Pedro Sánchez ha chiamato a raccolta le sinistre dai cinque continenti con la Mobilitazione Progressista Globale (Global Progressive Mobilisation – GPM). Sinistre più o meno moderate, sotto l’ampio ombrello del “progressismo”, rivendicando una socialdemocrazia che, davanti all’auge delle destre internazionali e al loro sistema di relazioni, deve riannodare i fili.
Com’è andata ma, prima, cos’era questa mobilitazione globale? Come abbiamo raccontato, parte da Sánchez, presidente dell’Internazionale socialista, e da Lula, del Partido dos Trabalhadores, che è affiliato all’Alleanza progressista, scissione a trazione tedesca della prima. È quindi, intanto, una prima ricomposizione di un campo socialdemocratico che si era diviso.
È quel campo che si fece Terza via, diciamo così per semplificare, che patì l’egemonia neoliberale, privatizzò, sussidiarizzò servizi, patrimoni e imprese. Che mantenne il welfare —chiave di volta del patto sociale delle democrazie moderne— ridimensionandolo, subordinandolo a rigide regole di bilancio, blindando il deficit sin nelle carte costituzionali (in Spagna lo fece Zapatero, nel settembre del 2011; in Italia Monti, nel 2012), nella resa all’ortodossia liberale, prima, e poi al frugalismo nordico affrontando la crisi del 2008, socializzando le perdite della finanziarizzazione del mattone. Quel campo che ora, davanti alla crisi del neoliberismo economico, e delle democrazie liberali, deve ritrovarsi. E che, apparentemente, si ripensa criticamente, forse per la consapevolezza della gravità del momento storico.
Nel riunirsi si trova davanti all’evidenza: neanche unito basta a se stesso. Non son più tempi di egemonia, per governare, tocca guardarsi attorno e, a questo giro d’epoca, la socialdemocrazia deve guardare a sinistra —lo sa bene Sánchez—: ai movimenti, alle istanze sociali, a realtà più radicali del loro attuale ceto e rappresentanza politica.
La GPM è stata, quindi, cose diverse. Un posizionarsi sulla scena, ci siamo, siamo qui, siamo i progressisti. Un richiamo all’orgoglio, del suo modello di governo socialdemocratico “per le classi medie e lavoratrici” in Spagna, dello stare “dalla parte giusta della storia” per il campo globale. Un momento di sollievo, col voto politico ungherese e quello referendario italiano a sollevare gli animi, segni che le destre non sono invincibili. Un’operazione motivazionale, con uno spregiudicato richiamo ai simboli. Tutto questo ma disseminato di alcune radicalità d’analisi, inedite o desuete in simili consessi da molti anni.
Le istanze più radicali sono arrivate, come abituale, dall’America latina ma questa volta anche dal cuore della crisi della democrazia liberale, gli Stati Uniti, quel paese che si picca di esportare democrazia e le cui strade sono attraversate da bande armate che sequestrano le persone mentre grotteschi momenti di preghiera vengono inscenati negli uffici presidenziali. Con un entusiasmo quasi giovanile nel declinare il termine “socialismo”, la cui possibilità d’uso e chiave d’interpretazione, così recenti in quel contesto, rende nuovo, un nuovo sguardo sulle cose americane, che sia quello del trentaquattrenne Zohran Mamdani alla guida di New York o dell’ottuagenario senatore del Vermont, Bernie Sanders.

Vediamo un po’ l’ambiente e i temi trattati. Siamo alla Fira de Barcelona della Gran Vía, a L’Hospitalet de Llobregat, poco fuori dal centro, progettata dall’architetto giapponese Toyo Ito. Tanta stampa e relatori, lunghe file per gli accrediti, con identificazione e badge anche per il pubblico. Le misure di sicurezza sono alte, ministri, capi di stato e di governo, sindacalisti sotto protezione, convergeranno qui per due giorni.
I colori della kermesse sono il rosso e il verde, cui si aggiungono quelli degli abiti dall’Africa, dall’Asia e dall’America latina e qualcuno indossa a mo’ di mantello la bandiera nazionale. La zona sociale è la “piazza” con bar, stand e un grande schermo cilindrico che rimanda video e schede dei partecipanti.
