Niccolai. Quando la classe operaia andava in Paradiso

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Comunardo Niccolai oggi non potrebbe esistere. Non in Serie A almeno, meno che mai in Nazionale, non con quel carattere, quel genuino entusiasmo, quel nome ispirato alla Comune di Parigi, quell’anti-fascismo insito nel DNA, trasmessogli dal padre che il regime lo aveva conosciuto e patito sulla propria pelle. E non potrebbe giocare al fianco di uno che di nome faceva Ricciotti, come uno dei figli di Garibaldi: il mitico Greatti, un’altra delle stelle umili di quel Cagliari corsaro che nel 1970 condusse la Sardegna in Italia, per citare Gianni Brera, costituendo poi la spina dorsale degli Azzurri che andarono a disputare un Mondiale memorabile in terra messicana. 

Comunardo, dunque, ci ha detto addio, a settantasette anni, accomiatandosi dalla vita senza dare nell’occhio, come del resto aveva sempre vissuto. Tanto era una persona semplice che pochi si accorsero della sua grandezza: come difensore e come persona. Per anni, è stato ricordato solo per gli autogol, come se si trattasse di uno stigma, quando lui li considerava, al contrario, quasi un tratto distintivo, ironizzandoci su con la capacità, tipica dei grandi, di trasformare un difetto in una virtù. Straordinario il colpo di testa con cui infilò la porta di Albertosi nella partita-scudetto disputata al Comunale di Torino il 15 marzo del ’70. Straordinario lo sconforto, misto ad ammirazione, di Albertosi e il prenderla con filosofia di Scopigno. Straordinaria la battuta di quest’ultimo in merito al fatto che uno come Niccolai potesse essere visto in mondovisione. Quello, tuttavia, era il tratto distintivo di un tempo che, ahinoi, non esiste più. Il ’70, infatti, è l’anno in cui venne approvato lo Statuto dei lavoratori, l’anno in cui la Costituzione entrò nelle fabbriche, l’anno in cui persino gli operai avevano diritto di andare in Paradiso, per dirla con il titolo di un film di Elio Petri, ma non nel senso che intendiamo adesso: si trattava di diritti conquistati e avanzamenti sociali, non solo di morti sul lavoro che di bianco non hanno proprio nulla. 

Niccolai, al pari di Martiradonna, Tomasini e altre tute blu del pallone, non si vergognava per nulla della propria condizione di magnifico gregario. Sapeva che per rendere possibile un sogno di quelle proporzioni, era indispensabile sognare insieme. Sapeva che nessuno avrebbe potuto vincere senza l’aiuto dei compagni. Sapeva che era la collettività a fare la differenza. 

Con la sua scomparsa, diciamo quindi definitivamente addio all’utopia di un altro mondo possibile. Ci rassegniamo alla mediocrità di un divario sempre più straziante fra ricchi e poveri. Ci arrendiamo alla dissoluzione di tutto ciò in cui abbiamo creduto quando ancora aveva senso crederci. Eppure, una voce interiore ci sussurra di non mollare, se non altro per non tradire chi, come il buon Comunardo, non l’ha mai fatto: né in campo né nella vita. Niccolai, difatti, apparteneva all’ultima generazione che, con dedizione e coraggio, è riuscita a elevare la propria condizione sociale. Poi il silenzio, il vuoto, la disfatta. 

Quasi nessuno, oggi, riuscirebbe a immaginarsi cosa fosse l’Amsicora, quello stadio dedicato a un rivoluzionario fenicio in cui la scomodità regnava sovrana persino in tribuna stampa. Proprio per questo tutto sembrava impossibile e tutto fu, invece, bellissimo, compresi i banditi che si facevano arrestare pur di assistere al trionfo della squadra perfetta in una domenica d’aprile che è passata alla storia. 

Ai comunardi parigini il nostro era accomunato dall’istinto visionario, dallo spirito di sacrificio, dalla capacità di gettare, sempre e comunque, il cuore oltre l’ostacolo. E come loro vinse senza rendersene conto, fu drammaticamente sconfitto dalla reazione e rimase aggrappato a un’idea romantica della vita che non ha più diritto di cittadinanza. Riva e compagni, infatti, conquistarono il tricolore in un impianto in cui ormai si rifiuterebbero di giocare persino i dilettanti. Loro, al contrario, divennero un tutt’uno con quella terra agra, inospitale, solitaria, abbandonata a se stessa, utilizzata dal fascismo per mandare al confino gli oppositori e dalla sedicente democrazia per mandare a fare il militare coloro che professavano idee politiche ritenute sconvenienti. Quei ragazzi, venuti dal niente e abituati al niente, se ne innamorano al punto che alcuni vi son rimasti a vivere. Trovarono lì l’amore incondizionato di persone come loro abituate al niente, e questo bastò per creare un legame indissolubile. 

Con Niccolai se ne va, pertanto, uno degli ultimi utopisti. Che tristezza questa contemporaneità in cui tutto è già scritto, tutto è già deciso, i destini sono segnati e gli autogol sono considerati alla stregua di drammi! Lui, come detto, ne aveva fatto un’arte, e senz’altro aveva ragione.

Niccolai. Quando la classe operaia andava in Paradiso ultima modifica: 2024-07-02T17:44:00+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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1 commento

stefano vicini 3 Luglio 2024 a 18:54

Grazie per questa pagina di grande poesia.

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