Roberto Bertoni, un’altalena che ha scritto un grande libro

ytali non è solo una rivista online, è anche libri. L’ultimo è “Sognare ancora. Ritratti di calcio e di sport”, a cura della nostra “firma” dello sport.
FRANCO MIRACCO
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Non so se sia alto o corto, bello o brutto, di certo so che per me Roberto Bertoni è un’altalena su cui mi alzo e mi abbasso al di sopra e al di sotto di una montagna di anni, i miei, e che, più di una volta, quegli anni me li ritrovo addosso quando l’altalena mi racconta i suoi Ritratti di calcio e di sport, nient’altro che varchi di tempo attraverso i quali è sempre possibile Sognare ancora. Accade da milioni di anni e non smetteremo di farlo, perché su calcio e sport s’innalzano i sogni del tempo degli uomini, anche di quello che un giorno trascorreremo giocando su Marte, non lontano dal cratere Schiaparelli.

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Accompagnandomi con Bertoni, l’altalena, ho nove anni nel maggio del 1949, quando assieme a mio fratello, che di anni ne aveva sette, via con gli altri, un po’ di corsa e un po’ fermandoci nelle fondamente dove si poteva dar tormento ai granchi nascosti nel verde delle alghe, ma anche per aspettare chi di granchi voleva tirarne su almeno uno. Dunque, una piccola banda, partita alle tre del pomeriggio da Campo Santa Maria Formosa in cerca di un campetto di calcio nella Pineta di Sant’Elena, che qualcuno chiamava Sacca perché a casa sua la chiamavano ancora così, essendoci state lì barene, canneti, acque, cioè sacche, poi raddrizzate tra una guerra e l’altra per farci sopra calli, fondamente, case. Non mi interessava giocare, a me bastava mettermi seduto con la schiena appoggiata ad un pino per godermela con le strisce a fumetti di Tex Willer, che da poco erano apparse nell’edicola del nostro Campo. Molti anni dopo ho saputo che erano passate da poco le cinque del pomeriggio del 4 maggio 1949, quando una radio a tutto volume mi portò vicino a una finestra, al piano terra di una di quelle case davanti alla Pineta.

Fu in quel momento che il calcio mi entrò in testa e mi entrò guardando gli occhi di un uomo che dalla sua finestra aperta se ne stava in silenzio per fare ascoltare a tutti, a me per primo, quello che la radio stava dicendo. Perché a Torino era successo qualcosa: l’aereo della squadra di calcio del Torino, con al seguito accompagnatori e giornalisti, di ritorno da una trasferta a Lisbona si era incenerito precipitando sulla collina di Superga. Bertoni, ovvero l’altalena, a pagina 217 del suo libro ha scritto Perché è grande il Grande Torino:

Si potrebbero citare dati e statistiche, ci si potrebbe soffermare sui cinque scudetti consecutivi vinti, sul record di gol (125) fatto registrare nella stagione ‘47-‘48 e tuttora imbattuto, sui risultati mostruosi ottenuti al Filadelfia, tutto vero, ma il Grande Torino era ben altro (…). Era un’Italia umiliata che ritrovava la voglia di vivere. Era la gioia degli ultimi, di coloro che si spezzavano la schiena nei cantieri, di una città operaia che recuperava, piano piano, la dignità perduta (…). Potevi incontrarli al bar o per strada, quei ragazzi. Parlavano anche di politica, ad esempio schierandosi senza remore dalla parte della Repubblica nel referendum del 2 giugno del ‘46.

4 maggio 1949 – 4 maggio 2024 75 anni fa, sulla Collina di Superga, finì la storia e iniziò la leggenda del Grande Torino

E l’altalena non si è perso quello che scrisse Montanelli “secondo cui il Toro non è morto, è soltanto in trasferta”. Tornando verso casa nessuno di noi si fermò a cercare granchi. Quella sera non li cercammo, presi com’eravamo dall’urlare assieme, e dopo, di nuovo, ciascuno per conto proprio, le “parole” di una poesia che non dimenticammo più: Mazzola, Martelli, Rigamonti, Bacigalupo, Gabetto, Ballarin, Maroso, Ossola. Urlammo quei nomi, prima ancora di arrivare a Santa Maria Formosa, passando nelle calli dove il rimbombo dell’eco era più forte e gridammo tanto, forse perché quella era la nostra poesia per il Grande Torino.

