Il piacere dell’onestà: Daniele Calabi

La mostra dedicata alla vita e all’attività del grande architetto veneziano, che apre il 30 maggio alla IUAV, dove insegnò, nell’edificio stesso dell’istituto che egli restaurò, è un atto d’amore.
PAUL ROSENBERG
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“La sua caratteristica principale era la semplicità”

Il piacere dell’onestà. Un titolo suggestivo. Che dice molto dell’architetto Daniele Calabi, protagonista dell’omonima mostra che s’inaugura oggi allo IUAV di Venezia. Onestà non è proprio la parola che di solito associamo all’architettura, ma l’onestà – per esempio rispetto ai materiali e al loro impiego – è stata centrale nel lavoro di Calabi, a più livelli. La descrizione che segue del suo intervento di restauro presso l’ex Convento dei Tolentini, divenuto la nuova sede dello IUAV, illustra bene il suo approccio:

…la muratura dei prospetti interni del chiostro e delle scale dell’ex refettorio e ex sala capitolare, dove la luce vibra e dove il mattone rappresenta e dichiara la misura che rapporta il costruire dell’uomo. Si tratta di raffigurare l’onestà del costruire e il piacere – etico ed estetico – di adottare la figura dei materiali per quello che sono e di dichiararla, non sottraendosi al confronto tra ciò che costituisce una architettura permanente – le strutture antiche – e ciò che invece è la vita nel tempo, fatto di eventi modificabili, transitori e quindi di nuovi materiali e nuove techniche costruttive.*

Sembra legittimo chiedersi se l’attenzione per l’architettura permanente rispetto a quella transitoria e il lasciare in evidenza la contrapposizione tra strutture antiche e quelle di nuova vita possa essere stato influenzato dal suo esilio forzato dall’Italia dopo la promulgazione delle leggi razziali nel 1938. Negli anni Trenta Calabi aveva lavorato intensamente in Italia e in Francia, impegnandosi in grandi progetti per città e università. È difficile immaginare la sensazione di vivere in un posto che ami e scoprire che lì è diventato illegale esercitare la tua professione a causa della tua religione.

Immagino il lungo e solitario viaggio per mare verso il Brasile, la riflessione su ciò che gli era stato tolto, l’incertezza su ciò che l’aspettava. Uno dei pochi motivi di conforto che Daniele Calabi dovette avere in quel momento era la consapevolezza che lì l’avevano già preceduto altri italiani, tra cui il cugino, che l’aspettava con un lavoro per lui.

“Costuttore che diviene architetto”

Il cugino di Calabi era proprietario di una piccola impresa edile. Lavorava nella costruzione di case private e in progetti industriali. Calabi sposò in Brasile un’altra profuga ebrea ed ebbe tre figli prima di decidere definitivamente di tornare in Italia nel 1949. In Italia riprese a lavorare come architetto, dedicandosi a una serie di progetti pratici nei campi dell’edilizia abitativa e dell’urbanistica. Tuttavia, il suo lavoro privilegiava soprattutto le strutture sanitarie e gli ospedali.

il decennio 1951-1961 è per lui un periodo fecondo nel quale costruisce a Padova case unifamiliari nel quadro del PRG di Luigi Piccinato del quale diventa amico, alcuni condominii, la Clinica Pediatrica (nell’atrio della quale fa commissionare a Gino Severini il grande mosaico della Maternità) ed edifici di carattere sanitario in tutto il territorio nazionale (a Perugia, Gorizia, Catania, Udine, Ivrea, Vicenza, Lignano, Bologna, Milano, Ravenna, Ferrara, Verona, Trieste).

Nel febbraio 1963, nell’affidargli la direzione di un progetto, il Presidente degli Ospedali Ottolenghi si riferì a Calabi come a un “noto architetto e costruttore di edifici ospedalieri”.

Questo è stato un altro dato che parla dell’onestà che Daniele Calabi dimostrò nel suo lavoro. Non era concentrato sullo stile e sul lusso – il suo lavoro era pratico, utile, necessario – ed era felice di vivere nella comodità senza inseguire la ricchezza. Secondo l’archtetto Calabi, costruire è un piacere e gli edifici sono spazi che interagiscono con l’ambiente circostante, con la natura e con i suoi abitanti. Calabi vinse premi per le sue Unità Pediatriche, che progettò con l’idea (piuttosto avanzata per l’epoca) che gli spazi delle strutture sanitarie possono essi stessi essere terapeutici se progettati per esserlo.

