Valuta, scambi e fisco: la debolezza dell’Europa in un modo alla rovescia 

RAFFAELLA CASCIOLI
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In imminente uscita il nuovo numero della Rivista dell’Arel. La parola chiave questa volta è Identità.L’identità brandita come un’arma, simbolica o sempre più spesso reale, l’identità rivendicata per mantenere intatti i muri o alzarne di nuovi, l’identità incerta e mutevole dei partiti, ma anche quella, incompiuta, continuamente in divenire e molte volte negata, della nostra Europa. La parola attorno alla quale si articola questo numero della rivista suggerisce, nell’attuale momento storico, scenari drammatici o quantomeno assai preoccupanti.
Rinnovando una ormai consolidata collaborazione tra le due riviste, ytali anticipa alcuni degli articoli nel numero. Di questa gradita cortesia ringraziamo la direzione e la redazione di Arel.
Il numero sarà presto disponibile online in formato pdf e a breve arriverà anche la versione cartacea, acquistabile online e nelle librerie Feltrinelli di Milano Duomo e di Largo Argentina a Roma.

Fondare un grande impero al solo scopo di crescervi una popolazione di acquirenti, può a prima vista apparire cosa idonea soltanto a una nazione di bottegai. Esso è tuttavia un disegno completamente inadatto a una nazione di bottegai; ma estremamente adatto a una nazione il cui governo è influenzato da bottegai.

È il 1776 quando Adam Smith ne La ricchezza delle nazioni spiega come confondere la cosa pubblica con l’identificazione del potere di turno possa rappresentare il male per una nazione. A distanza di 250 anni circa basterebbe sostituire alla parola “bottegai” professioni senza dubbio più in auge nell’era contemporanea (banchieri, miliardari, big tech) senza tuttavia che cambi il significato dell’asserzione del grande economista scozzese, ovvero che gestire la cosa pubblica come se fosse privata porta a una rovinosa caduta. L’America di Trump, quella che ha posto il sigillo “finale” alla crisi delle identità valoriali degli Stati – a cominciare dalle monete e dagli scambi commerciali passando per le finanze pubbliche e le politiche fiscali – incarna proprio quel senso di incertezza che sta incendiando la scena mondiale e sancisce il principio che chi conquista il potere lo piega, sempre più spesso, ai propri fini. In questi pochi mesi dagli Stati Uniti è montata quell’onda lunga in grado di sovvertire un ordine mondiale che dalla Guerra Fredda in poi sembrava essere inossidabile: un equilibrio geopolitico e commerciale che ha resistito per circa 80 anni e che ora sembra sciogliersi come neve al sole. A partire dagli anni Duemila il multilateralismo a livello di scambi commerciali è entrato in crisi; tuttavia, le attuali controversie rischiano di non essere la spia di una febbre temporanea quanto piuttosto di un processo in atto da tempo. Una rivoluzione che sta rivedendo non solo i meccanismi produttivi, ma anche il consolidamento valutario messo a dura prova da criptovalute e stablecoin fino a delineare un nuovo tipo di rapporti di forza che potrebbero sovvertire la sovranità geopolitica e monetaria vigente fino a oggi. Con inevitabili strascichi anche in tema di commercio internazionale, bilance dei pagamenti e con effetto domino sui bilanci degli Stati e sulle politiche fiscali dei governi. La spallata a stelle e strisce è stata, tuttavia, solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso delle relazioni internazionali dove, nella partita commerciale degli ultimi lustri, a dare le carte è stata soprattutto la Cina con le sue fabbriche caratterizzate sempre più da un eccesso di produzione non assorbita dal mercato interno, ma destinata a riversarsi sui mercati occidentali.