Diversi gli spazi dei lavori. L’agorà Ernest Lluch (economista valenziano e militante del Psc, antifranchista incarcerato dalla dittatura, tra gli estensori dello Statuto di Autonomia del País Valencià, assassinato dall’Eta il 21 novembre del 2000) è sede di discussioni pubbliche. Poi c’è la plenaria, Sala Allende, con 6.500 posti, e una decina di sale in cui si alternano workshop e incontri, circa un centinaio, su decine di temi. Dal lavoro alle nuove tecnologie, lavoro, diritti delle donne, questioni di genere e LGBTIQ+, ambiente e conversione green, casa e salario, democrazia digitale, welfare.

I lavori si susseguono con ritmo sostenuto seguendo un fitto programma. Segnaliamo alcune delle cose più significative, e qualche nome.
Nella Sala Angela Davis un workshop discute di Disuguaglianza salariale e classe lavoratrice. Poi, due sessioni chiamate Progressive leadership I e II discutono di Strumenti per la lotta per la democrazia e l’anti-autoritarismo e di Democrazia e mobilitazione in America Latina. Qui si affacciano l’esperienza dei movimenti Usa, le mobilitazioni anti-Ice, i modelli organizzativi dei sindacati contadini in terre di latifondo e squadre armate, le reti di donne che aggirano e contrastano la repressione. Ancora, si discute di Agenda progressista per la sovranità tecnologica e di Come promuovere le idee progressiste negli ambiti digitali.
La Sala Nelson Mandela ospita incontri sul La lotta per la democrazia in Brasile, ci si chiede Dove finisce l’Europa? Visione e pragmatismo in tempi di agitazione geopolitica, si propongono Skill Booster comePrenditi cura del tuo benessere: strumenti pratici per la salute mentale degli attivisti o Oltre le camere dell’eco: creazione di alleanze per un cambiamento progressista, sull’attivismo digitale.
Nella Sala Ana Lindh (socialdemocratica svedese assassinata nel 2003) c’è il workshop Rete di politica estera: commercio giusto, giustizia globale e futuro di una politica estera progressista. Con l’italiano Beppe Provenzano ci sono l’ex primo ministro palestinese, Mohammad Shtayyeh, il presidente dell’Alleanza riformista e deputato giapponese, Junya Ogawa, Salman Khurshid, ex ministro e Senior counsel della Corte suprema indiana, il brasiliano Rafael Heiber, del Common Action Forum, giovane docente di Cambiamenti sociali e Teoria politica nell’Università Carlos III de Madrid, specializzato sullo sviluppo delle risposte collettive alle crisi globali contemporanee.
Poi, ancora, ci si occupa di Casa accessibile: città per tutti, di Recuperare il discorso progressista sull’immigrazione, del Femminismo come difesa globale della democrazia, de Le relazioni tra l’UE e l’America Latina in tempi di disgregazione.
Nella Sala Hannah Arendt ci sono sessioni su Genere, politica e comprensione dell’uguaglianza nella Generazione Z; Età minima per l’uso di Internet: la proibizione e oltre; un workshop su Rinnovamento della leadership in materia di clima e industria.
José Luis Rodríguez Zapatero era presente alla discussione Azione globale per garantire l’accesso alla giustizia a tutte le donne e le bambine, con tra gli altri, la delegata per gli Affari internazionali del sindaco di New York, Zohran Mamdani, Ana Maria Archila, la giornalista Isabel Valdés, esperta e responsabile di questioni di genere del quotidiano El País e Janja Lula da Silva, sociologa e moglie del presidente brasiliano.
Significativa è stata la discussione Limiti della libertà di espressione e persecuzione digitale, per quanto ci dice delle pratiche delle destre spagnole. Sarah Santoalla, analista politica e commentatrice televisiva, ha raccontato la persecuzione mediatica, digitale e fisica di cui è vittima da parte del giornalista e agitatore di destra Vito Quiles. Persecuzione e appostamenti sotto casa, riprendendo le sue azioni, accuse e insulti. Protagonista di incidenti anche al Congreso de Los Diputados e propagatore di fake, Quiles fa parte di una rete di pseudo-media, come viene chiamata la galassia di testate on-line che riceve lauti finanziamenti dalle amministrazioni di destra, in testa Madrid. È stato chiamato recentemente a chiudere la campagna elettorale del Pp in Aragona, a proposito della trumpizzazione delle destre spagnole.
