Boškov e Vilanova, dieci anni senza

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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È difficile, nel mondo dello sport, trovare personaggi più diversi di loro. Eppure, ad accomunarli è stato il medesimo destino: sia Vujadin Boškov che Tito Vilanova ci hanno detto addio nell’aprile di dieci anni fa. Con una differenza sostanziale: il serbo era un uomo anziano e felice, lo spagnolo era ancora giovane ed è stato sconfitto da un maledetto cancro che se l’e portato via a soli quarantasei anni. 

Boškov era il re degli aforismi, come sa chiunque l’abbia seguito nel corso della sua esperienza italiana: bizzarri, divertenti, assurdi, capaci di strapparci un sorriso ma, al tempo stesso, di indurci a riflettere sulla natura profonda di un calcio che già allora si stava avviando verso una pericolosa deriva. Non lo caratterizzava solo l’ironia, però, ma anche una sagacia tattica senza pari, tale da consentirgli di costruire, giorno dopo giorno, il miracolo doriano del ’91. Una vittoria figlia della passione e del coraggio, dunque, resa possibile dalle parate di Pagliuca, dalla grinta del mastino Vierchowood e dalla classe del duo Mancini-Vialli, senza dimenticare tutti gli altri, ma che sarebbe stata comunque impossibile se non fosse stato alla guida della Samp un condottiero di quel livello, in grado di sfidare ogni tempesta e di affrontarla da par suo, mescolando un aforisma fulminante a intuizioni destinate a durare nel tempo. 

Boškov esulta per la vittoria del suo Den Haag nella finale della KNVB beker 1974-1975

Già dieci anni e abbiamo ancora in mente frasi come “rigore è quando arbitro fischia”, che sarebbero state perfette anche nell’epoca dei social, quando ogni sua affermazione sarebbe diventata un meme e molte delle sue parole-chiave sarebbero state rilanciate sotto forma di hashtag. Il che dimostra quanto quest’uomo, proveniente dall’universo jugoslavo, senz’altro figlio del Novecento, delle sue storie e dei suoi slanci, fosse al contempo modernissimo, non a caso a suo agio ovunque abbia allenato e persino in un paese come l’Italia, in cui abbiamo non solo sessanta milioni di commissari tecnici ma pure uno stuolo di allenatori di club pronti a dire la loro su tutto. È il bello del nostro modo di essere: la sfiducia atavica che ci induce a prendere posizione, a mettere in discussione tutto e tutti, a vivere le partite con un trasporto emotivo senza eguali e a non mancare mai di far conoscere le nostre idee, non solo quando le cose vanno male. 

Tito Vilanova tra Jordi Roura e Aureli Altimira, 2012

Ben diverso il contesto in cui si è formato e ha vissuto Vilanova: il Barcellona vincitutto di Messi e Piqué, quello che illuminava il pianeta con un gioco mai visto prima, quello cui molti hanno provato a ispirarsi, senza l’umiltà di ammettere di non avere interpreti all’altezza per replicare quei ricami. Uno squadrone cosmico, insomma, che, dopo la sbornia guardioliana, aveva bisogno di altrettanta bellezza ma anche di un po’ di quiete per condurre in porto una nave ancora capace di primeggiare ma logorata dagli anni e dalle battaglie con il resto del Continente, per nulla disposto ad accettare un’egemonia che all’epoca sembrava incontrastabile.

Tito se n’è andato a modo suo, senza strepiti, con una sobrietà quasi imbarazzante. Ci ha detto addio, come detto, a soli quarantasei anni, quando aveva realizzato il suo sogno, all’apice della gloria, come se gli dèi avessero deciso di fargli pagare il prezzo di una simile felicità.  

Rimanemmo senza parole quando apprendemmo la notizia della sua morte. Non sapevamo cosa dire, cosa scrivere, cosa pensare. Ogni commento ci sembrava superfluo, retorico, inopportuno. E anche adesso non possiamo far altro che farci scendere una lacrima, mentre riguardiamo le imprese del suo Barça, più normale rispetto al “quadriennio magico” di Pep ma non per questo meno esaltante; anzi, forse reso ancora più intenso dalla necessità di farsi forza ed essere un gruppo coeso al cospetto di una tragedia che non aveva nulla a che spartire con lo sport, riguardando l’ineluttabilità della vita. 

Vujadin, Tito, dieci anni e siamo ancora qua, a scrivere di calcio e a innamorarci di un qualcosa che non attiene alla sfera della razionalità, essendo la voce del bambino che è in noi e non ci abbandona. E per fortuna, perché se c’è una cosa che abbiamo imparato, in questo decennio segnato dall’orrore, è che diventare adulti è sacrosanto, ma se lo si diventa troppo, si smarrisce se stessi.

Boškov e Vilanova, dieci anni senza ultima modifica: 2024-07-01T10:33:00+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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