Non c’è dubbio, quell’Italia umiliata, di cui scrive Bertoni, e che si ritrova attorno alla leggenda del Torino ci rimanda a Eduardo Galeano nato nel 1940 a Montevideo, l’indimenticabile autore di Splendori e miserie del gioco del calcio, con pagine e pagine tutte, io credo, nel cuore della nostra altalena. Galeano:

L’esperanto del pallone univa i poveri del posto con i braccianti che avevano attraversato il mare da Vigo, Lisbona, Napoli, Beirut o la Bessarabia e che sognavano di fare l’America innalzando pareti, sollevando pesi, infornando pane e ripulendo strade (…).

Busto di Garrincha nella sede del Botafogo

Allora, in tempi amari e assai lontani, in America del Sud, tra Argentina e Uruguay, quei poveri, quei braccianti, stavano “inventando un loro linguaggio nel minuscolo spazio nel quale la palla non era calciata ma trattenuta e posseduta, come se i piedi fossero mani che intrecciavano il cuoio”. E il profumo del calcio secondo Galeano ti prende, eccome, ogniqualvolta Bertoni scrive cose per esempio come quella su Garrincha:

sfidò l’impossibile ed ebbe la meglio. Poliomielitico, con una gamba più corta e una più lunga, probabilmente destinato a una vita segnata dall’infelicità e sconfitto in partenza.

Quante volte ci siamo lasciati coinvolgere da film con Clint Eastwood o Kevin Costner, interpreti di personaggi sconfitti in partenza e che alla fine invece ce la fanno! Ed ecco che lo sceneggiatore Bertoni ha già pronto su Garrincha quel genere di film:

si presentò un giorno al cospetto di sua maestà Nilton Santos, uno dei più grandi difensori brasiliani di tutti i tempi, il quale, a proposito del loro primo incontro, raccontò: ‘Fece un provino con noi a sedici anni, lo vidi e mi sembrava uno scherzo, con quelle gambe storte, l’andatura da zoppo e il fisico di uno che può fare tante cose nella vita meno una: giocare al calcio. Come gli passano la palla , gli vado incontro cercando di portarlo verso il fallo laterale per prendergliela con il sinistro, come facevo sempre. Lui invece mi fa una finta, mi sbilancia e se ne va. Nemmeno il tempo di girarmi per riprenderlo e ha già crossato (…). La terza volta mi fa un pallonetto e sento ridere i pochi spettatori che assistono all’allenamento. M’incazzo e quando mi si ripresenta di fronte cerco di sgambettarlo, ma non riesco a prenderlo. Alla fine vado dai dirigenti del Botafogo e dico: tesseratelo subito, questo è un fenomeno’.

Moreno Torricelli

Poi ancora l’altalena vola su, dietro a un’altra storia imbastita con poesia perché la vita di Moreno Torricelli, “lombardo di Erba e calciatore per caso”, è stata poesia, quella che uno vive anche se non sa di farla, la poesia. Che è quel che avverti leggendo C’era una volta Geppetto:

Faceva il falegname, Moreno, lavorava in un mobilificio della Brianza e il pallone altro non era che una splendida passione dilettantistica tra le file della Caratese.

Come sanno alcuni sapienti, lungo le vie della storia o di quelle che crediamo essere le nostre vite possono presentarsi i colpi di un immaginario inaspettato o, se non ti va l’immaginario, chiamalo il caso, una materia questa di cui è espertissimo Bertoni. Si stava dicendo di un giovane Geppetto e sull’altalena leggiamo:

Ciò che non avrebbe mai immaginato, e invece accadde, è che un giorno, nella primavera del ‘92, la sua squadra si trovasse ad affrontare addirittura la Juventus (…). E fu in quell’occasione che un mito come Giovanni Trapattoni notò questo ragazzo tutto grinta e determinazione che sgroppava alla grande lungo la fascia, decidendo che si sarebbe potuto sposare alla perfezione con la sua concezione garibaldina del gioco.

Ma il caso spesso è fatto di molto altro ed è il caso di Torricelli, naturalmente:

riuscì a conquistarsi il proprio spazio e non smise più di battersi per dire grazie alla fortuna che lo aveva catapultato, come in una favola, dal quasi anonimato alla ribalta mondiale.