Alla ricerca di un nuovo ordine mondiale
che ancora non c’è

Siamo ormai a un crocevia della storia. Quello che capiterà d’ora in poi rischia di diventare uno spartiacque tra un prima e un dopo, come spesso ce ne sono stati nel corso dei secoli. D’altra parte, scambi e moneta sono da sempre due facce della stessa medaglia. Fin dallo sviluppo del conio nelle città greche, che soppiantò il baratto e fece avanzare l’economia monetaria negli scambi commerciali. E non è un caso che la storia delle nazioni si sia spesso identificata con quella delle monete utilizzate, che l’acquisizione di nuovi territori così come la costruzione degli imperi o zone di influenza sia coincisa con la diffusione della valuta nelle tasche dei conquistatori, che il denaro sia un patto di fiducia tra chi vende e chi compra, che chi lo detiene sancisce un rapporto di forza. Prima ancora dei conflitti tariffari innescati dalla presidenza Trump, con ripensamenti dell’ultimo minuto che hanno contribuito a compromettere almeno parzialmente la credibilità americana, l’accelerazione impressa al cambiamento deriva in gran parte dai grandi rivolgimenti che stanno interessando il sistema valutario mondiale, a cominciare dalla convertibilità del dollaro e dall’affermazione delle criptovalute. Così come era accaduto negli anni Settanta, quando il colpo di coda dell’innalzamento della barriera tariffaria generalizzata da parte dell’America di Nixon si accompagnò alla denuncia unilaterale della convertibilità del dollaro tanto da rinegoziare un rapido accomodamento monetario, oggi la presidenza Trump ha coinciso con il punto di caduta di una crisi che è ancora tutta davanti a noi. L’innalzamento dei dazi, utilizzato dal Presidente americano per contrattare affari alla stregua di un piazzista, risponde di fatto alla necessità, da un lato, di ridefinire rapporti economici e relazioni politiche internazionali e, dall’altro, rischia di innescare rivolgimenti imprevedibili sul sistema valutario a sua volta causa ed effetto dell’attuale crisi. Non solo perché la partita commerciale che Pechino è pronta a giocare potrebbe comportare una vera e propria invasione di merci cinesi, bloccate dalle barriere USA, sui mercati asiatici ed europei: si parla di 439 miliardi di dollari di export pronti a uscire dalla Cina per sbarcare sui mercati mondiali a prezzi stracciati, così da avviare una concorrenza al ribasso che potrebbe risultare fatale per i sistemi produttivi mondiali. La sovraproduzione cinese, infatti, rischia di essere un fenomeno distorsivo non di breve termine alimentato dai sussidi del governo di Pechino e da un modello di crescita ispirato a forme di autarchia strategica. Ma anche perché i risvolti di questo sovvertimento di valori identitari potrebbero essere complicati per la stessa economia americana, chiamata sì alle armi dalle politiche nazionalistiche di Trump, che rischia di isolare ancora di più gli USA nell’arena mondiale, ma oggetto anche di un vero e proprio tsunami inflazionistico per effetto combinato della speculazione che inevitabilmente segue l’innalzamento delle barriere doganali e della volontà del Presidente di perseguire un deprezzamento del dollaro.

La “grande bellezza” di Trump
e la scommessa azzardata
di reindustrializzare l’America 

Se a questo si aggiunge che, così facendo, un’economia del calibro di quella statunitense, da decenni abituata a vivere con i finanziamenti sul mercato obbligazionario a tassi bassi, rischia l’avvitamento tra dollaro debole e debito pubblico, si capisce che non solo il Tesoro USA dovrà iniziare a fare i conti con un costo del debito elevato a fronte di un deficit che già oggi viaggia intorno al cinque per cento del PIL, ma anche che lo squilibrio innescato dalle politiche trumpiane va ben oltre l’ideologia Maga. Già, perché le svalutazioni competitive hanno sempre un rovescio della medaglia. L’Italia docet. L’obiettivo di Trump è quello di abbassare le tasse sulle imprese finanziando il taglio con i dazi: insomma l’Amministrazione USA punta a reindustrializzare l’America facendo pagare il conto agli altri Paesi secondo una scommessa azzardata che incorpora i rischi di un avvitamento dell’inflazione interna e di una possibile stagnazione. È una questione di velocità del processo e di spregiudicatezza, come peraltro dimostra il Big Beautiful Bill, ovvero la legge di bilancio USA con cui Trump mantiene le promesse fatte in campagna elettorale e che comporterà un forte aumento del debito pubblico americano, attualmente pari a circa il cento per cento del PIL: il debito federale potrebbe infatti raggiungere il 125 per cento nel 2034, o addirittura il 129 per cento nel caso in cui tutte le misure temporanee fossero prorogate. I riflessi sul debito pubblico statunitense si fanno già sentire, sia con un incremento dei rendimenti dei Bond in un momento in cui il Tesoro USA deve allocare sul mercato diversi miliardi di titoli di Stato, sia per l’aumento dei credit default swap, ovvero delle polizze per proteggersi dal possibile default del debito. Un default che, è bene chiarire, non ci sarà. 

Dollaro e criptovalute, quando l’identità
di un popolo passa per il digitale

Mentre la scommessa dell’Amministrazione americana è quella di spostare progressivamente il peso a stelle e strisce sulle criptovalute agganciate al dollaro, al momento la Riserva Federale americana, diretta da Jerome Powell, sta utilizzando cautela nella politica monetaria resistendo alle bordate del Presidente Trump, che intende espugnarla e porla sotto la sua diretta responsabilità alla stregua della guardia nazionale USA. Senza contare che un rialzo dei rendimenti americani finirà inevitabilmente per riversarsi anche oltreoceano, creando più di un problema alle economie europee costrette a competere per rifinanziare i debiti con un’attrattività maggiore dei titoli americani. Se, infatti, i mercati ritengono che il rischio USA sia elevato rispetto al rating statunitense proprio mentre si sta insinuando il dubbio tra gli investitori che il dollaro possa essere ancora a lungo una valuta di riserva globale, l’Europa è ancora a metà del guado. E il rischio di un innalzamento del costo del debito per i Paesi europei è dietro l’angolo. Di qui la richiesta, da più parti, di un debito comune necessario, prima ancora che a finanziare la Difesa europea, a difendere l’Europa da una nuova crisi del debito. Purtroppo, però, mentre i dazi USA frenano la crescita mondiale e penalizzano la debole ripresa europea, il Vecchio Continente è ancora lì a discutere sulla necessità di dare vita o meno a titoli pubblici europei, di mettere a punto una Difesa comune, di dar vita a un Mercato unico del risparmio, di rilanciare la competitività puntando tutto sul mercato interno. In tutto questo la necessità per l’Europa di creare l’euro digitale non è più rinviabile: si tratta di uno strumento strategico cruciale per difendere la sovranità politica, economica e monetaria dell’Unione.

