English Version – Ytali Global
Malgrado l’atmosfera di paura, la repressione aperta e le epurazioni che hanno colpito
il settore dell’istruzione […], la società civile è ancora viva. Non lotta per il potere;
oppone una resistenza morale, come già avvenne negli ultimi decenni dell’Unione Sovietica.
Andrei Kolesnikov

Nel libro The Closing of the Russian Mind: How Putin’s Ideology Took the Nation Hostage (Polity Press, 2026), l’analista politico e giornalista russo Andrei Kolesnikov presenta Vladimir Putin come “un uomo ossessionato dall’ideologia e schiavo di teorie del complotto e delle idee sul ruolo messianico speciale del suo Stato e della sua nazione.”
Per Kolesnikov l’invasione su vasta scala dell’Ucraina non è stata soltanto una decisione militare o una frattura geopolitica. Né può essere spiegata semplicemente come una reazione alle politiche occidentali o all’allargamento a Est della Nato. Piuttosto, ha rappresentato l’espressione ultima di un impianto ideologico delineato pazientemente dal regime nel corso degli anni: un impianto radicato in strati arcaici e non sufficientemente modernizzati della coscienza storica e socioculturale russa, condivisi sia dalle masse sia dalle élites.
Ricorrendo a elementi profondamente radicati nella storia russa e sovietica — la nostalgia imperiale, il risentimento antioccidentale, il culto dello Stato, il mito di un percorso russo unico, la sacralizzazione del potere e la memoria della Grande Guerra Patriottica — il putinismo ha trasformato la guerra, l’isolamento e la repressione nei pilastri di un nuovo ordine politico e morale.
Kolesnikov esamina anche la dimensione sociale di questo processo: consenso, adattamento, conformismo, paura e ricerca di stabilità come forme di partecipazione passiva al sistema.
Scrivendo dalla Russia e vivendo sotto le restrizioni imposte dalla designazione di “agente straniero”, Kolesnikov riflette anche sulla condizione di coloro che restano: autori indipendenti, studiosi e giornalisti che cercano di comprendere il proprio Paese dall’interno, nonostante i rischi e i vincoli crescenti. In tale contesto, il suo libro diviene sia una brillante “diagnosi” del putinismo sia una preziosa testimonianza delle forme di resistenza intellettuale e civile che continuano a sopravvivere nella società russa.
Per comprendere meglio il panorama politico, sociale e ideologico delineato nel libro, Ytali ha intervistato il suo autore, giornalista pluripremiato, scrittore e analista politico.

Già senior fellow del Carnegie Russia Eurasia Center, Kolesnikov è attualmente editorialista di Novaya Gazeta (Mosca) e Newtimes.ru, nonché senior associate research fellow presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). È, inoltre, membro del Consiglio scientifico consultivo del Finnish Institute of International Affairs.
Kolesnikov collabora regolarmente con Foreign Affairs e Neue Zürcher Zeitung. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua attività giornalistica e intellettuale, tra cui il Premio Yegor Gaidar 2021 per l’eccezionale contributo allo studio della storia. È anche autore di diversi libri sulla storia dell’ultima fase dell’era sovietica, sulle riforme post-sovietiche e sull’evoluzione politica russa, tra cui le opere dedicate ai principali riformatori russi Yegor Gaidar e Anatoly Chubais.

Nel 2022, nel corso della nostra ultima conversazione, lei ha descritto la transizione della Russia dall’autoritarismo a una forma di totalitarismo ibrido: una diagnosi che il suo ultimo libro, The Closing of the Russian Mind: How Putin’s Ideology Took the Nation Hostage, approfondisce e colloca all’interno di una più ampia traiettoria storica, ideologica e politica.
Dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte di Putin si è aperto un ampio dibattito sulla stabilità del sistema russo: in particolare, ci si è chiesti se la guerra, le sanzioni e la repressione abbiano reso il regime più fragile o se, al contrario, lo abbiano rafforzato, legando maggiormente la società a un ordine politico plasmato dalla repressione, dalla mobilitazione e dal patriottismo militarizzato.
