Winkler, una storia della Germania

Con un saggio introduttivo di Angelo Bolaffi, in libreria “I tedeschi e la rivoluzione. Una storia dal 1848 al 1989” del grande storico tedesco.
GIOVANNI TONELLA
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Heinrich August Winkler, I tedeschi e la rivoluzione. Una storia dal 1848 al 1989, Donzelli, Roma, 2024, con un saggio di Angelo Bolaffi, La Germania nel disordine globale.

Heinrich August Winkler è uno degli storici contemporaneisti viventi tedeschi più importanti, professore emerito di Storia contemporanea prima alla Freie Universität di Berlino, a Friburgo, e poi, dopo la caduta del Muro, alla Humboldt-Universität di Berlino. Si tratta di uno storico che ha unito la sua attività intellettuale a una militanza politica nelle file dell’Spd, rappresentando l’ala più convintamente riformista e socialista liberale. La sua attività di studio e ricerca si è concentrata sulla Repubblica di Weimar e in particolare sul lungo percorso di avvicinamento ai valori occidentali della democrazia liberale che ha caratterizzato la Germania, un cammino complicato, difficile e segnato da tentazioni di particolarismo culturale o dalle note deviazioni tragiche e terribili. Il saggio in questione, in termini sintetici ma significativi, ripropone questo tema, in una chiave di chiarificazione dei problemi storico-politici, da un lato per gettare luce sui tornanti della storia tedesca, ma dall’altro riproponendo problemi e nodi ancora da sciogliere.

Heinrich August Winkler riceve la Gran Croce al merito dal Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier, Schloss Bellevue, 16 marzo 2018

Il testo è ottimamente introdotto da un saggio di un noto studioso italiano della storia e cultura tedesca, Angelo Bolaffi, La Germania nel disordine globale – si ricordi dello stesso autore Cuore tedesco. Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea –, saggio che arriva al nocciolo delle conseguenze da trarre rispetto alla ricostruzione storica di Winkler. Si tratta infatti, seguendo Bolaffi, di tematizzare come oggi la Germania debba di nuovo, per così dire, entrare nella storia, dopo una fase nella quale, grazie a una condizione da un lato subita ma privilegiata e dall’altro cercata, coltivando un’ambiguità di fondo – anche alimentata da una torsione della cosiddetta Ostpolitik di matrice socialdemocratica che passa dalla logica di favorire il mutamento tramite un avvicinamento (Wandel durch Annäherung) a quella di favorire il mutamento tramite il commercio (Wandel durch Handel) – si è rifugiata nell’opportunistica comfort zone di potenza economica ma non politica, avendo potuto avvalersi dell’esonero politico garantitole dagli USA.

La Germania pertanto, affrontando fino in fondo i nodi della sua storia, ha di fronte a sé la possibilità definitiva di fare un ulteriore passaggio di maturità storica e politica e agire fino in fondo in sintonia con i valori liberaldemocratici dell’Occidente, riconciliandosi con il progetto della modernità illuministico-democratica. E questo vuol dire oggi assumere un deciso profilo europeista e lottare senza ambiguità a sostegno della libertà e della democrazia, contro la minaccia autoritaria rappresentata dal regime russo.

La Russia di Putin, da questo punto di vista, si presenta chiaramente come una potenza radicalmente revisionista, che minaccia attivamente gli equilibri geopolitici e l’Europa, dalla guerra in Ucraina alla presenza politico-militare in Medio Oriente e in Africa, a differenza di una Unione Sovietica che semmai a lungo è stata una potenza interessata alla difesa dello status quo. Ritorna in campo una missione per i democratici che ricorda molto la mortale sfida che nell’Ottocento i coerenti rivoluzionari lanciavano o avrebbero lanciato contro la Russia zarista, il paese per eccellenza tutore della reazione. Oggi questa sfida coerentemente si deve ovviamente lanciare anche alla vera potenza totalitaria antagonista, ossia la Cina.