Sei stagioni con la Juve ricorda Bertoni, felicissimo nel poter chiudere sulla splendida vittoria della Juventus contro l’Ajax in una finale a Roma della Champions League. Impossibile, almeno per me, soffermarmi su ogni titolo delle 322 pagine in cui sono stati raccolti i “Ritratti di calcio” e i “Ritratti di sport”, soprattutto dopo esserti stordito su ognuna di quelle pagine che, se messe assieme, compongono un romanzo lungo più di un secolo e mezzo e vasto come può esserlo l’orizzonte di un pianeta, il nostro, su cui scorrono, prima e dopo Omero, bagliori e oscurità, albe e tramonti, e che puoi credere dovuti all’inizio e alla fine di una enormità di giochi: quelli tuoi (quali?), quelli dei cuccioli di orso, quelli dei macachi giapponesi, quelli su di un campo da tennis, quelli in spiaggia con i tamburelli di una volta, anche se sai che stanno giocando giochi spaventosi con i droni. I titoli di Bertoni? Vanno ben oltre quelli di Mourinho perché ti spingono a volare sull’altalena, come Il socialismo realizzato del ragno nero: “Lev Jasin, il patriota russo che ebbe il coraggio di rifiutare un’offerta con assegno in bianco del presidente del Real Madrid, Santiago Bernabéu… il ragno nero, con la sua forza strabiliante, le sue parate, la sua classe, la sua grinta e il suo essere modernissimo nell’utilizzo dei guanti e dei piedi”. Comunque, sovietico fino all’ultimo.

Altri titoli e altri voli: Pelé, l’immensità e il silenzio; Lilian Thuram, un sognatore che non si è mai arreso, come lo definì Nelson Mandela, un campione del gioco del calcio, e lo è perché rappresenta “tutto ciò che un campione dovrebbe incarnare… i suoi valori sono fortissimi e travolgenti, al pari della sua cultura e del suo desiderio di aggiornarsi continuamente”; Dino Zoff. L’Italia migliore:

è il portiere rimasto imbattuto per oltre mille minuti in Nazionale e per più di novecento in maglia bianconera, è colui che riuscì nell’impresa di disputare trecentotrenta partite consecutive in Serie A nelle sue undici stagioni alla Juve… Dino Zoff è stato il punto di riferimento di una generazione nata sotto le bombe… incarna l’Italia più bella, quella generosa e rivoluzionaria di Bearzot, quella partigiana del presidente Pertini, l’Italia di ieri che oggi fatica a farsi strada persino nella memoria.

Giunto a quella che chiamano la tarda età, non ho ancora capito se debba ritenermi più veneziano o più romano(quando il personale s’affaccia sul chissenefrega), ma se Bertoni l’altalena mi spinge attorno ad alcuni titoli sono irrimediabilmente romano. Così con Er mister diventato Sir o con Falcao. Quand’eravamo la Mecca del calcio. Partiamo da lontano:

Per un bambino degli anni Ottanta, tifoso della Roma, esistono ricordi indelebili, miti inossidabili ed esperienze che non si dimenticano.

È Bertoni che parla e che ricorda la Roma di Falcao:

Paulo Roberto Falcao, centrocampista moderno, a tratti più olandese che brasiliano, dotato di geometrie impeccabili, classe sopraffina e capacità di creare spazi dove non avrebbero mai dovuto esserci, trasformandosi nella gioia di qualunque attaccante abbia avuto la fortuna di giocare con lui… E quella Roma, forgiata da Dino Viola e portata al successo da un illuminista svedese di nome Nils Liedholm, quella Roma imbottita di fuoriclasse, pur avendo mezzi nettamente inferiori rispetto alla Juve dei sei campioni del mondo più Boniek e Platini, nel maggio dell’83 riuscì ad aggiudicarsi uno storico scudetto.

Per quella Roma, su cui Bertoni dondola con le sue pagine, più che Venditti molto meglio riprendersi la sera dei miracoli di Dalla:

E la gente corre nelle piazze per andare a vedere / questa sera così dolce che si potrebbe bere / da passare in centomila in uno stadio… si muove la città / con le piazze e i giardini e la gente nei bar / galleggia e se ne va….

Galleggia infatti Bertoni:

Fu una festa di popolo, un tripudio collettivo, un trionfo accompagnato da cori e bandiere, con la gente impazzita che si riversava nelle strade e nelle piazze e i protagonisti dell’impresa elevati a dei, in una città facile agli entusiasmi e talvolta propensa agli eccessi.

