Una parola su ebraismo, Israele e Gaza

PAUL ROSENBERG
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C’è un passo nel testo ebraico Pirkei Avot, Capitoli dei Padri, che mi è stato a lungo di guida. Si tratta del Capitolo 1, Mishna 17. Dice Shimon, suo figlio: “Ho passato tutta la vita tra i Saggi e non ho trovato nulla di meglio per il corpo che il silenzio. E non è lo studio, quel che più conta è la pratica. Chi moltiplica le parole fa peccato”. Non mi va di rompere il mio silenzio, se lo faccio è solo se non sto a moltiplicare le parole. Non senza frustrazione sono stato zitto dal 7 ottobre 2023 in poi, cercando di elaborare ciò che è accaduto da allora, ma sentendo sempre più prepotentemente che volevo – avevo bisogno – di dire qualcosa su Ebraismo, Israele e la guerra a Gaza.

Forse avrei dovuto dire qualcosa prima. Non significa sia troppo tardi. No.

Prima, però, dico qualcosa di me:

Sono cresciuto tra ebrei conservatori e ortodossi, nei sobborghi di New York e di Boston, negli anni Settanta. L’ebraismo permeava le nostre vite allora ed è rimasto parte importante della vita della mia famiglia. Frequentavo la scuola ebraica due volte a settimana e andavo alle funzioni dello Shabbat il sabato. Mi piacevano le festività e il nostro cantore alla sinagoga, cantante d’opera. Come molti ragazzi ebrei americani della mia età sono andato in Israele intorno al periodo del mio Bar Mitzvah, col proposito, soprattutto,  d’andare a pregare al Muro del Pianto. In seguito ho studiato l’ebraismo all’università.

Ho pianto, la prima volta che ho visto Gerusalemme, e di nuovo quando sono partito da Gerusalemme.

Insomma, il mio amore, il mio legame con l’ebraismo non possono essere messi in discussione. No.

Sono andato tante volte in Israele. I miei ci hanno vissuto per un semestre. Mia sorella ha vissuto lì per un anno. Avrei voluto studiare lì per un anno ma poi non è stato possibile per via della guerra in Libia, che ha portato alla cancellazione del mio programma. Di recente abbiamo scoperto di avere parenti lontani in Israele: il cugino di mia madre, e altri membri della famiglia estesa che ho incontrato, la prima volta, nel 2018. Quel ramo della sua famiglia è andata a piedi dall’Europa orientale fino a Israele nei primi anni del Novecento ed erano tra i fondatori di uno dei primi kibbutz in Israele – dove i loro discendenti vivono ancora oggi.

Insomma, il mio amore e legame con Israele non possono essere messi in discussione. No.

A differenza dei miei parenti, la stragrande maggioranza degli israeliani non è europea. Israele può essere una democrazia legata agli Stati Uniti, ma è una società mediorientale di persone nate lì, è lì da molte generazioni, una società dove tutti sono soldati, o lo saranno. Altrimenti, sono ebrei ultraortodossi che sono esenti dal servizio militare per poter studiare a tempo pieno. Non è per niente come l’Europa o come l’America. No.

L’Europa, peraltro, da dove la mia famiglia è fuggita più di un secolo fa è stata distrutta diverse volte da allora. Quindi, no. Nessuno, da nessuna parte, torna dove è andato via.

Americani, quando pensate al senso del dovere patriottico di combattere per il vostro paese, cercate di pensare alle settimane successive all’11 settembre 2001. È un’approssimazione di come si sentono costantemente gli israeliani, e questo già prima dell’orrore del 7 ottobre. Immaginate se tutti qui conoscessero qualcuno lì, uno dei feriti o delle persone massacrate, stuprate, rapite. Prese in ostaggio.

E non è finita. È per sempre. C’è un prima e un dopo. Per le famiglie con i parenti in ostaggio è ancora in corso, in una crudele sospensione nel tempo e nell’orrore, insieme a innumerevoli migliaia di altri in Israele e nel mondo.

No. Non è possibile comprendere cosa significhi il 7 ottobre per gli israeliani o per gli ebrei, a meno che non si sia uno di loro. Scusate, no, non è possibile. No.

La mia religione? Dico che non c’è un solo “ebraismo”. No. Noi non abbiamo un capo. Abbiamo la Torah, il Talmud e molti altri scritti da consultare – molte, molte fonti. Sebbene questi testi siano universali, in termini di pratica e di cultura ci sono molti “ebraismi” in tutto il mondo che a volte possono essere a malapena riconoscibili l’uno dall’altro. Essere ebrei ha sempre significato molte cose diverse in rapporto, tra l’altro, al luogo e alla cultura del posto. Gruppi ebraici di paesi lontani sono sembrati strani ed estranei l’uno all’altro – e si sono scontrati tra loro – da quando gli ebrei iberici esiliati arrivarono alle porte di Roma cinque secoli fa. L’ebraismo americano e l’ebraismo israeliano non sono gli stessi (né, del resto, lo è l’ebraismo italiano) e nessuno dei due può essere ridotto a categorie ampie. No. Come mi trovo sempre a dire quando parlo di ebraismo, onestamente, ma non senza frustrazione, è davvero più complicato di così. Molto più complicato.

Quindi, la maggior parte di noi non è – e ci metto pure me stesso, il mio essere del tutto americano/europeo – nella posizione di comprendere la società israeliana o le forze che la guidano. No. E non ho assolutamente alcun titolo per fare commenti sulla società palestinese – che dubito molti da fuori conoscano veramente.

Foto: Jakayla Toney

Secondo me questo significa che non possiamo giudicare le persone, e che non possiamo capire. Il che, però, non significa accettare tutte le loro azioni. No. Tanto per cominciare, non accetto la violenza aggressiva contro innocenti, indipendentemente da chi siano i perpetratori o indipendentemente dai loro disegni. No.

