Una cartiera, un museo

La Celdit era una fabbrica abruzzese all’avanguardia. Poi il declino e la fine. L’abnegazione di figli e nipoti degli operai per farne rivivere memoria e dignità.
UGO IEZZI
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[CHIETI]

Una grande fabbrica, rasa al suolo dalla deindustrializzazione selvaggia, risorge. Torna a nuova vita. Come Museo. L’idea prende sempre più corpo grazie all’impegno di maestranze e soprattuto dei loro figli e nipoti, famiglie operaie che risiedevano nel villaggio Celdit, il complesso residenziale della fabbrica bianca, come la carta che produceva, visibile da chilometri, nell’allora verdeggiante vallata della Pescara, in località Madonna delle Piane, a un paio di chilometri dallo scalo ferroviario di Chieti.

Parliamo della Cellulosa d’Italia (Celdit), una cartiera che ha una storia straordinaria, costellata da tanti capitoli interessanti, che parlano dello sviluppo industriale – e demografico ed economico – in un’area rurale e arretrata dell’Italia centrale (non è sud ma è Mezzogiorno!) e di una produzione a livelli d’eccellenza di un prodotto strategico – la carta – che oggi l’Italia è in grande misura costretta a importare. È una storia che racconta anche uno stabilimento “modello” – per quei tempi, ma non solo – nella sua capacità di proporsi come realtà produttiva di alto livello ma anche come comunità.

La cartiera Celdit apre lo stabilimento per la produzione di cellulosa nel 1938, ma va in funzione  nel 1940. Quindi, il fermo, a causa della Seconda Guerra Mondiale. Riapre soltanto nel 1948 con una linea produttiva ed entra in produzione, in base al progetto originario dei fratelli Pomilio, come cartiera a pieno titolo con un ciclo di lavorazione completo, dalla paglia alla carta.  In quegli anni, vicino sorgerà un quartiere operaio, il Villaggio Celdit, costituito da quarantotto casette bifamiliari a due piani, in verticale e in orizzontale, con orto e giardino annessi. Quindi una piazza centrale incorniciate da tre palazzine a tre piani, di cui una con porticato e con altri edifici con più appartamenti sul lato della strada statale Tiburtina Valeria.  

L’area della Celdit, nel progetto e nella sua attuale desertificazione.

Ma dopo settant’anni di vita industriale e sociale, nell’ottobre del 2008 la gloriosa cartiera viene chiusa per poi essere rasa al suolo. La fabbrica, difesa mille volte dal movimento operaio in infinite vertenze sindacali, è stata alla fine lasciata in abbandono tra miopia politica e malgoverno del territorio. Certamente di “mala” si tratta, di una “mala” politica, che non ha saputo, come ha fatto nel passato, mettere in campo sinergie positive e azioni di salvaguardia di un importante patrimonio di archeologia industriale tra autorità istituzionali e forze politiche. Tra tutti i cosiddetti “portatori di interesse” della città, come nelle passate avversità. Una mala politica che ha permesso invece nel maggio 2008 alle forze padronali di fare tabula rasa della storica cartiera, dando un colpo mortale al cuore pulsante del “Villaggio della Fabbrica di Papà”, alla sua comunità, vecchia e nuova, alla sua città, e alla sua regione verde dei parchi, che avevano nella Celdit il simbolo più prestigioso e poetico, i legami più intimi e collettivi e le ragioni di lavoro e di vita.

Sta di fatto che la fabbrica nel 2008 è stata lasciata sola e abbandonata al suo tragico destino. E poi la beffa. La sua sorte è affidata dal Gruppo Burgo nelle mani del Gruppo Merlino, un gruppo denominato come il mago delle colorate favole della Walt Disney, che si è industriato, con i suoi effetti speciali, più volte annunciati, di riconversione occupazionale e industriale denominata “IN.TE” (Innovazione e Tecnologia), ma fino a oggi, senza alcun esito produttivo e occupazionale. Senza, purtroppo, uno straccio di futuro.

