L’opera di Pier Luigi Olivi tra l’accenno e l’evidenza

FRANCO AVICOLLI
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“Solo vivendo assurdamente si potrebbe, qualche volta, fare a pezzi questo assurdo infinito”, si dice Horacio Oliveira, il personaggio centrale del romanzo di Julio Cortázar “Rayuela. Il gioco del mondo”.

Che cosa ha di reale la cosiddetta realtà? Sicuramente, più di quello che si riesce a dirne. L’assurdo è, paradossalmente, la nemesi del reale, ciò che gli restituisce una funzione di riferimento. Entrare nei suoi anfratti, vivere nel mondo, può essere ben altro dal capirlo, incontrarlo, riconoscerlo. Nikolaj Gogol’, considerato maestro del realismo, entrava nella realtà della Russia con il cappotto di Akakij Akakievič o con Čičikov che comprava le anime morte e si stupiva che la sua narrazione fosse condivisa dai nemici del regime zarista che egli invece approvava. Il suo racconto fluiva tra il visionario e il grottesco disegnando una realtà che portava Puškin ad esclamare “Dio mio, come è triste la nostra Russia”. 

Dilatare il reale, rendere visibile la polisemia delle cose, cercare la faccia nascosta della luna, dare visibilità morfologica all’inquietudine, guardare il mondo dall’assurdo, può essere, allora, un passo necessario per costruire relazioni di contesto, per narrare il reale con lo spessore inusitato delle molte verità. 

L’opera di Pier Luigi Olivi Olivi è permeata dell’esistenza di Venezia, immagine e metafora della bellezza e dell’arte. Essa si rivolge per un verso all’essere, per l’altro all’accadere, ne osserva la funzione e ne rileva il senso, la ragione e gli effetti, accenna al quotidiano frettoloso e al tempo che cresce e coinvolge, decide che l’arte è presente eterno. L’atto creativo segue un percorso in cui la cosa non è altro da un sé da cui non intende neppure separarsi, distanziarsi, esserne la proiezione o l’imitazione, la memoria, è un volto della cosa stessa, un suo senso, un valore cui l’opera rimanda essendone portatrice. Ed è proprio questo il modo con cui essa si fa realtà. 

Venezia è sullo sfondo di una storia aggredita nell’essenza dell’arte, della bellezza, di suggestione e modello, di pregnanza civile. Nella sua illuminante condizione del vivere e della sua verità è una creatura speciale e delicata, è la bellezza che corre il pericolo di essere trasfigurata dalla mercificazione, da un uso improprio dei valori che la città storica consegna al tempo, collocandoli un una funzionalità definita dal denaro e dal dollaro che ne è il simbolo più borioso e diffuso.

Delle associazioni e delle contaminazioni, Pier Luigi Olivi afferra i tratti più estremi e fertili, quelli che permettono all’intelligenza di osare una nuova visione, di essere forme concettuali che mostrano con le immagini, l’abisso del vuoto che si scava continuamente nel nostro tempo tra la forza vitale dell’origine, la ragione – è possibile azzardare – e la muffa dell’uso mercificato.

Venezia/arte/bellezza non è tuttavia una sequenza conclusa, ma solo una possibilità e neppure lo è denaro/dollaro/USA: l’una e l’altra sono riferimenti di un vivere e di un senso su cui incombe la guerra, un cinico affare in cui convivono il contemporaneo senso della ricchezza e l’ombra inquietante della distruzione. In tale contesto, i quadri di Olivi sono la registrazione di un grado di coscienza, uno dei passaggi di altre molteplici associazioni rivelatrici di una condizione rispetto alla quale si può optare per il coinvolgimento, prendere una decisione qualitativa. La quale non può appartenere ad un tempo altro, diverso e distante dal momento in cui si impone ed è necessaria, essa può far parte soltanto di un presente che, secondo Pier Luigi Ulivi, è il vero tempo dell’arte. Contemporaneità e valore artistico diventano così compagni di viaggio, una cifra, se si preferisce, un metro orientativo che rende l’indifferenza colpevole.

Dignità era il nome di uno dei campi di concentramento della dittatura cilena e Libertà quello del più grande carcere della dittatura uruguayana”, scrive lo scrittore Edoardo Galeano in Patas arriba. La escuela del mundo al revés (Gambe all’aria. La scuola del mondo al contrario) un’arguta e appassionata incursione nelle assurdità che persistono in un vivere umano basato su un criterio alquanto normato in cui è più la paura a decidere, che l’amore. Il mondo funziona al contrario, ma l’arte non tace. Stranieri ovunque è il titolo della Biennale di Venezia nell’anno duemilaventiquattro, una locuzione con cui si enfatizza il pesante processo di estraniamento in atto. Si è stranieri in casa propria, nel luogo protetto dove si vive la quotidianità e il destino, si è stranieri in un mondo che funziona al contrario, come rileva Galeano, con una logica disinteressata alle molte problematiche che contrastano con le ragioni dell’uomo. Le guerre, le questioni climatiche e ambientali, i fenomeni migratori attentano alla salute, alla convivenza, alla stessa sopravvivenza della specie. Quale libertà è possibile in un contesto dominato da una logica che funziona a prescindere dal destino dell’uomo? La libertà è un bene prezioso che si qualifica appunto nella dimensione comunitaria e collettiva che di quella sono il metro referente. La libertà è esercizio ed è fatta di scelte che avvengono nella pluralità e nella socialità. Quale senso può avere la libertà nel deserto della solitudine e dell’isolamento? Essa è una condizione cosciente della convivenza che, a sua volta, è appartenenza ad una dimensione qualitativa e qualificante. Il mondo in cui si è tutti stranieri nega l’appartenenza e prescinde della convivenza, è un mondo delle solitudini dominato dal grande inquisitore di dostojevskiana memoria o dal grande fratello del nostro tempo, di cui è metafora il denaro che per quanto non olet confonde i sensi e stravolge la convivenza. Ed appunto l’arte a rilevarlo, proprio perché partecipa alla costruzione del reale, è qualità dell’appartenenza e manifestazione della libertà.

 

Il tutto in un tempo in cui si sente, inquietante, l’antico e paradigmatico tintinnare di sciabole con l’incluso rombo di cannoni, l’aleggiare dello spauracchio reale e imminente della terza guerra mondiale, nella versione bellica dell’epoca globale, quella di un’epoca in cui un semplice colpo di pistola in una scuola dell’Alabama, la bomba che cade sull’ospedale di Gaza o di una città dell’Ucraina, l’incendio nella lontana foresta dell’Amazzonia o il disastro ecologico provocato da sversamenti di petrolio nel golfo del Messico, sono una questione del mondo globale in cui viviamo. E l’arte con la sua illuminante indole visionaria lo rende visibile.

                                                             

L’opera di Pier Luigi Olivi tra l’accenno e l’evidenza ultima modifica: 2024-06-11T23:08:29+02:00 da FRANCO AVICOLLI
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