Altra vicenda esemplare è quella di Elena Reinés, comunicatrice e divulgatrice contro la disinformazione, che a gennaio annunciò l’abbandono delle reti sociali per la campagna di minacce esplicite di morte e violenza ai suoi danni, denunciando la responsabilità delle piattaforme, con Meta che non interviene sugli abusi ma ha sospeso i suoi account per averle riprodotte e denunciate. Un esempio di violenza digitale contro le comunicatrici di sinistra in Spagna in cui lo squadrismo digitale si unisce alla misoginia. La Procura di Madrid ha recentemente ammesso una denuncia presentata a febbraio da Reinés contro Quiles, con l’appoggio di ACO, Acción contra el odio che, assieme alla nostra rivista amica, Contexto, ha creato l’associazione Contexto y Acción per contrastare l’odio e la persecuzione delle minoranze on-line.
“Limiti alla libertà d’espressione e stalking digitale”, è il panel in cui Elena Reines ha raccontato la persecuzione di cui è oggetto in quanto commentatrice politica di sinistra
Nella Sala intitolata a Dolores Huerta (Nuovo Messico, 1930, sindacalista americana, co-fondatrice della United Farm Workers), si tiene una delle maggiori riunioni sindacali internazionali degli ultimi anni, con rappresentanti di oltre trenta organizzazioni dai cinque continenti. L’Assemblea sindacale su Giustizia sociale e Valori: la risposta sindacale all’estrema destra è suddivisa in tre sessioni, Perché cresce l’estrema destra: una prospettiva sindacale; Cosa funziona: realizzare nella pratica la giustizia sociale e Una nuova agenda che si connetta coi lavoratori, un dialogo coi leader politici progressisti per un’agenda condivisa di resilienza democratica.
Due giorni intensi in cui, alla fine, non sono mancate le cose che ci si poteva attendere, le passerelle per i leader, i rituali del convegno politico, un certo strumentalismo, il bla-bla-bla, i dress code della politica — per l’uomo socialista spagnolo va il completo blu a due bottoni con camicia bianca senza cravatta — le scorte e le auto blu. Ma ce ne sono state altre, meno prevedibili. Tanti temi e momenti di dibattito. Il confronto con esperienze di conflitto, con istanze più radicali, perché calate in realtà più dure. Vedere i protagonisti della stagione della Terza via che plaudono a chi propone ricette più radicali, fa il suo effetto, e suscita qualche sospetto. Come il ministro spagnolo Carlos Crespo, tecnocrate vero di cuore e formazione, successore di Nadia Calviño all’Economia, che apprezza le istanze di socialdemocrazia radicale espresse dall’economista italiana con cittadinanza statunitense, Marianna Mazzuccato —ritorneremo su questa coppia che esprime, insieme, contraddizioni e temi del momento politico progressista—.
Negli interventi di politici e esperti e nei capannelli si facevano senza imbarazzi alcune riflessioni. Che gli interessi perseguiti da Usa, Russia e Israele sono un problema per il resto del pianeta, un ostacolo allo sviluppo e una modifica strutturale delle relazioni internazionali. Che la riconversione green non è un’opzione ma un modello di sviluppo necessario, da seguire e approfondire, rivedendo un’impostazione poco attenta a chi, da posizioni subalterne, ne paga i costi. Che l’energia da fonti rinnovabili è una questione ambientale e di sovranità. Che l’oligarchia-tech è un pericolo per le democrazie e anche quella tecnologica è una questione di sovranità. Che i salari devono crescere, i diritti essere rispettati, l’educazione e la sanità sono questioni pubbliche, la fiscalità deve essere progressiva. In una parola, redistribuzione. E si è pronunciato un netto No alla guerra, come non si sentiva dalle guerre irachene, e affermata la necessità di ritrovare diplomazia e ruolo degli enti sovranazionali.