Ma se Bertoni galleggia, io, come accade ai vecchi, m’incarto nel mio nell’estate dell’83, quando Roma aveva già perso Luigi Petroselli, morto giovane e da sindaco nell’ottobre del 1981 (sennò sarebbe diventato per sempre il più grande sindaco nella storia di quella città), e fortuna che c’era ancora Renato Nicolini, cantore dell’estate romana e assessore a Piazza Campitelli. M’incarto in quelle sere così dolci, che si potevano bere da Massenzio al Circo Massimo, da Trastevere a Castelporziano, dovunque ci fossero segmenti dell’infinito effimero, compreso il nostro in un manifesto che nell’83 si pubblicava e si edicolava di sera per via di quelle pagine di estatenotte, con anche ricette quali crudeltà con le seppie, guerre stellari nel tegame, spiedini con peperoni e fiordilatte o il rosso d’uovo scivolato, eccetera, eccetera. In ogni caso, per me e per pochissimi altri eletti, ossia compagni favoriti, quella sera dei miracoli si concluse a Vicolo del Cinque, a casa di Rina Del Pio che ci aveva preparato una cofana di lumache in umido, lumache raccolte apposta subito dopo le piogge nei cespugli lungo l’Aurelia. Rina, morta a 99 anni nel 2022, che di suo faceva la sarta e che per tutta la vita ebbe negli occhi sguardi dalla grazia inflessibile e sorrisi che solo Gioacchino Belli avrebbe potuto capire. Per tutta la vita nel Partito, già da quando, assieme ad altre donne, prendeva parte agli assalti ai forni, con i nazisti che occupavano Roma, e sempre in quel Partito, fino all’ultimo, che anche Pasolini, quando stava a Monteverde, chiamava il Partito, perché non c’era alcun bisogno di aggiungergli Comunista. Da Trastevere a San Saba, per chi conosce Roma, il passo è breve, soprattutto per l’altalena:

Sir Claudio da San Saba, ‘romano de Roma’ e romanista di cuore, capace di insegnare calcio ovunque e di trovare nel mondo la propria patria universale… come non gli bastassero i miracoli che ha già compiuto, tra cui l’epica impresa di condurre il Leicester alla conquista della Premier League dei paperoni nell’anno di grazia 2016…

Vorrebbe restare in panchina qualche anno ancora Claudio Ranieri, che è

sempre stato un demiurgo silenzioso, un innovatore gentile, un riformista della panchina, uno che ha mutato equilibri, forgiato campioni, plasmato giocatori, formato uomini, educato tifosi e messo al loro posto presidenti spesso piuttosto ingombranti, il tutto senza mai prendersi troppo sul serio, senza mai ergersi a vate.

Chi avrà il bene di sfogliare questo libro e, nel caso, se gli fosse capitato di leggere quel che ho scritto fino a qualche riga più sopra, si renderà conto, oimè, quel gentile qualcuno, che ho tenuto conto di un niente o quasi rispetto all’odissea narrata da Bertoni. Infatti, avrei dovuto approfittare dell’altalena per non dimenticare almeno Foglia morta:

Mariolino Corso è stato molto più di un calciatore. È stato soprattutto un esteta, un narratore di gesta epiche, un aedo pallonaro che cesellava magie e intanto le raccontava al mondo, attraverso il suo sguardo profondo (…). La sua arte era il calcio da fermo, la punizione con tre dita, la foglia morta che s’insaccava beffarda e non lasciava scampo ai portieri.

E se di Corso ho messo sulla carta poco meno di un fiato, figurarsi se mi arrischio su Mondino Fabbri e l’eterna sconfitta o Pablito Rossi. L’estasi in un’estate o Davide Astori, la gentilezza d’un capitano d’altri tempi o Luka Modrić, il poeta del gioco o Gianluca Vialli, Gianni Agnelli, eccetera eccetera. Nonostante tutto, il prima e il dopo di Gigi Riva, il senso di una storia e di molti altri ancora. È evidente, non resta che leggersi il libro di Bertoni, l’altalena. A proposito, una locuzione questa che può essere la guaina da cui estrarre il “coltello” che deve andare contro a chi non ti è mai piaciuto, e penso a Spalletti. Gli svizzeri, che sghignazzavano fin dal giorno che hanno saputo di doversela giocare con un allenatore più inutile addirittura del fumo della candela spenta per ultima, gli svizzeri si diceva, che di lame taglienti se ne intendono da secoli, non hanno fatto altro che che tagliuzzare di qua e di là la squadra di Spalletti con quei loro favolosi coltellini wenger, rosso corallo. Tutto qui, augurandomi che l’altalena ripassi a volo prima o poi su quel mio “a proposito” (Lo ha fatto, leggo adesso su ytali “C’era una volta l’Italia”).