Con la distruzione dello stabilimento, si è dato il colpo finale a una bellissima avventura industriale e sociale, durata quasi un secolo, con migliaia e migliaia di posti di lavoro creati, e alfine buttati alle ortiche. Una fabbrica che poteva ancora produrre lavoro ed economia per un vasto territorio per anni e anni ancora d’avvenire. E principalmente per la città di Chieti.

Madonna delle Piane, sullo sfondo la cartiera Celdit, fine anni Cinquanta

La Burgo, un gruppo industriale che “dialoga con l’arte” (così si reclamizza), ma col sindacato poco, a Chieti ha esibito un vero e proprio dialogo di arte barbarica, che ha coinvolto negativamente non solo la cartiera e le sue maestranze, ma anche i protagonisti di oggi e di ieri di quel gioiello tecnologico teatino, compresi l’ingegnere Ottorino Pomilio, i suoi familiari e i suoi ingegneri più innovativi (vedi il chimico Gabriele Moltedo, “padre” della carta patinata, fiore all’occhiello della Celdit), che avevano con il loro ingegno imprenditoriale inventato, progettato e costruito in Italia, gioco forza le leggi autarchiche, uno dei più prestigiosi stabilimenti e processi industriali per la produzione di carta all’avanguardia nel mondo. Il famoso “metodo Pomilio” era stato adottato da una decina di fabbriche nei vari continenti. 

Riusciremo noi cittadini del Villaggio della Fabbrica di Papà a salvaguardare almeno la memoria di questo simbolo della città? Riusciremo a muovere le coscienze dei rappresentanti della cosa pubblica, gli amici mitici, come la fabbrica, Achilliani in sinergia con il Comune di Chieti, la scuola primaria del Villaggio Celdit, il Movimento per la Tutela della Natura “Mondoverde”, il CIPAS e la Federazione Italiana Giornalisti Enogastronomici (FIGE). E  riuscire ad aprire il primo museo nello Scalo della città di Chieti?

La Caldit cresce, inizia un nuovo ciclo di produzione (anni Sessanta)

La nostra idea è quella di tornare a dare carte con il progetto “CIVICO MUSEO CELDIT”. Un museo della carta, del lavoro e del territorio, che vuole essere un importante un centro culturale e, nello stesso tempo, un laboratorio artigianale e artistico, inserito a pieno titolo nell’Associazione Italiana dei Musei della Stampa e della Carta, con l’obiettivo di dare un contributo alla riqualificazione della città, riannodare i legami sociali e urbanistici tra Chieti e Chieti Scalo, e recuperare un patrimonio culturale importante, creando un legame con il Centro Museale Polivalente (ex Burgo) di Toscolano Maderno.

Un museo è sempre un formidabile centro educativo, una risorsa creativa per il territorio, una grande operazione di rivitalizzazione per una città che decide di investire sul proprio passato industriale e sindacale per guardare avanti.

Noi siamo fermamente intenzionati a lanciare una scommessa progettuale che non può e non vuole tralasciare il coinvolgimento della stessa Burgo nella realizzazione del “CMC” (CIVICO MUSEO CELDIT) per il debito morale, civile e umano che fin dall’inizio della storia industriale della Cellulosa d’Italia, ha contratto con la città di Chieti.

Con quest’obiettivo i ragazzi del “Villaggio della Fabbrica di Papà” danno appuntamento, il pomeriggio del 22 giugno 2024, a tutto coloro che vorranno unirsi alla festa del Villaggio Celdit con la partecipazione dei rappresentanti delle istituzioni, Comune in primis, scuola, associazioni, Achilliani in testa, e di una delle icone del sindacalismo italiano, di un teatino doc e d’adozione, Giorgio Benvenuto.  

Una cartiera, un museo ultima modifica: 2024-06-04T20:13:34+02:00 da UGO IEZZI
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