Un re alla Casa Bianca

La Corte suprema dà una spinta decisiva alla corsa di Donald Trump, prospettandogli una presidenza con poteri “monarchici”.
STEFANO RIZZO
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Lunedì scorso, l’ultimo giorno prima della sua pausa estiva ma in tempo per influenzare le elezioni di novembre, la Corte suprema (The Supreme Court of the United States SCOTUS) ha emesso una sentenza che, cancellando precedenti di oltre due secoli, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti totalmente immune da procedimenti penali per gli atti compiuti come parte centrale del suo incarico e parzialmente immune per altri “atti ufficiali” della sua presidenza. 

La prima conseguenza della sentenza è stata che gli avvocati di Trump nel processo sul silenzio comprato di una pornostar – e in cui è stato condannato da una giuria popolare – hanno immediatamente chiesto al giudice che era in procinto di indicare quale pena gli avrebbe comminato di riesaminare il caso perché buona parte dell’accusa (secondo loro) si basava su “atti ufficiali” del presidente. Il giudice Merchan a questo punto ha rinviato l’udienza prevista e comunicato che deciderà entro metà settembre se il condannato sia da considerasi immune o meno (i fatti risalgono al 2016, ma gli ultimi pagamenti sono avvenuti quando era già presidente) e, eventualmente, quale pena infliggergli.

Ma le conseguenze della decisione della Corte suprema andranno ben al di là di questo tutto sommato piccolo (ancorché vergognoso) caso di falsificazione di documenti. Non era su questo che i giudici supremi sono intervenuti; bensì sulla richiesta di un altro giudice, questa volta in relazione al processo in cui Trump è incriminato per l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Fin da febbraio la giudice Chutkan aveva posto alla Corte una questione di costituzionalità proprio sulla eventuale immunità di un presidente in carica. C’erano in questo caso due gruppi di accuse: il primo riguardava le pressioni esercitate da Trump — in particolar modo nei confronti del suo vicepresidente Mike Pence — per impedire che il Congresso certificasse l’elezione di Joe Biden. Dopo quattro mesi i giudici supremi hanno sentenziato che le azioni intimidatorie di Trump erano un atto ufficiale e quindi sono coperte da immunità presidenziale. 

Il secondo gruppo di accuse riguardava invece il comizio tenuto da Trump nell’Ellisse, il piccolo parco fuori dalla Casa bianca, poche ore prime dell’assalto in cui aveva esortato i suoi seguaci a marciare sul Congresso. Su queste accuse la Corte suprema non si è pronunciata rimandando la questione di un’eventuale immunità presidenziale alla giudice Chutkan  che già in passato non ha brillato per solerzia né imparzialità (è stata nominata da Trump), che prenderà una decisione solo tra qualche mese e comunque non prima delle elezioni di novembre. 

Quello che succederà poi, nel caso — al momento probabile — che Trump venga eletto, è praticamente certo: il neopresidente Trump avvalendosi dei suoi poteri licenzierebbe immediatamente il procuratore speciale Jack Smith che conduce l’indagine ponendo fine a tutta la vicenda. Quanto ai suoi “complici”, il migliaio circa di assalitori già condannati e in carcere, ci aveva pensato la Corte suprema qualche giorno prima stabilendo che per almeno la metà di loro si è trattato di libera espressione del diritto a manifestare; per gli altri, i più violenti, Trump ha già annunciato che ha pronto il decreto di grazia che firmerà appena insediato alla Casa bianca.

Le conseguenze di questa “epocale” sentenza della Corte suprema si faranno sentire anche dopo il 2029 quando, nella peggiore delle ipotesi, lui non sarà più presidente —  a meno che non decida e riesca a cambiare la Costituzione per essere eletto una terza volta  nonostante lo vieti il 22° emendamento del 1951. Commentatori e giuristi hanno reagito con allarme alla decisione della Corte. In precedenza e per oltre due secoli l’immunità è stata generalmente riconosciuta per gli atti legalmente compiuti da un presidente nell’esercizio delle sue funzioni. Per gli atti illegali — ancorché potesse sostenere di averli compiuti nell’esercizio delle sue funzioni — l’opinione dei giuristi era che un presidente potesse essere incriminato. E’ successo una sola volta nella storia degli Stati Uniti, con Richard Nixon. Dopo che si dimise da presidente Nixon fu incriminato in relazione allo scandalo Watergate; non si arrivò a processo perché il suo successore ed ex vicepresidente Gerald Ford lo graziò.

Con la sentenza odierna invece la Corte suprema afferma che qualunque atto ufficiale diventa legale e non è soggetto al controllo di un giudice. Un presidente potrebbe ordinare l’omicidio di un avversario politico, usare la polizia federale per incarcerare e torturare giornalisti scomodi, prendere una mazzetta per concedere una grazia, disporre l’erogazione di fondi pubblici ad amici e clienti, chiudere in campi di concentramento manifestanti e avversari, ordinare all’esercito di occupare stazioni televisive e chiudere giornali, e nessuno potrebbe processarlo per questi atti “ufficiali”, né durante il suo mandato né dopo. La carica di un presidente democratico viene così trasformata in una monarchia assoluta senza contrappesi, di fatto in una dittatura. Sonia Sotomayor, una dei tre giudici che hanno votato contro la maggioranza, ha scritto con toni accorati:

Con questa decisione il presidente degli Stati Uniti diventa l’uomo più potente del paese, forse del mondo. Un re al di sopra della legge. 