Dopo aver conseguito la cattedra alla IUAV alla fine degli anni Cinquanta, l’ateneo veneziano aveva bisogno di una nuova sede e fu scelto Calabi per restaurare l’ex Convento dei Tolentini. Il suo progetto è un capolavoro di un design che si adatta al contesto del restauro di un antico edificio, con sale polivalenti e divisori mobili per riconfigurare gli spazi, oltre a una classica aula a gradini. L’opera originale di Calabi è stata modificata, ampliata, rielaborata nel corso degli anni – proprio come lui stesso si sarebbe aspettato – ma l’eredità del suo intervento sull’edificio è senza tempo.

Case, ospedali, cliniche, scuole. Dopo un’esperienza che pochi di noi, per fortuna, vivranno – l’esilio in un paese straniero – Daniele Calabi potè ritornare nel paese che amava, ma che l’aveva cacciato a causa della sua religione, e intraprendere l’onesto lavoro della progettazione di edifici, del tipo di cui c’era bisogno, per la salute delle persone, per il loro benessere, la loro istruzione, per la qualità di vita.

Casa Calabi, la meravigliosa casa/studio affacciata sul mare al Lido di Venezia, è una straordinaria testimonianza della sua capacità di incorporare e coniugare design e materiali, vecchi e nuovi. La casa è moderna, ma allo stesso tempo veneziana, elegante e sobria. Dominano il legno e le finestre, la luce e come essa entra in casa sono fondamentali. Non sono un critico di architettura, però sento come sia facile vedere la passione, il piacere che c’è stato nel progettarla e costruirla, e io l’ho vista solo da fuori.

Daniele Calabi vanta al suo attivo un impressionante elenco di progetti: la colonia marina di Padova “Principi di Piemonte”, realizzata nel 1935-1937 al Lido Alberoni – Venezia; il Concorso di Idee per il Piano Regolatore Generale del Comune di Venezia, 1956-1957; il quartiere Aretusa a San Giuliano a Mestre, Venezia, dal 1956 al 1961; il concorso per la progettazione delle Barene di S. Giuliano del 1959; la casa-studio Calabi al Lido di Venezia, 1961-1963; il concorso nazionale per il nuovo ospedale di Venezia, 1963; la sistemazione dell’ex convento dei Tolentini a nuova sede dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, 1960-1964, e infine l’attività di docente presso lo I.U.A.V. nel 1958-1964.

Casa Calabi, interiore

A Calabi sono stati assegnati numerosi riconoscimenti: nel 1960 ottiene il Premio Internazionale di Architettura Andrea Palladio per la casa di riposo di Gorizia, nel 1961 il Premio Regionale IN/ARCH Veneto-Friuli per la clinica pediatrica di Padova; nel 1969 gli è assegnato alla memoria il Premio Regionale IN/ARCH per la Sicilia per il reparto pediatrico e i servizi generali dell’ospedale clinico di Catania, oltre a due premi nazionali per la conservazione e valorizzazione del patrimonio architettonico relativi al restauro di Palazzo Connestabile a Perugia e il restauro dell’ex convento dei Tolentini a Venezia, ancora oggi sede dell’Università IUAV di Venezia.

E ora, a sessant’anni dalla sua prematura scomparsa, avvenuta nel 1964, oggi Daniele Calabi riceve un omaggio davvero speciale, raro e grande, tanto più perché proviene dall’interno della sua famiglia. Le mostre del suo lavoro a Padova (inaugurata di recente) e a Venezia (inaugurata oggi), guidate dalla figlia Donatella Calabi (nota architetta e storica urbana), sono chiaramente un atto d’amore. Piena di fotografie, disegni e lettere personali risalenti ai primi anni di vita di suo padre, all’esilio in Brasile, al ritorno in Italia e infine al suo arrivo per tornare a vivere e lavorare a Venezia, la mostra fornisce dettagli straordinari sul “costruttore che divenne architetto”. Ma è più di questo. È l’omaggio di una famiglia a un padre morto ormai molto tempo fa – una trasmissione di memoria.

Il video di accompagnamento della mostra è stato girato dal pronipote di Daniele Calabi, Nicolò Folin, studente di cinema, in concorso a Cannes, con la colonna sonora del fratello Leo. Un trattamento esperto e amorevole il loro, della storia del bisnonno e del suo lavoro, un commovente tributo attraverso le generazioni.

Nel complesso, la mostra, come il lavoro e la storia della vita di Daniele Calabi, è intrisa di onestà, ed è un grande piacere essersi imbattuti.

*Tutte le citazioni provengono dal catalogo e dai materiali della Mostra

Translation by Guido Moltedo

Il piacere dell’onestà: Daniele Calabi ultima modifica: 2024-05-30T16:42:12+02:00 da PAUL ROSENBERG
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