C’era una volta l’Italia

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Parlare di “Azzurro tenebra”, come fece mirabilmente Giovanni Arpino nel ’77, sarebbe riduttivo. Alla luce della disfatta cui abbiamo assistito nell’arco di questi Europei, infatti, possiamo dire che la discesa del sipario per mano della Svizzera costituisca quasi una liberazione. Mezzo secolo fa, i Mondiali tedeschi del ’74 costituirono l’ultima recita dei gloriosi “messicani” di Valcareggi, con quattro anni di più rispetto al ’70 e gli acciacchi tipici della vecchiaia, che in ambito calcistico arriva assai presto. Oggi si tratta del disastro di un Paese che non esiste più. 

C’era una volta l’Italia, quella che ho conosciuto da bambino, quella che, quando giocava la Nazionale, si riuniva intorno al tavolo da pranzo, con le pizze e la birra, e seguiva le partite con una sacralità e tutta una serie di riti scaramantici ormai sconosciuti. 

C’era una volta l’Italia, quella in cui si imparavano a memoria prima le formazioni delle squadre di calcio, su tutte quella degli Azzurri, e poi le opere dei poeti.

C’era una volta l’Italia, quella che si ritrovava in piazza, davanti ai maxischermi, e trepidava, rideva e piangeva insieme.

C’era una volta l’Italia, quella in cui esisteva l’estate, e quando arrivava era una festa perché anche i palinsesti televisivi cambiavano e il calciomercato regalava non poche soddisfazioni.

C’era una volta l’Italia, quella dei varietà con Panariello e Carlo Conti, quella in cui le grandi opere liriche venivano commentate da Antonio Lubrano, quella in cui la RAI riusciva a essere servizio pubblico anche a luglio e agosto, quella delle telecronache di Pizzul e dei commenti di Tosatti sul Corriere della Sera e di Cannavò sulla Gazzetta dello Sport.

C’era una volta l’Italia, quella delle spiagge e delle vacanze, della serenità che si leggeva negli occhi di chiunque, di una felicità autentica che si rintracciava sui volti delle persone comuni, delle serate trascorse a chiacchierare con i vicini, magari condividendo un gelato, e di una gioia genuina di cui oggi s’è smarrito il seme.

C’era una volta l’Italia, quella di Maldini e Cannavaro, di Nesta e di Zambrotta, di Buffon e di Toldo, quella che avrebbe meritato di vincere anche prima della notte di Berlino, quella forgiata dalle Under 21 di Maldini e di Tardelli, quella dei De Rossi e dei Gilardino, definitivamente lanciati da Claudio Gentile, quella dei vivai floridi e dei club che giungevano quasi sempre in finale in tutte le competizioni europee.

C’era una volta l’Italia, quella che subiva sconfitte anche cocenti ma non dava mai l’impressione di non avere un domani. E non che all’epoca non esistessero sessanta milioni di commissari tecnici pronti a crocifiggere il povero martire che sedeva in quel momento sulla panchina azzurra, ma diciamo che la partecipazione era appassionata e l’entusiasmo spontaneo e ricco di umanità.

C’era una volta l’Italia, quella dei rigori sbagliati per tre Mondiali consecutivi, quella beffata dal Brasile a Pasadena, quella della traversa di Gigi Di Biagio allo Stade de France, quella truffata da Moreno in Corea del Sud, quella “disperatamente grande” (citazione tratta da “Calcio 2000” numero 33, direttore Marino Bartoletti) che a Rotterdam dovette arrendersi solo alla fortuna dei francesi e persino quella tradita, nel 2004, dallo sputo di Totti a Poulsen in Portogallo.

Tutte queste Italie, tralasciando volutamente l’apoteosi lippiana del 2006, hanno in comune di essere cadute e di essersi rialzate, di aver subito cocenti sconfitte e di essere state aspramente criticate. Mai, tuttavia, avevamo assistito alla tragedia di una Nazionale della quale, sostanzialmente, non importa niente a nessuno, abbandonata innanzitutto dai più giovani, eliminata “senza un lamento, senza un grido”, al massimo con qualche commento indignato sui social, senza nemmeno una polemica, se non qualche discreto editoriale sparso qua e là, e costretta dunque a subire, oltre al danno dell’eliminazione, anche la beffa dell’indifferenza.

Perché l’Italia, lasciatecelo dire, non esiste più. Non arriviamo a dire, come Metternich, che si tratti di “un’espressione geografica” ma quasi. È attualmente un Paese avvelenato, stanco, diviso, incapace di fare fronte comune di fronte a qualsiasi difficoltà, nel quale non si crede più in nulla e in nessuno e di nulla e nessuno ci si fida. 

L’Italia, di fatto, non c’è più, e con i figli del disincanto, della Serie A fanalino di coda fra i campionati di un certo livello, della tecnocrazia imperante ovunque, della tattica che prevale sulla tecnica e dei cortili sempre più vuoti, con questi ragazzi che, forse, non hanno mai gettato per terra due magliette o due giacconi per realizzare le porte, immaginando che un nastro d’asfalto fosse San Siro, in queste condizioni, una brava persona come Luciano Spalletti ha fatto ciò che poteva. Nessuno, infatti, può salvare una comunità che non vuole o, probabilmente, non ha più la forza di salvarsi.

C’era una volta l’Italia ultima modifica: 2024-06-30T12:11:59+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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