Nel libro lei suggerisce che la Russia inizierà a cambiare solo quando cambierà il governo, più precisamente quando Putin non ci sarà più. Sottolinea anche che “il putinismo potrebbe sopravvivere a Putin, ma probabilmente si tratterà di una versione più mite e vi saranno verosimilmente cambiamenti orientati a una normalizzazione del Paese. Naturalmente, un’ulteriore deriva verso il fascismo e il caos non può essere esclusa, ma i precedenti storici fanno propendere per uno scenario relativamente ottimistico”.
Tuttavia, il ritorno ricorrente a forme autoritarie di governo nella storia russa solleva inevitabilmente una questione complessa. A suo avviso, qual è lo scenario più probabile dopo Putin: un’ulteriore radicalizzazione del sistema, una normalizzazione limitata senza una vera democratizzazione oppure un’apertura politica più sostanziale? E quali elementi del putinismo potrebbero sopravvivere a Putin stesso?
Il regime di Putin è un’autocrazia personalistica. Ecco perché nel Paese così tanti fattori dipendono dal leader. Se il leader cambia, sono possibili cambiamenti significativi, come accade in tutte le dittature. Dopo la morte di Stalin i suoi più stretti collaboratori non si limitarono a contendersi il potere, ma iniziarono immediatamente a proporre diverse opzioni di liberalizzazione. I processi di transizione dalle dittature in Italia, Spagna, Portogallo e Germania furono molto diversi tra loro, ma ebbero, comunque, luogo. Naturalmente, alcuni elementi dello stalinismo sono sopravvissuti a Stalin, così come il salazarismo è sopravvissuto a Salazar per un certo periodo. Ma, dopo l’uscita di scena di Putin, un periodo caratterizzato da una certa “normalizzazione” rappresenta uno scenario più probabile rispetto alla caduta del Paese in una qualche forma impensabile di fascismo. Potrebbe trattarsi di una fase caratterizzata da un regime più moderato, meno militarista e più favorevole all’Occidente, una fase in cui, durante la transizione, le vecchie élites dell’era Putin e le contro-élites finiranno per mescolarsi (come accadde in Spagna dopo la morte di Franco). Ma è improbabile che si tratti di un periodo di immediata transizione verso la democrazia: il baratro in cui ora è precipitata la Russia è semplicemente troppo profondo.

Il titolo stesso del suo libro suggerisce che il putinismo non ha trasformato soltanto le istituzioni e il linguaggio politico, ma ha anche ristretto l’immaginario morale e storico attraverso il quale la Russia comprende se stessa e il mondo esterno. Nel suo libro lei mostra come l’“idea russa” sia stata più volte rimodellata dallo Stato: dalla triade “ortodossia, autocrazia e nazionalità” fino all’odierna concezione della Russia come “Stato-civiltà” che segue un proprio “percorso speciale”. In che modo questa costruzione politica si rapporta alla nozione più antica e sfuggente di “anima russa”? L’anima russa è ancora un mito culturale oppure è stata trasformata in una risorsa ideologica per il regime?
Naturalmente si tratta di concetti reinventati, fittizi e mitologici. Sebbene il passato imperiale della Russia e la sua dipendenza dalle traiettorie storiche ostacolino lo sviluppo del Paese, la società russa ha assistito a un elevato livello di modernizzazione nella fase di transizione al capitalismo. Il problema è che, pur essendo diventati consumatori capitalisti, non tutti i russi (anzi, tutt’altro) sono diventati cittadini responsabili per i quali la regolare alternanza al potere e i diritti umani rappresentano valori importanti. Putin ha colmato questo vuoto di valori con valori tradizionali arcaici, approfittando dell’indifferenza della popolazione verso ciò che accade al vertice della piramide del potere. E li ha consolidati con un’“operazione speciale”, convincendo le masse che questa non è soltanto la sua guerra personale, ma la guerra di tutta la Russia. Ma il famigerato sostegno del 70-80% all’operato dell’autocrate è, in gran parte, conformismo passivo, derivante dall’incapacità delle persone di cambiare qualcosa o di dare un senso a ciò che è accaduto al Paese e al mondo.