La condizione della Germania tuttavia non la riguarda esclusivamente, anzi essa è “l’epitome della condizione di tutta l’Unione europea” (XXV): la sfida è per l’intera Unione europea, ed è tale che la Germania, come la stessa Europa, devono “per questo nuovamente apprendere il linguaggio della geopolitica e se è necessario quello della guerra” (XXVI). La Germania dovrebbe assumere una funzione egemonica ma non contro la sua volontà, ma volendola ed esercitandola nel quadro di una cultura occidentale. Questa sfida oggi passa anche attraverso il conflitto politico endogeno in atto, nel quale stanno tornando forze politiche ostili ai valori dell’Occidente, si pensi alla crescita dell’AfD o alle forze rosso-brune. Peraltro ciò è evidente su tutto il territorio tedesco ma principalmente nella ex-DDR.

Correttamente Bolaffi valorizza il lavoro di Winkler, perché impegnato sul piano culturale a prendere sul serio questa sfida, e infatti chiude il proprio saggio introduttivo con le seguenti parole dello storico tedesco che chiudono I tedeschi e la rivoluzione:

la Germania […] ha dovuto percorrere un lungo cammino prima di potersi considerare a pieno parte dell’Occidente […] e […] deve ancora liberarsi del doppio fardello risalente ai tempi della divisione in due Stati […] La formazione di una cultura politica complessiva della Germania, caratterizzata in senso europeo e occidentale, è appena iniziata e necessita anche di un lavoro a una comune cultura della memoria. La presente ricostruzione delle rivoluzioni tedesche e del rapporto dei tedeschi con la rivoluzione si colloca quindi in un contesto di problemi più ampio e quanto mai pratico (p. 144). 

Un furgone per la propaganda dell’AfD: “Il cortaggio di essere audaci“

Si tratta quindi di un libro di storia che intende dissodare la storia politica tedesca portando alla luce una serie di problemi, con un intento eminentemente pratico, che cerca di precisare le questioni di fondo legate alla memoria storica della Germania, proponendo chiavi di lettura orientate a misurare la situazione storica in base a un apparato valoriale. L’autore programmaticamente vuole dare un contributo al dibattito contemporaneo in termini di cultura politica attiva. Un testo storico che potremmo definire, da un certo punto di vista, militante, insomma un testo di storia che parte da problemi ancora contemporanei. La struttura del saggio prevede una introduzione in cui i termini del discorso vengono delineati e chiariti, e in cui appunto emerge l’impostazione suddetta, e poi una serie di capitoli che toccano ciascuno i nodi storici della storia tedesca dell’ultimo secolo e mezzo, appunto dal 1848 al 1989, e in cui si tematizzano, analizzano e problematizzano i vari passaggi “rivoluzionari”. 

L’apertura del parlamento nella Paulskirche di Francoforte, 1848

Il primo capitolo si sofferma sulla fase rivoluzionaria del 1848-1849, una fase dominata da un dilemma, quello tra prevalenza dell’unità della nazione tedesca e sua salvaguardia, in considerazione degli attori politici della politica europea, o invece prevalenza dell’obiettivo della conquista della libertà: ebbene, proprio in ragione della libertà possibile, prevale la logica dell’unità, conservatrice, che non condurrà però né all’avanzamento degli assetti liberali, né all’avanzamento del processo di unificazione tedesca, se non in piccola misura e comunque non risolvendo il dualismo di prospettiva tra piccola Germania e grande Germania. La rivoluzione dal basso e nelle sue frange maggiormente rivoluzionarie liberali e democratiche viene sconfitta, e prevale un indirizzo moderato e conservatore, per evitare l’intervento della Russia, che premia la crescita dell’influenza della Prussia. In questa fase pertanto “l’anelito all’unità nazionale indirizzò il liberalismo tedesco verso gli strumenti di potere della Prussia storica” (p. 18).  

La proclamazione dell’Impero tedesco, 1871, dipinto di Anton von Werner

Il passo successivo indagato da Winkler è quello della cosiddetta rivoluzione dall’alto, in questo caso l’attore politico è la Prussia di Bismarck. In questa fase storica domina nettamente la logica dell’unità tedesca, che non permette un avanzamento liberale, ma che, facendo prevalere l’indirizzo della piccola Germania, produce l’unità tedesca attorno alla leadership prussiana. Due rivoluzioni diverse quindi: la prima che opera dal basso caratterizzata da un insieme articolato di attori e soggetti che in base ai condizionamenti storici sia endogeni che esogeni ha come esito una via di uscita moderata e conservatrice, che lascia irrisolte una serie di problematiche di ordine sociale, costituzionale o nazionale, la seconda dall’alto che in base agli assetti usciti vincenti dalla prima – la quale Winkler, seguendo Koselleck, correttamente indica come rivoluzione europea – si caratterizza per una cultura autoritaria e militarista, che si allontana dalla cultura liberale e illuministica dei diritti, cultura che invece era una possibile via di uscita della prima rivoluzione, e che cerca di dare una risposta ai problemi irrisolti.