Per quanto grave, si tratta soltanto dell’ultima, in ordine di tempo, decisione di una Corte suprema che, grazie alle tre nomine effettuate da Trump durante la sua presidenza, opera ormai da anni sulla base di una solida maggioranza di sei a tre che definire conservatrice è poco: una Corte suprema fortemente ideologica e decisamente reazionaria nel senso letterale del termine. Fortemente ideologica al punto che due dei suoi giudici, Samuel Alito e Clarence Thomas, non solo non fanno mistero della loro fede repubblicana (questo nel sistema giudiziario americano sarebbe quasi normale), ma di essere schierati con le frange più estremiste del trumpismo, arrivando perfino ad esporre uno dei suoi simboli (la bandiera rovesciata) fuori delle proprie abitazioni. 

Una Corte reazionaria che si è segnalata negli ultimi anni per avere rovesciato storici precedenti che garantivano i diritti civili e sociali. Il primo, naturalmente, con la sentenza Dobbs che ha cancellato il diritto di aborto dalla Costituzione in vigore fin dal 1973. Ancora prima, nel 2018, la Corte si era schierata con Trump e con il suo divieto di ingresso negli Stati Uniti a stranieri provenienti da paesi mussulmani, un divieto che era stato bocciato dai tribunali di merito. In materia di armi da fuoco la Corte ha sistematicamente bocciato (da ultimo nel 2024) ogni legge statale e regolamento federale tendente a regolamentarne il possesso. In materia di religione e di separazione tra stato e Chiesa, ha autorizzato il finanziamento delle scuole religiose private e la preghiera in classe (anche se non obbligatoria). In materia elettorale si è dichiarata non competente a intervenire sullo scandaloso sistema di formazione partitica dei distretti (il c.d. gerrymandering). In materia di diritti civili ha disapplicato il principio della “azione affermativa” che per decenni ha consentito a molti neri meritevoli (uno fra tutti: Barack Obama) di frequentare università private prestigiose. Infine sull’ambiente ha rovesciato la storica sentenza Chevron del 1984 che è alla base di tutto l’intervento pubblico nella tutela dell’ambiente e dell’esistenza stessa di un’agenzia federale specializzata.

Così facendo la Corte ha agito in coerenza con le inclinazioni (a dir poco) partitiche della sua maggioranza, di cui un solo giudice (Amy Coney Barrett) proviene dal mondo accademico, mentre gli altri cinque, incluso il presidente Roberts, hanno tutti occupato incarichi di rilievo nelle amministrazioni repubblicane di Ronald Reagan e George W. Bush. Nella sua azione la Corte si è ispirata a due principi che vanno per la maggiore negli ambienti giuridici repubblicani: l’originalismo, in base al quale le uniche norme valide sono quelle presenti nel testo originario della Costituzione cosicché ogni interpretazione estensiva è illegittima; e lo statalismo per cui sono gli stati a poter decidere su ogni materia che non sia espressamente indicata in Costituzione. 

La corte ha così interrotto e rovesciato un processo di allargamento dei diritti (sociali, economici, civili) che tra alti e bassi ha caratterizzato tutta la seconda metà del Novecento facendo progredire la democrazia americana; diritti che non potevano essere indicati e che non erano neppure immaginabili quando due secoli e mezzo fa la Costituzione venne approvata — primo fra tutti l’abolizione della schiavitù, ma che secondo le corti supreme precedenti all’attuale, in particolar modo quelle presiedute da Earl Warren (1953-1969) e da Warren Burger (1969-1986), potevano essere desunti dal testo fondamentale. 

Nel fervore decisionale pro-Trump di questi ultimi anni la Corte suprema ha agito da ancella e ausiliaria del liberismo (xenofobo e reazionario) di Trump. Oggi, con la sentenza sull’immunità presidenziale, spiana anche la strada alle sue più oscure pulsioni autoritarie. Né ci si può consolare con il fatto che le corti vanno e vengono e col passare del tempo e il mutare delle sensibilità la decisione di oggi potrà cambiare domani. Questo non succederà, almeno non tanto presto e neppure nel caso in cui Trump non riconquisti la presidenza. I giudici supremi sono nominati a vita e un presidente può nominarne uno nuovo soltanto quando un altro muore o si dimette. Le nomine fatte da Trump assicurano che l’attuale Corte manterrà il suo indirizzo ideologico e reazionario ancora per molti anni sotto diversi presidenti, condizionandone a lungo l’azione.

Un re alla Casa Bianca ultima modifica: 2024-07-04T18:21:02+02:00 da STEFANO RIZZO
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