C’erano Lula, la messicana Claudia Sheinbaum, i principali dirigenti di una buona parte delle sinistre politiche e sindacali, di governo e di opposizione, dai cinque continenti, una folta rappresentanza nordamericana, a sancire una spinta alla costruzioni di relazioni inedite tra le sinistre Usa e quelle del resto del mondo, a partire dall’Europa. C’era l’Africa, l’Oceania, due membri dei Brics.
Sullo sfondo, lo stravolgimento del sistema di relazioni internazionali. Con la necessità condivisa della costruzione di un contrasto coordinato all’onda che, da Mosca a Washington, ha nel mirino il sistema di relazioni internazionali fatto di norme, accordi e istituzioni, simbolizzato dalla Nazioni unite. Una Internazionale antitrumpista che non vuole limitarsi a essere tale perché, come ripetuto, Trump rappresenta l’incidente che sancisce un processo e, dopo di lui, nulla tornerà come prima.
Di contraddizioni e, forse, svolte del progressismo ci parla il nuovo organismo internazionale, il Consiglio per un’economia dei Beni comuni, annunciato nel corso dei lavori da Carlos Cuerpo e Marianna Mazzuccato, ancora loro, che ne condivideranno la presidenza. L’obiettivo è ambizioso: “trasformare il pensiero economico neoliberale dominante per offrire un’alternativa progressista che articoli politiche efficaci, migliori le pratiche di governo e riformi il sistema multilaterale”.
Per capire di che si parla, vediamo cosa si intende per Beni comuni, i riferimenti sono precisi e vale la pena rivederli brevemente.
Si parte da John Rawls, dalla sua definizione di bene comune e di accettabilità delle disuguaglianze solo se e quando “ne derivano vantaggi per tutti, specialmente per i membri più vulnerabili della società”; dalla costituzione bavarese del 1946 che stabilisce che “Ogni attività economica serve al bene comune”; dagli economisti tedeschi Joachim Sikora de Bonn e Günter Hoffmann e il loro “Vision einer Gemeinwohl-Ökonomie” (Visione di un’economia del bene comune). Sino all’austriaco Christian Felber, co-fondatore di Attac Austria e promotore del progetto della Banca democratica, portato avanti con un gruppo di imprenditori mondiali.
Felber nel 2010 pubblica L’economia del bene comune (Tecniche Nuove – 2012) in cui sistematizza i ragionamenti precedenti, sostiene che il successo economico non deve essere misurato in termini di profitto monetario (PIL o bilancio finanziario) ma in base al suo contributo al benessere umano e alla sostenibilità del pianeta; valutando le imprese anche sulla base di parametri quali dignità umana, solidarietà e giustizia sociale, sostenibilità ambientale, trasparenza e partecipazione democratica. Quindi, agevolazioni fiscali per chi ha un “bilancio etico”, fissazione di limiti alla disparità salariale, alla gestione privatistica dei servizi.
La Banca democratica raccoglie un migliaio di imprese in tutto il mondo che hanno aderito al modello, il Comitato economico e sociale europeo (CESE) lo ha appoggiato, alcune amministrazioni municipali hanno aderito valutandolo come punteggio nelle gare anche il bilancio etico.
L’analisi da cui il Consiglio parte è che il modello economico legato all’espansione perpetua del Pil è giunto a un esaurimento sistemico, espresso dalle crisi ricorrenti e strutturali, da quella economica del 2008 all’emergenza climatica; e che, per garantire la resilienza nel XXI secolo, è indispensabile passare a una “economia con uno scopo”, in cui l’assetto istituzionale non si limiti alla mera gestione delle esternalità ma assuma un ruolo guida nella creazione di valore pubblico.
Il paese anfitrione è la Spagna, l’organismo si rivolge a ministri delle finanze, economisti di prestigio internazionale e rappresentanti della società civile ed ha già una sua agenda, che coincide con quella di importanti istituzioni internazionali, come la Banca mondiale, Il Fondo monetario internazionale e la Cop. Nella primavera del 2027, a Madrid, verrà presentata un’agenda di riforme globali.