Si tratta appunto di una rivoluzione dall’alto messa in opera dai detentori del potere che riesce a centrare l’obiettivo effettivo dell’unità della Germania, a gestire la questione sociale e a dare una fisionomia politico-costituzionale alla Germania in termini prussiani, klein-deutsch e protestanti, unendo il feudo e l’altoforno, e dando una fisionomia conservatrice al liberal-nazionalismo delle élite aristocratiche ed alto-borghesi, che, dopo la fase di Bismarck e mettendone da parte il realismo, conduce alla sfida imperialistica che preparerà e produrrà la prima guerra mondiale.

Philipp Scheidemann proclama la Repubblica dal Reichstag

La terza rivoluzione della storia tedesca è quella del 1919, prodotta dalla sconfitta della prima guerra mondiale: essa genera la Repubblica di Weimar, la prevalenza per la prima volta in Germania di una configurazione politica democratica e liberale. Tuttavia questa vittoria, anche in questo caso per le caratteristiche degli attori coinvolti, e per il contesto internazionale, deve pagare una serie di limiti che la condurranno poi a subire la rivoluzione di destra del nazionalsocialismo. Sono limiti dovuti alla gestione dell’SPD e dei partiti di Weimar di una situazione particolarmente difficile che viene in realtà attribuita dalle forze reazionarie responsabili della guerra e del militarismo precedente proprio alle forze che diedero vita a Weimar. Le forze democratiche furono accerchiate da forze antidemocratiche di diversa matrice, dalla vecchia destra, alla nuova estrema destra e all’estrema sinistra comunista (che anche contro l’SPD, considerata reazionaria, propugnava la rivoluzione comunista), e alla fine anche per una non sufficiente maturità istituzionale, per una avversione delle vecchie élite e per il precipitare delle condizioni economiche internazionali, si indebolirono fino a lasciare il campo al ritorno del nazionalismo revanscista interpretato da Hitler. Il progresso democratico non riuscì così a consolidarsi, per la debolezza culturale degli attori politici. Emerge dalla riflessione sulla fase di Weimar come la rivoluzione democratica non sia riuscita a radicarsi per il fatto che è mancato il tempo necessario perché si sviluppasse appieno un elemento ancora “a ben vedere ancora più importante del diritto di voto coerentemente democratico, vale a dire una cultura politica liberale” (p. 131). 

È quindi la volta della rivoluzione di destra, conservatrice, del NSDAP, che rappresenta nella storia tedesca il punto di massima lontananza dalla cultura moderna dei diritti, lo scandalo e il problema storico per eccellenza della storiografia tedesca. Si tratta di una fase che si alimenta certamente a partire dalle precondizioni culturali presenti che indebolirono Weimar e produssero non solo la cultura della rivincita rispetto all’Occidente, o la cultura dell’odio contro il nemico interno a cui miticamente si diede la responsabilità della sconfitta e dei patti successivi ad essa, ma anche è prodotta dal timore prodotto dalla rivoluzione comunista del 1917. Le élite tedesche scelsero l’opzione nazionalista proposta dal nazismo con le conseguenze drammatiche che conosciamo. Infatti la rivoluzione nazista sarà una controrivoluzione contro i principi del 1789.

Per inciso va detto che Winkler, sebbene consideri le dinamiche limitanti prodotte dalle divisioni interne alla sinistra tedesca a causa della rivoluzione sovietica e le congiunturali convergenze tra nazisti e comunisti contro Weimar, non segue l’impostazione storiografica che in Germania ha incarnato Ernst Nolte, il nazismo cioè non è un prodotto imitativo e reattivo del comunismo sovietico, bensì è un prodotto del nazionalismo tedesco illiberale, antidemocratico e imperialista che, semmai, si avvantaggia della politica sovietica.

[La vittoria del nazismo] dipese in ultima analisi dal fatto che la Germania aveva sposato solo parzialmente le idee normative dell’Illuminismo. Fu la distanza storica dei tedeschi dalle idee della democrazia liberale e pluralistica a permettere il successo di Hitler – e con esso la catastrofe che ne seguì (p. 101). 