La miccia corta dell’euro digitale
e la distrazione dei leader europei

In un periodo come l’attuale, in cui la moneta come l’abbiamo conosciuta in questi millenni è messa in discussione, in cui la funzione cardine di essere una unità di conto in cui si esprimono i prezzi è in qualche modo superata dalla capacità virtuale di spostare in un clic ingenti ricchezze da una parte all’altra del mondo nel completo anonimato, l’Europa per la sua stessa sopravvivenza non può più fare a meno di un euro digitale che consenta alla valuta europea di affrancarsi dai provider stranieri per le transazioni quotidiane. Senza l’euro digitale ormai la sovranità europea è a rischio perché il controllo della moneta non è solo in capo alla BCE. Basti pensare che lo scorso anno il 66 per cento delle transazioni elettroniche con carta in Europa è stato gestito da circuiti internazionali come Visa e Mastercard e, come sempre più spesso, l’e-commerce e i pagamenti via mobile si appoggiano su strumenti statunitensi come Apple Pay e PayPal. Occorre fare presto e occorre fare bene, perché la minaccia delle pseudo monete, che si tratti di criptovalute o stablecoin, non può essere sottovalutata. Si tratta di strumenti che possono avere effetti destabilizzanti sulle valute e che, invece, proprio in questi mesi sono stati incentivati dall’Amministrazione americana, visto che l’unità di conto in cui le pseudo monete sono denominate è appunto il dollaro. Dopo aver infatti dichiarato di voler fare degli Stati Uniti «la capitale mondiale delle criptovalute», il presidente americano – che ha lanciato la sua stablecoin ancorata al biglietto verde – continua a fare della commistione pubblico-privato il suo cavallo di battaglia. Non è un caso che, nello schizofrenico comportamento dell’Amministrazione Trump, da un lato si blocca ogni possibile sviluppo digitale della moneta pubblica, ovvero il dollaro, e dall’altro si incentiva la nascita di pseudomonete private che sembra rinverdire la polemica sui conflitti di interesse. D’altra parte, Trump ha imparato da Musk e dalle Big Tech che in questi anni hanno fatto da apripista sul tema. Oggi delle principali funzioni della moneta – ovvero informazioni su chi la usa, unità di conto per gli scambi, il valore come bene in sé – l’Europa rischia di non riuscire a controllarne molte. La disattenzione dei politici europei, soprattutto rispetto ai Rapporti Draghi e Letta, sia in termini di competitività che di Mercato Unico dei capitali, può costare molto in termini di posizionamento geopolitico, in un momento in cui è necessario modificare gli assetti produttivi europei. Oggi più che mai, occorre ripensare, in direzione comunitaria, i prodotti finanziari del Vecchio Continente al fine di spingere un nuovo sviluppo. Mai come in questo momento la transizione a metà dell’Unione Europea fa sentire tutti i suoi limiti. L’assenza di una politica europea in grado di supportare un nuovo modello di sviluppo è ormai sotto gli occhi di tutti. La politica monetaria, che con Draghi ha portato sotto il cappello identitario dell’euro le maggiori economie del Vecchio Continente, è ormai un retaggio del passato. Come ha detto il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta nelle ultime Considerazioni Finali, «il percorso della politica monetaria nei prossimi mesi si prospetta tutt’altro che semplice». Se infatti l’Europa ha scelto negli ultimi trent’anni di identificarsi esclusivamente nella moneta prima ancora che nella visione politica di indirizzo, perdendo così terreno in termini di competitività e di innovazione, la BCE ha saputo fornire, grazie a un approccio pragmatico e flessibile, un apporto decisivo alla salvaguardia della stabilità monetaria e finanziaria. E non solo. Tuttavia, davanti a un mondo che cambia l’Europa, se vuole restare al tavolo delle grandi potenze mondiali, deve cambiare, a cominciare dai meccanismi decisionali. La BCE non può continuare a fare da sola. Dopo quasi trent’anni è ancora più che attuale il pensiero di Tommaso Padoa-Schioppa secondo cui «per la Banca Centrale Europea la vera insidia non sarà la poca indipendenza, ma la troppa solitudine».

Valuta, scambi e fisco: la debolezza dell’Europa in un modo alla rovescia  ultima modifica: 2025-07-03T21:40:11+02:00 da RAFFAELLA CASCIOLI
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