Il ragazzo che lavava i piedi allo scrittore più famoso del mondo

Un incontro casuale, tempo fa, nelle valli di Caorle con Tarsilio Veronese e il racconto del suo singolare, intenso rapporto con Ernest Hemingway.
ADRIANO FAVARO
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L’adolescente che lavava i piedi allo scrittore più famoso del mondo sta sull’ingresso nella stanza da letto usata dallo scrittore, vicino c’è un orso imbalsamato arrivato negli anni Sessanta dalle foreste rumene:

Hemingway era un omone, 120 chili, ma dolce nel fare. Quando tornava dalla caccia lo aiutavo a togliere i lunghi stivaloni e poi dalla cucina prendevo due catini acqua calda e fredda e sale grosso e lui: ”Baby prendi la bottiglia di whisky”. Ne versavo mezzo bicchiere e lui mi rimproverava nel suo italiano, “no, pieno! Tu però non bere e non fumare”. Mi chiedeva la scatola di sigari cubani “Montecristo” della fabbrica Santa Clara: lunghi così. Ne fumava uno, e io giù con acqua e sapone.

Tarsillo Veronese stava vicino ai novant’anni, qualche tempo fa, quando ci siamo incontrati.

Quando lavava i piedi a quell’uomo grande e forte ne aveva quindici. Ci ha narrato gli anni scorsi, in un incontro casuale nelle valli di Caorle, quel suo pezzo di vita, per la prima volta. Non ancora adolescente nella campagna di Caorle non immaginava che quell’incontro del novembre del 1948 lo avrebbe collocato in una pagina della storia contemporanea di un Hemingway così familiare da risultare quasi sconosciuto. 

 

Se ho letto tutti i libri di Hemingway? Sì e ne ho qualcuno con la sua firma, mi sono piaciuti. Posseggo la macchina per scrivere Remington che lui usava, penne, lettere, la macchina fotografica Agfa, spazzolini da denti. Tenni tutto a lungo a casa mia e adesso questi oggetti li ho portati nella tenuta San Gaetano, Valle Grande, di Caorle.

Questo edificio pulito e restaurato a perfezione è di proprietà, con la valle di ottocento ettari, degli eredi di Giuseppe Poja, famiglia di Valdagno che l’acquistò da Nanuk Franchetti, il figlio dell’esploratore Raimondo Franchetti (1889-1935). Qui Tarsillo è stato di casa a lungo, autista di Nanuk, il suo mestiere.

Hemingway – ricorda – si rivolgeva a me dicendo “baby”. Io gli lavavo i piedi quando tornava dalla caccia. La prima volta che gli tolsi i calzini vidi certe cicatrici, ci entrava un dito. Le ferite a Fossalta di Piave. “La guerra mi ha fatto questo”. Poi gli davo calzini puliti e zoccoli di legno. Quegli zoccoli li ho ancora. 

Quell’incontro con Tersillo fu come stare davanti a un fiume in piena:

Mi dicevano che non avesse grande mira: si presentò un giorno con 36 uccelli e li allineò. Il capovalle era a quota 101 ma Hemingway era contentissimo e diceva che non aveva mai ucciso tanti volatili in una sola volta. Mi guarda e fa: “Sai baby, quando miravo agli uccelli speravo di sbagliarli”. Quando andava a raccoglierli li accarezzava uno per uno. Mi dava sempre la mancia e io mi schermivo e lui: “No baby quando una persona ti dà una moneta devi accettarla; te la dà perché te la meriti”.

Quando aveva voglia del bagno gli riempivo metà vasca, lo aiutavo a spogliarsi e lui, temendo il mio disagio, mi diceva nel suo italiano “sei come un figlio per me…”. 

Nel tavolo da lavoro (“scriveva sempre in piedi però”) ecco la Remington, penne, inchiostro, fogli di carta.

Quella macchina per scrivere di Hemingway (morto il 2 luglio 1961) l’ho tenuta per anni nel magazzino dietro casa – precisò quella volta Tersillo –, non sapevo che farmene! Ho anche lettere, un assegno di mille dollari firmato dallo scrittore per le spese fatte dal conte Federico Kechler che lo ospitava, a Codroipo. Hemingway – sorride Tarsillo – diceva che era venuto a Venezia, dopo un incidente aereo in Africa per guarire con mazzancolle e valpolicella.

Ecco la scatola dei Montecristo, inchiostro, i famosi zoccoli, spazzolini da denti, una radiolina da campo degli anni Cinquanta, il telefono da muro che usava in questa casa. Ecco i suoi pettini. Simili a quello che spezzò e diede ad Adriana Ivancich. 

Fernanda Pivano, la traduttrice di Hemingway scrive così quella storia tra un adulto americano e una giovane di famiglia nobile veneta:

All’alba di un giorno dei primi di dicembre del 1948, una vettura Buick azzurra con il tettuccio sollevato (…) entra a Latisana diretta a Caorle; e a un incrocio presso la piazza principale della cittadina, sotto una stretta tettoia, davanti alle vetrine di un negozio ancora chiuso, è in piedi una giovane donna. (…) La nobile diciannovenne, che viveva tra i marmi del Sansovino in Calle del Rimedio a Venezia e all’ombra dei platani secolari nella villa di San Michele al Tagliamento, è da subito, agli occhi di Hemingway, sempre più spesso irrigidito da una disperazione senza nome, una creatura “splendente di giovinezza e del disordine che l’aria le aveva fatto nei capelli”. Chiede un pettine: Hemingway prende il suo e lo rompe in due, un gesto da cavaliere medievale.

Tarsillo narra di aver partecipato al funerale di Adriana a Orbetello, nel 1983 dopo il suicidio. Poi uno sguardo al letto di “papa”, soprannome dello scrittore: “Sì, russava, russava tanto, madonna”. 

E prima di lasciarsi ci aveva indicato con uno sguardo da enigma le foto di Mery Welsh, ex corrispondente di guerra, la moglie di Hemingway ritratta durante una battuta di caccia nella Valle Grande di Caorle, una bella donna.

Le ultime battute di Tarsillo:

So che col marito, prima che lui si sparasse col fucile da caccia, trovato nonostante lei glielo avesse nascosto, aveva cantato qualche strofa della Mula di Parenzo ”Tutti mi chiamano bionda”…

Gliela aveva insegnata la giovanissima Fernanda Pivano. Un finale in musica che rimbalza di là del fiume e tra gli alberi. Anche così continua la memoria di un mito: negli occhi di un anziano che forse non ha mai smesso di essere adolescente nelle lagune dove vivevano le lontre. 

Il ragazzo che lavava i piedi allo scrittore più famoso del mondo ultima modifica: 2024-07-02T18:59:13+02:00 da ADRIANO FAVARO
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