Nel Comune di Venezia la cultura viene ancora concepita come un ambito marginale, decorativo, privo di una funzione strutturale nel governo di una città priva di un assessore alla cultura perché il sindaco ha trattenuto per sé la delega senza di fatto esercitarla né tradurla in un orientamento riconoscibile e coerente di politica culturale. Al contrario, ha prodotto frammentazione, episodicità e assenza di coordinamento. Questa scelta politica tutt’altro che neutra evidenzia l’assenza di una visione e di una responsabilità chiare, un’impostazione che emerge con particolare evidenza a Mestre, dover l’ offerta culturale si concentra su attività prevalentemente di consumo per niente diffuse ma concentrate nelle mostre al Centro Candiani e nella stagione teatrale del Toniolo (a cui si aggiunge l’autonoma e ragguardevole programmazione dell’M9 che però non è di competenza comunale ma della Fondazione di Venezia). Manca una progettualità complessiva, mancano spazi per la produzione culturale, manca una sala da concerti, manca una programmazione musicale continuativa. I pochi concerti che si tengono trovano ospitalità quasi esclusivamente nelle chiese, non per scelta culturale ma per assenza di alternative. In questo quadro la cultura non genera sviluppo, non costruisce identità urbana, non produce attrattività.

Il primo piano da affrontare riguarda dunque la cultura come motore di sviluppo e di identità urbana. Una città non si definisce solo attraverso le sue infrastrutture materiali, ma attraverso la capacità di produrre senso, narrazione, riconoscibilità. Mestre, oggi, appare come una città funzionale, attraversata da flussi di lavoro e di mobilità, ma priva di un racconto condiviso e di una visione culturale capace di collocarla in modo autonomo e riconoscibile nel contesto metropolitano e regionale. Pensare la cultura come sviluppo significa investire in strutture permanenti, in filiere creative, in luoghi di produzione e non solo di fruizione. Significa attrarre e trattenere energie intellettuali e artistiche, costruire un’identità urbana forte, rendere la città desiderabile non solo per lavorare, ma per viverci.
Accanto a questo primo piano, distinto ma altrettanto decisivo, si colloca il tema della cultura come strumento di integrazione e di coesione sociale. Mestre è una città profondamente cambiata: migliaia di persone lavorano nei cantieri, negli alberghi, nella ristorazione, nei servizi legati al turismo e alla logistica. Molti di questi lavoratori sono nuovi cittadini, spesso stabilmente insediati sul territorio, ma quasi per nulla coinvolti nella vita culturale e civica della città. In questo ambito, la funzione della cultura è diversa, non è quella di costruire immagine o attrattività, ma creare spazi di incontro, di riconoscimento e di partecipazione. Biblioteche, centri culturali di quartiere, attività musicali e teatrali diffuse, laboratori e percorsi di formazione permanente possono diventare strumenti di mediazione e di cittadinanza attiva. È un lavoro lento e continuo, che non produce risultati immediatamente visibili, ma che incide in profondità sulla qualità della convivenza urbana.
È essenziale tenere distinti questi due piani. La cultura come motore di sviluppo e identità non può essere ridotta a una funzione integrativa; allo stesso tempo, la cultura come integrazione non può essere piegata a logiche di marketing urbano. Confondere questi livelli significa indebolire entrambe le funzioni.
Un terzo asse, altrettanto rilevante, riguarda la cultura come fattore di rigenerazione urbana. A Mestre, la trasformazione della città è stata finora affidata quasi esclusivamente a interventi edilizi, commerciali e infrastrutturali. Si costruisce, si ristruttura, si riconverte, ma raramente ci si interroga su quali pratiche sociali e culturali debbano abitare quegli spazi una volta completati i lavori. In assenza di un progetto culturale, molti interventi producono luoghi formalmente nuovi ma socialmente fragili, privi di identità e di vita quotidiana. La cultura, in questo contesto, dovrebbe funzionare come infrastruttura immateriale della rigenerazione: spazi culturali di prossimità, sale prova, laboratori, biblioteche, luoghi per la musica e le arti contemporanee come presìdi permanenti di vita urbana, capaci di attivare relazioni, frequentazione e senso di appartenenza. La rigenerazione culturale non coincide con la spettacolarizzazione degli spazi né con eventi temporanei. Richiede continuità, radicamento territoriale e coinvolgimento diretto delle comunità locali. È un processo lento, ma l’unico in grado di restituire vitalità a quartieri marginali, aree di transizione e spazi urbani segnati dalla mobilità e dal lavoro.

Questo insieme di problemi e di potenzialità si inserisce in un quadro istituzionale profondamente critico: quello del Comune unico. Venezia storica, Mestre e gli altri centri della terraferma fanno parte della stessa entità amministrativa, ma di fatto funzionano come realtà separate, che non dialogano tra loro. Lo svuotamento dei consigli di quartiere ha privato i territori di luoghi reali di rappresentanza, di ascolto e di progettazione dal basso. La mancanza di un assessore alla cultura aggrava ulteriormente questa frammentazione. Senza una figura politica con responsabilità chiare e capacità di coordinamento, non esiste una regia in grado di tenere insieme i diversi livelli e le diverse geografie della cultura comunale. Ogni territorio procede per inerzia, senza una strategia condivisa. Venezia storica continua a concentrare la maggior parte degli eventi culturali di rilievo, a partire dal Teatro La Fenice. Tuttavia, questa ricchezza resta in gran parte isolata. Per un cittadino di Mestre è spesso più semplice recarsi a Padova che andare a Venezia per assistere a uno spettacolo. Non si tratta solo di problemi contingenti come l’acqua alta, ma di una distanza strutturale fatta di tempi, costi, accessibilità e assenza di una politica di integrazione culturale tra le diverse parti del Comune.
Il risultato è il paradosso evidente di un Comune formalmente unico, ma culturalmente disarticolato, in cui l’offerta più prestigiosa non si irradia sul territorio e non contribuisce alla crescita complessiva della comunità urbana. Venezia produce eventi, ma non costruisce sistema; Mestre subisce l’assenza di una politica culturale autonoma senza beneficiare realmente della prossimità con la città storica.

Tenere conto di tutto questo è indispensabile per ripensare seriamente il fare cultura nel Comune di Venezia. Serve una visione capace di riconoscere le differenze territoriali senza trasformarle in gerarchie, di restituire ruolo ai quartieri e di dotare la città di una governance culturale chiara, responsabile e riconoscibile. Senza coordinamento politico, la pluralità non diventa ricchezza, ma dispersione. Solo dentro questo quadro è possibile affrontare in modo non retorico la cultura come sviluppo, come integrazione e come rigenerazione urbana. Oggi mancano tutte e tre, perché manca una struttura che permetta ai territori di parlarsi e di riconoscersi come parte di un progetto comune. Senza una svolta su questo piano, la cultura nel Comune di Venezia continuerà a essere un insieme di iniziative slegate, incapaci di incidere realmente sul futuro della città.

Immagine di copertina: Teatro Toniolo, Mestre

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