So di essere giunto al dunque, perché “chiacchiere e tabacchere ‘e ligno” a un bel momento hanno da cessare, non prima però che io dica: ci sarebbe ancora l’altra sezione di un libro magnificamente altalenante. La sezione a proposito della quale ci sarebbe solo lo sprofondarcisi dentro, golosamente. Trattasi dei “Ritratti di sport”, ossia ciclisti, tennisti, sciatori, pugilisti e piloti automobilistici, top gannisti e nibalisti, pantaniani e bartaliani, anche Nureev, Sara Simeoni, Paola Egonu, e quel che accadde a Monaco nel 1972, eccetera, eccetera. Avete capito che il libro di Bertoni va preso molto sul serio, sì o no?

A proposito, mio fratello e io, prima che gli anni quaranta finissero, facemmo non so quante volte il Giro d’Italia e il Giro di Francia. Facemmo quei Giri sognando di farli sul serio, perché a noi bastava spingere i nostri campioni a sorpassarsi a vicenda nelle impossibili salite e discese lungo gli orli dei basamenti rinascimentali in marmo della facciata di Santa Maria Formosa, la più nostra, quella che si affaccia sul canale. A correre erano i cimbani, così a Venezia chiamavamo i tappi, immagino quelli delle bottigliette. Ritagliavamo dalle figurine solo le facce degli amatissimi ciclisti, e quei ritagli schiacciati dentro ai cimbani diventavano le nostre biciclette da corsa, su e giù nei giri d’Italia e di Francia. A far volare Coppi, Bartali, Magni, Robic detto testa di vetro, era uno studiatissimo schioccare leggero dell’indice con il pollice, però sufficiente a far avanzare il cimbano senza che questi precipitasse sui masegni, al di sotto dell’orlo del basamento. Se il tuo campione cadeva giù, dovevi ripartire dall’inizio. Credo di poter dire che il nostro campionissimo fu per davvero un grande corridore, Antonio Bevilacqua, tanto più sapendo che era nato non lontano da Venezia, a Santa Maria di Sala. Ciò detto, a Coco Gauff e a Jannik Sinner (visto sciare da bambino a San Candido) è andata bene: a vederli giocare può esserci Roberto Bertoni e non soltanto quelle gnagnere dei tennis-cronisti televisivi. Noi che correvamo a casa della mamma per ascoltare-vedere-ascoltare in pace le Wimbledon di Gianni Clerici del secolo scorso, figuratevi se ci perdevamo l’altalena su “Quelli che il tennis”:

Novantuno anni non sono pochi, per carità, ma Clerici trasmetteva ogni volta un senso di immortalità, come se le sue analisi fossero destinate all’eternità, come se la sua pacata disamina dei fatti e il suo commento mai banale dovessero accompagnarci per sempre. Invece anche la sua favola si è conclusa, e con essa è terminata una parte della nostra vita di appassionati e di sportivi, dato che un altro Clerici non esiste e difficilmente verrà alla luce nei prossimi anni.

Ecco perché ai due ragazzi è andata più che bene che ci sia Bertoni: “Coco Gauff è una figlia del Duemila, presente e futuro del tennis”; Jannik Sinner. Il robot dal volto umano oppure Ho visto Jannik giocare: “non è umano e lo si era capito ormai da tempo”. Certo caro Bertoni, è il non umano numero uno.

Infine un cruccio, che senza alcun dubbio l’amico altalena comprenderà. Poco più che ragazzo mi buttai tra le erbe odorose dello scrivere, di quando in quando, in dialetto, cioè in una lingua antica, robusta, fantastica, che si accendeva di continuo. Come fu come non fu, scrissi a Gianni Brera, e a chi se non a lui? Scrive il Bertoni:

Gioanbrerafucarlo, l’immaginario dello sport, il Vate della pedata, il mito della parola che trasformava le partite più noiose in opere d’arte…narratore, romanziere, inventore di soprannomi incredibili…

E Gioanbrerafucarlo mi rispose. Lo fece con una cartolina illustrata che il postino mi consegnò mentre scendevo in paese, in una di quelle mattine delle lunghe vacanze d’estate e che per me divenne una mattina eccitante di felicità. Non aveva scritto saluti e baci, tutt’altro. M’incoraggiava a rimpolpare l’italica lingua con imbarcate d’idioma dialettale, il veneto-veneziano ovviamente. E maledetto me per aver perso quella cartolina finita chissà dove tra un viaggio e l’altro, trasloco dopo trasloco.

C’è da dire ancora che il libro non si è fatto mancare nulla: in apertura Elisa Di Francesca e in chiusura Franco Astengo. 

Roberto Bertoni, un’altalena che ha scritto un grande libro ultima modifica: 2024-07-01T15:10:39+02:00 da FRANCO MIRACCO
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