Indicazione del tracciato del Muro in una strada berlinese (foto Stefano Vigorelli, WikiCommons)

L’ultima rivoluzione che Winkler tematizza è infine la rivoluzione pacifica del 1989, simbolicamente rappresentata dal crollo del Muro di Berlino. Si tratta finalmente di un passaggio che riunifica la Germania nella libertà, a partire dalla crisi del blocco sovietico e in particolare per il declino economico dell’Unione sovietica e le scelte di Gorbaciov. È come si concludesse il ciclo che ha sempre opposto o problematicamente sintetizzato l’unità tedesca e la libertà. Dopo una fase iniziale in cui è prevalsa l’unità guidata da una cultura politica deviante rispetto alla cultura dei diritti e che ha trovato il punto di massima rottura con la cultura moderna dei diritti con il nazismo, e, una fase invece in cui è prevalsa la libertà nella Repubblica federale tedesca, ma solo per condizioni esogene, e, sempre per le stesse ragioni, senza l’unità tedesca, finalmente, sempre a causa di fattori esogeni, ossia la crisi dell’URSS, la Germania riesce a raggiungere l’unità nella libertà. In quest’ultima fase, è importante per Winkler sottolineare la scelta consapevole di Kohl e la sua decisione di intraprendere con forza l’unità tedesca, un atto che testimonia il successo dell’adesione alla cultura occidentale della Germania dell’Ovest, azione però che va confermata alla luce delle nuove sfide contemporanee e soprattutto alla luce della distanza ancora presente tra cultura politica occidentale forte nella ex Germania Ovest ma ancora non del tutto egemone nella ex Germania dell’Est. 

L’ultimo capitolo Winkler lo dedica per esplicitare da un lato i suoi schemi interpretativi e dall’altro per tirare le fila della sua interpretazione storiografica, producendo uno sguardo che sì è rivolto al passato ma che appunto per il suo interesse pratico e storiografico è anche rivolto al futuro, consegnando un compito all’intellettuale tedesco, alla cultura della Germania e alla Germania politica nell‘Europa. Si tratta di un capitolo piuttosto ricco per la sua eterogeneità di considerazioni, che passano dalla presa in rassegna dei significati concettuali da applicare agli eventi – e qui emerge ad esempio l’utilizzo del lessico storico dei Geschichtliche Grundbegriffe curato da O. Brunner, W. Conze e R. Koselleck – all’individuazione di strutture ricorrenti nelle diverse rivoluzioni, in particolari per quella del 1848-1849 e quella del 1919. Ad esempio in questo caso è possibile configurare un parallelismo tra l’azione delle forze radicali di sinistra nelle due rivoluzioni e delle conseguenze inintenzionali messi in moto, opposte alle intenzioni di questa tipologia di rivoluzionari.

La parte più significativa di questo ultimo capitolo è però quella finale in cui Winkler affronta il presente alla luce della sua ricerca storica. Il tema è la sfida che il mondo contemporaneo sta ponendo alle antiche tradizioni democratiche e liberali: il rischio oggi è che vi siano deformazioni illiberali, che ricordano la sconfitta di Weimar, e che oggi possono derivare da un ordine mondiale in evidente crisi e revisione, come dalla necessità, ad esempio, di affrontare le contemporanee crisi economico-sociali e soprattutto ecologiche. Oggi anche nei paesi più a lungo legati ai valori della modernità illuminista – e si può immaginare quanto questo possa pesare per i paesi di tradizione più recente in questa acquisizione – stanno emergendo forze illiberali e culture politiche che “non hanno a che spartire con i valori del 1776” (p. 139), e qui Winkler si riferisce esplicitamente a Donald Trump e si potrebbe aggiungere con i valori del 1789 a cui a lungo la Germania, appunto, ha resistito. La questione tedesca è oggi una questione mondiale, e si ripresenta nuovamente dando alla Germania nuovamente non solo l’onere di rafforzare la propria scelta culturale democratica ma anche la possibilità di sincronizzarsi o di realizzare compiutamente, proprio nel momento del maggiore pericolo dell’Occidente, la propria adesione ad essa. 

Winkler, una storia della Germania ultima modifica: 2024-07-03T18:55:14+02:00 da GIOVANNI TONELLA
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