Il cronoprogramma è in cinque fasi. La prima, 2026, è l’ambito normativo, con l’obiettivo di trasformare il modello da volontario a vincolante in settori strategici e integrare “l’economia orientata a missioni” nei curriculum educativi e nelle nelle politiche industriali. La fase due (2027) riguarda l’architettura finanziaria, rafforzando le risorse pubbliche per finanziare infrastrutture “verdi” non appetibili per il settore finanziario privato. Nella seconda metà del 2027 dovrebbe iniziare la fase tre, su cooperativismo e proprietà sociale, incentivando la trasformazione di imprese in cooperative, seguendo la logica per cui un lavoratore/proprietario è meno propenso a contaminare i suoi territori e a accettare condizioni salariali e lavorative non dignitose.
Siamo nel cuore della contraddizione “progressista”. Sia Cuerpo, più timidamente, che Mazzuccato, con decisione e entusiasmo, sostengono un modello in cui lo Stato non si limiti a correggere ex post i fallimenti del mercato, ma intervenga sin dall’inizio per plasmare e creare valore attorno a sfide strutturali (clima, salute, divario digitale, diritti, benessere).
La questione riformista, in una sua accezione radicale, si ripropone. È possibile essere etico in un mercato che premia la riduzione dei costi, l’aumento dei dividendi e lo sfruttamento o è una contraddizione impossibile da risolvere? Ancora, è possibile confidare in chi, partiti, associazioni, leader interpretò l’arretramento socialdemocratico, espressione della subalternità all’egemonia neoliberale dei decenni passati? Ancora, il Consiglio dei beni comuni sarà in grado di interloquire veramente con chi su essi lavora da tempo, spesso in contrasto alle scelte dei partiti socialdemocratici di governo e opposizione, e subendone l’ostilità, o è solo disperato o cinico maquillage? Il cronoprogramma c’è, quindi non sarà difficile capire, in tempi brevi, se siamo davvero davanti a uno sforzo concreto di elaborazione.
Qualche parola sulla presenza italiana. Pattuglia non numerosissima e poco coinvolta nella preparazione dell’evento (c’entrano l’aggiramento della questione socialdemocratica nella costruzione democristiana e comunista del Pd, le macerie lasciate dal craxismo, la Uil ridotta a sindacato filo-governativo). C’era la segretaria del Pd, Elly Schlein, accompagnata da Beppe Provenzano, tra gli speaker c’erano Stefano Ceccanti, Brando Benifei, si è visto Bobo Craxi, Laura Boldrini e c’era il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.
Schlein ha avuto un’ottima accoglienza, a suo agio nei consessi internazionali e fresca di vittoria referendaria. Ha partecipato a un panel con Teresa Ribera, vicepresidente europea con delega alla transizione verde e commissaria per la concorrenza, dal titolo Europe’s Freedom Deal: garantire l’indipendenza europea in materia di politiche climatiche, energetiche, digitali e di difesa. E ha avuto un posto importante nell’evento finale alla Sala Allende — parlando appena prima di Isabelle Allende, del governatore del Minnesota, Tim Walz, e della presidente delle Barbados, Mia Mottley, a precedere i saluti di Sanders e Mamdani in video e la chiusura di Lula e Sánchez — ricevendo un’ovazione dalla folla.

Sánchez ha consolidato la sua figura sul piano internazionale. I leader mondiali hanno risposto alla sua chiamata. Il mondo corre. Gaza continua a essere il regno della morte, il Libano brucia, in Gisgiordania i coloni fanno pulizia etnica, lo Stretto di Hormuz è sempre chiuso e la guerra illegale israelo-statunitense all’Iran continua, sugli Usa cala la cappa di una sorta di nuovo fascismo, col coro del suprematismo elitistico tecnologico e dell’estremismo religioso protestante, la crisi climatica si avvicina ai punti di non ritorno. Il progressismo è in cerca di un canovaccio e di un’autonomia di elaborazione. Sperando che faccia sul serio.
Prima, durante e dopo la kermesse sono accadute diverse cose.