Focalizziamo ora l’attenzione sul contratto sociale tra il Cremlino e la società russa, che negli ultimi anni è profondamente cambiato. Come lei sottolinea nel suo libro, dopo l’annuncio della mobilitazione parziale da parte di Putin nel settembre del 2022, “si è verificato un cambiamento del modello prevalente di contratto sociale (silenzio in cambio del sostegno sociale da parte dello Stato e del crescente senso di grandezza della Russia): ora è necessario condividere la responsabilità di ciò che fa l’autocrate e alzare sempre più la voce a favore del dittatore, anziché limitarsi a tacere”. Ma il tributo richiesto ai cittadini sembra andare oltre la lealtà passiva o la manifestazione pubblica del consenso attivo. Nell’odierna visione putiniana — sempre più messianica, imperiale e plasmata dalla glorificazione del sacrificio, della violenza e della morte — ai cittadini sembra venga chiesto qualcosa di più radicale: la disponibilità a rischiare la propria vita in cambio di denaro, benefici sociali, opportunità di carriera o riconoscimento simbolico.
A suo avviso, è possibile individuare un punto di rottura oltre il quale i cittadini russi — sia les attentistes à la Russe sia i conformisti attivi — potrebbero non essere più disposti a pagare questo tributo al regime?
Sebbene si sia già delineato un canone di comportamento “patriottico” e molti abbiano normalizzato l’incubo quotidiano, nella popolazione si avverte un senso di stanchezza per la guerra, le difficoltà economiche incombenti e le restrizioni senza fine. Ciò non significa che abbiano smesso del tutto di sostenere Putin: più che altro per loro è un dato di fatto, come il tempo atmosferico. Ma dopo le restrizioni a Internet alla stanchezza si è aggiunta l’irritazione. Tuttavia, le persone si sono adattate anche a queste restrizioni perché non possono fare nulla. Le élites, invece, sono semplicemente paralizzate dalla paura e incapaci di agire, non solo di ordire cospirazioni: non possono turbare il dittatore con informazioni sgradevoli. È un equilibrio precario, ma per ora regge, e ogni ulteriore discesa nella spirale dei problemi viene percepita come la nuova normalità. Almeno per il momento.
Nel suo libro lei dedica notevole attenzione agli anni Novanta. In particolare, descrive un paradosso che caratterizza il cuore del putinismo: le riforme di quel decennio — e, più in generale, i cosiddetti “selvaggi anni Novanta” — vengono pubblicamente rappresentate come un’epoca di caos, debolezza e umiliazione nazionale. Eppure il sistema costruito da Putin ha beneficiato in larga misura delle fondamenta istituzionali, economiche e sociali poste in quegli anni. Allo stesso tempo, screditare gli anni Novanta è stato essenziale per portare avanti il più ampio progetto del regime di demodernizzazione e denormalizzazione: cancellare il ricordo del breve esperimento condotto dalla Russia con la democrazia liberale, il pluralismo e l’integrazione con il mondo esterno. Quanto è stata importante l’eredità degli anni Novanta per il consolidamento del potere di Putin?
Putin ha rappresentato e continua a rappresentare gli anni Novanta come un periodo di caos totale e umiliazione nazionale. I colpevoli sono Gorbaciov, che “ha distrutto” l’Unione Sovietica ed Eltsin. Eppure, senza il consenso di Eltsin alla successione di Putin, lo stesso Putin non sarebbe mai esistito. La mitologia costruita attorno agli anni Novanta si è radicata nella coscienza collettiva; le nuove generazioni non conoscono altra interpretazione. E, tuttavia, questo ha poco a che vedere con i problemi attuali ed è difficile spiegare le difficoltà di oggi unicamente come retaggio delle avversità dei “turbolenti” anni Novanta.