D’altra parte, Hamas non è al di là del giudizio. La sua dottrina consacra un obiettivo assoluto, irraggiungibile: la distruzione di Israele. Non è possibile. Sono nel torto, e la loro scelta della violenza e del terrore contro i civili è riprovevole. No.

Neppure il governo di Israele è al di sopra del giudizio. Sta perseguendo un obiettivo assoluto, analogamente, in modo sconcertante, irraggiungibile: la totale distruzione di Hamas. Non è possibile. Sono nel torto. E la violenza che si sta perpetrando contro i civili di Gaza è inaccettabile e riprovevole. No.

E non c’è niente di nemmeno lontanamente ebraico. Non riconosco nulla di ebraico in ciò che sta accadendo a Gaza. No.

L’attacco del 7 ottobre è un giorno che tutti gli ebrei ricorderanno. Su questo fronte siamo completamente uniti. Conosciamo tutti il dolore del terrore e la minaccia della morte violenta, la paura del ricordo della Shoah.

Sappiamo di essere odiati. Ma continueremo a essere chi siamo comunque, come abbiamo sempre fatto, indipendentemente da dove siamo inseguiti o da chi ci attacca o come. E voglio dire che dopo tutto ciò che gli ebrei hanno passato come popolo senza stato, sempre in movimento, sapere che c’è un paese – Israele – che dirà sempre ‘sì’ quando chiedi di entrare è qualcosa il cui significato i non ebrei non possono capire. No.

Ci sono molte ragioni per sostenere Israele che non possono essere riassunte nell’insensata dialettica “pro-Palestina”/”anti-sionista” che sta completamente distorcendo tutte le vere questioni in gioco. No. È davvero molto più complicato di così.

Tuttavia, detto tutto questo, ho comunque raggiunto un limite a quanto potevo vedere e leggere delle azioni del governo israeliano, restando in silenzio.

Ora la distruzione, la crudeltà, la fame, la disperazione e la morte a Gaza superano tutti gli incubi, tutti gli scenari peggiori, e tutto fa pensare che siano destinati a peggiorare ancora di più.

No. No, no, no, no. Non posso accettare questo. Devo dire qualcosa.

Dico questo: non è una questione di politica, di sinistra o di destra, è ora una questione di umanità. Deve esserci un altro modo. Non c’è soluzione militare, mai. La vittoria totale non può essere raggiunta. È una finzione, una falsa dottrina. Quello che vedo fare a Gaza, la catastrofe in Israele, mi fa venire voglia di gridare: No. Non noi. Non dovremmo farlo, noi.

Se, a questo punto, il lettore pensa di appiccicarmi addosso l’etichetta di anti-qualcosa di ebraico o israeliano, per favore, prima di farlo, torni all’inizio di questo testo. Credo che sia già stato risolto. Queste etichette non possono essermi appiccicate addosso,  a me. No.

Mi oppongo, però, alle azioni dell’attuale governo israeliano. Mi sono opposto alle politiche di Benjamin Netanyahu prima del 7 ottobre e le contesto fermamente ora. Sono pro-ebraismo e pro-Israele, e questo è fuori discussione. Sì, è complicato, ma onestamente, guardando la calamità umana che è stata creata a Gaza, non è più così complicato pensare e dire che è sbagliato. No.

Deve finire. Questo è ciò che vorrei poter dire, ma chi ascolterà?

Quindi dico no.

No alla guerra. No a Hamas e no a tutti coloro che intenzionalmente danneggiano gli altri per affermare i loro disegni politici. No al controllo messianico da parte di Netanyahu del potere e del destino di Israele. Netanyahu è un nemico giurato dell’affermarsi di un legittimo potere politico palestinese sotto qualsiasi forma, per non parlare della soluzione dei due stati, e ha fatto crescere un pericoloso grumo di ultra-destra violenta ai livelli più alti del governo israeliano.

Il governo di Netanyahu è per la guerra e contro la pace. Hamas è pro-guerra e anti-pace. A tutto questo va detto no.

No. Questo è il mio lamento per Israele, per l’ebraismo, per Gaza e il suo popolo decimato, e per tutti noi. Una terribile distruzione è inflitta a tutti e a tutto ciò che ne è coinvolto, compresi tutti noi ebrei. Quindi, ora c’è più dolore, c’è più odio anti-ebraico che possiamo condividere. Un altro dolore che ci unisce nel nuovo mondo del dopo, un mondo che, decisamente, per molti di noi, non è frutto di una nostra scelta. No.

Traduzione di Guido Moltedo

Immagine di copertina: Paul Rosenberg

Una parola su ebraismo, Israele e Gaza ultima modifica: 2024-05-19T21:56:34+02:00 da PAUL ROSENBERG
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3 commenti

maurizio busti 22 Maggio 2024 a 11:11

Grazie , articolo bello e profondo, ma chi ascolterà ?

Reply
Franco Miracco 22 Maggio 2024 a 19:04

Grazie Paul per quello che hai scritto

Reply
Gerd Conradt 23 Maggio 2024 a 7:17

toller Artikel, danke Paul. Mein Vater hieß auch Paul. Ich liebe diesen Namen. 1972 sollte / wollte ich für die PLO-Studentenorganisation in Deutschland einen Film über die Sozialeneinrichtungen der PLO in Palästina drehen. Ich recherchierte, war fasziniert vom Thema – Zionismus aus marxistischer Sicht z.B. – dann kam der “Schwarze September” und das Projekt war gestorben. Die Wachsamkeit in “Sache” Israel, Palästina – den ganzen arabischen Raum blieb.

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