero stravinto, che il loro calcio era superiore, che nessuno potesse resistere a un simile “Dream team” e che la coppa, di fatto, attendeva solo di essere portata sulle Ramblas per esibirla al cospetto di una folla in delirio. 

A Milano avevano accettato la sfida e si erano preparati a dovere. Peccato che il Milan, per l’occasione, dovesse essere reinventato. Baresi e Costacurta, infatti, non avevano trovato di meglio che farsi squalificare nella semifinale di ritorno contro il Monaco, costringendo il condottiero friulano a reinventarsi la difesa. Fuori, per forza di cose, i due “reprobi” e dentro Maldini e Filippo Galli. Beata quella squadra che ha di questi problemi! Beato quell’allenatore che può trattare personaggi come Maldini e Galli alla stregua di rincalzi! Quello, del resto, era il Milan degli Invincibili e dei loro degni eredi: un qualcosa di unico, di inimitabile, lo spot ideale per esaltare la grandeur berlusconiana e le mire politiche del suo artefice. Non a caso, quella sera, mentre i diavoli giocavano ad Atene, il Cavaliere era atteso da un delicatissimo voto di fiducia in Senato, dopo aver vinto le elezioni a marzo e aver formato un governo con più ombre che luci, giustamente inviso a Scalfaro e a chiunque avesse compreso quali sarebbero state le conseguenze di una simile scalata al potere. Ma torniamo al calcio, che del Berlusconi politico ce ne siamo già occupati ampiamente in altre sedi fin quasi a rimpiangerlo, soprattutto se valutiamo l’operato di chi è venuto dopo. Un Barça troppo arrogante per essere vero scese in campo convinto di poter fare un sol boccone degli avversari e finì letteralmente divorato da un Milan che gli inflisse una lezione di gioco, di umiltà e di coesione di gruppo senza precedenti. Due volte Massaro, il “genio” Savićević, che se non fosse nato slavo, pertanto intriso di tutti i pregi e i difetti di quella terra che da sempre, per dirla con Churchill, “produce più storia di quanta ne possa digerire”, avrebbe vinto più di un Pallone d’oro, e infine proprio quel Desailly messo alla berlina dal “Profeta del gol” (definizione di Sandro Ciotti), autore di una partita maiuscola e destinato diventare uno dei pilastri della Francia che in un biennio, fra il ’98 e il 2000, avrebbe conquistato Mondiali ed Europei.

Atene, patria del pensiero democratico, della filosofia e delle arti e città incline ad ammirare gli dèi, non poté quindi far altro che inchinarsi al cospetto di una macchina perfetta, forse la più completa di sempre, in grado di andare oltre la meraviglia sacchiana di cinque anni prima al Camp Nou (4 a 0 alla Steaua Bucarest, al crepuscolo del vecchio mondo) e di riscrivere la gerarchia de calcio. Scudetto e Champions in una sola stagione, una difesa impermeabile, un centrocampo da urlo e un attacco da sogno: furono queste le basi, tornando ahinoi alla politica, su cui Berlusconi costruì il suo trionfo elettorale, avvalendosi di una propaganda mai vista prima e riuscendo a instillare in molti un dubbio: “E se riuscisse a replicare in Italia ciò che ha fatto alla guida del Milan?”. A tanti, sarebbe bastata la metà. Noi, per quanto ci riguarda, non gli abbiamo mai creduto; fatto sta che quella notte, di fronte alla meritata umiliazione di quella banda di presuntuosi fuori dalla realtà, persino chi non lo ha mai stimato e mai lo avrebbe votato dovette dirgli grazie. Il che, ora che non c’è più, ragionando a mente fredda sulla sua vicenda complessiva, spiega meglio di qualunque analisi sociologica e politologa per quale motivo sia durato così a lungo. 

Del resto, aveva ragione quando sosteneva, nella sfida per la conquista di un collegio alla Camera contro l’economista Luigi Spaventa, che il suo avversario non avesse mai vinto una Champions League. Diciamo che per far politica non si tratta di un requisito essenziale, ma non c’è dubbio che Berlusconi seppe usare al meglio la sua unicità, nel bene e nel male, per convincere milioni di italiani che fosse una sorta di Uomo della Provvidenza. Se non fosse mai sceso su un campo diverso da quello di Milanello o da quello di San Siro, specie dopo la magica notte di trent’anni fa, probabilmente lo avremmo creduto anche noi. 

Atene ’94. Il Milan degli dei ultima modifica: 2024-05-18T17:05:29+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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