Sánchez è andato in Cina, ha chiesto “che si apra affinché l’Europa non debba chiudersi” e “che faccia di più, esigendo il rispetto del Diritto internazionale e cessino i conflitti in Libano, Iran, Gaza, Cisgiordania e anche in Ucraina”. Madrid porta a casa un nuovo meccanismo di dialogo bilaterale strategico-diplomatico, tre memorandum d’intesa economico-commerciale, diciannove accordi bilaterali. Sánchez prova a compensare, sul piano politico e tecnologico, l’enorme deficit commerciale, valutato nel 2025 in quarantadue miliardi di euro. La Spagna è il quinto paese Ue nell’export verso la Cina, dopo Germania, Francia, Paesi Bassi e Italia e, attenzione, sta progressivamente proponendosi come alternativa a quella Via della Seta che avevamo iniziato a costruire per poi abbandonare su pressione Usa.
Ancora a latere, mentre aprivano i banchi d’accoglienza della mobilitazione progressista, nel Palazzo di Pedralbes, seconda sede istituzionale della Generalitat catalana, si è tenuto il primo Vertice bilaterale tra Spagna e Brasile. Sono stati firmati quindici accordi di cooperazione, tra cui spiccano quello su terre rare e minerali e importanti contratti a imprese spagnole.
Nei giorni della GPM è stata in Spagna anche Corina Machado, candidata in pectore dell’opposizione venezuelana. È stata l’occasione per una sorta di contro-vertice delle destre spagnole. Machado si è rifiutata di incontrare il governo, che l’aveva ufficialmente invitata, e, alla Puerta del Sol di Madrid, dove le destre avevano organizzato un bagno di folla con i venezuelani residenti di Little Caracas —com’è ormai chiamata la capitale nel cui distretto risiedono in oltre 200 mila— è stato intonato lo slogan razzista ¡Fuera la mona! [Via la scimmia!] contro la presidente venezuelana ad interim, Delcy Rodríguez.
Il governo ha lamentato lo sgarbo verso l’esecutivo che ha organizzato l’espatrio e dato asilo al candidato delle opposizioni Edmundo González Urrutia e che da anni media, con José Luís Rodríguez Zapatero, tra regime e opposizioni. Il cantico razzista non è piaciuto alle componenti indios e nere delle opposizioni venezuelane, i protagonisti hanno dovuto presentare maldestre scuse. Machado, sacrificando l’allure istituzionale sull’altare delle relazioni trumpiane e delle esigenze di Pp e Vox e confermando il favore a un intervento militare Usa, ha detto quanto si voleva sentire a Little Caracas, molto meno in Venezuela.
Dopo la GPM, la Spagna ha presentato, assieme a Irlanda e Slovenia, formale proposta di sospensione dell’Accordo di collaborazione tra Unione Europe e Israele al Consiglio degli Affari esteri di Lussemburgo, respinta per il veto di Germania e Italia. Nel frattempo, l’iniziativa Justice for Palestines ha raccolto e superato il milione di firme di cittadini Ue per far discutere all’Europarlamento la sospensione dell’accordo. Anche qui, ci vorrebbe un’unanimità impossibile ma l’assemblea potrà finalmente discutere dei crimini di guerra e della posizione europea.
Nel frattempo è partita la regolarizzazione per 500 mila migranti presenti sul territorio spagnolo. Favorire l’emersione e combattere la precarietà del lavoro, garantendo l’accesso ai servizi e al welfare, anche agli “irregolari”, centrali nell’industria turistica, dei servizi alla persona, dell’agroindustria. L’aumento del salario minimo, raddoppiato negli ultimi otto anni, e la riduzione della precarietà si incrociano con la politica dell’accoglienza, consentendo l’ampliamento della classe media e lavoratrice, colonna del prelievo fiscale e della crescita dei consumi interni. È uno degli elementi del “modello spagnolo” della socialdemocrazia di Pedro Sánchez, che è stato oggetto di riflessioni anche durante i lavori della GPM.
[L’immagine di copertina e le altre che accompagnano l’articolo sono dell’autore]

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