Lei analizza la transizione dall’Homo Sovieticus all’Homo Putinus. Ci tiene a chiarire che non si tratta semplicemente dello stesso tipo antropologico riprodotto quarant’anni dopo; allo stesso tempo, suggerisce che condizioni esterne simili hanno generato un modello di comportamento adattivo sorprendentemente analogo. Quali sono, a suo avviso, le differenze essenziali tra Homo Sovieticus e Homo Putinus? Sono principalmente di natura generazionale, sociale e tecnologica oppure riguardano un diverso rapporto con l’ideologia, lo Stato e la guerra?
Paradossalmente, l’Homo Sovieticus era meno legato a un leader specifico. Era un uomo dell’impero, ma non di un impero collassato, come l’uomo di Putin, bensì di un impero che esisteva e appariva solido. Sebbene elementi di nazional-imperialismo fossero presenti anche nel marxismo-leninismo ufficiale, erano ancora contenuti; ora non lo sono più. In breve, l’Homo Putinus è più tradizionalista e nutre più risentimento. È caratterizzato da un’identità più negativa che positiva. L’Urss lanciò Gagarin nello spazio, Putin lancia solo droni e missili.
Nel libro All the Kremlin’s Men: Inside the Court of Vladimir Putin, pubblicato da PublicAffairs nel 2016, il giornalista e scrittore Mikhail Zygar ha descritto la labirintica distribuzione del potere all’interno della corte di Putin — siloviki, “silovarchi”, amici, familiari, economisti e avvocati di San Pietroburgo, solo per citarne alcuni — la cui influenza è cambiata nel tempo, spesso in modi imprevedibili.
A dieci anni dalla pubblicazione di quel testo e alla luce della guerra contro l’Ucraina e dell’infrastruttura ideologica che Putin ha costruito attorno ad essa, come si è evoluta questa complessa galassia di élites? È ancora possibile identificare gruppi relativamente coerenti all’interno del sistema oppure la guerra ha prodotto un ulteriore irrigidimento della verticale del potere, riducendo lo spazio per fazioni autonome e facendo della lealtà — o della paura — il principio fondamentale della sopravvivenza politica?
Nella fase attuale, senz’altro, non vi sono più liberali al potere; al massimo, vi sono tecnocrati nel blocco economico-finanziario del governo. Si può affermare con certezza che il Paese non è governato dai militari, il cui ruolo è quello di dare prova di eroismo, ma dai servizi di sicurezza. Lo si è visto chiaramente nelle frizioni interne alle élites sulle restrizioni a Internet: la posizione dei servizi di sicurezza, favorevoli a forti restrizioni, ha prevalso su quella della componente civile dell’amministrazione. La classe degli oligarchi, costretta a mantenere un atteggiamento estremamente cauto di fronte alla repressione e alla nazionalizzazione, è obbligata a sostenere il regime, anche finanziariamente. I gruppi di pressione e persino il sistema clientelare sono crollati: nessuno vuole aiutare nessuno e tutti hanno paura. In ogni caso, i numerosi arresti di dirigenti per lo più regionali a vari livelli, le morti misteriose di alti dirigenti di grandi società e il suicidio dello scorso anno, divenuto un evento simbolico, del ministro dei Trasporti Starovoit hanno molto spaventato le élites. Le piccole e medie imprese sono insoddisfatte della situazione, ma non hanno lobbisti. Nel complesso, come ho detto, le élites sono paralizzate dalla paura e dall’impotenza e cercano semplicemente di restare al servizio del sistema senza rivelare le proprie opinioni.
Ma la parte più interessante deve ancora venire: il rimescolamento delle élites, guidato da figure che hanno affrontato l’“operazione speciale” sia ai livelli più alti che a quelli più bassi del potere. All’orizzonte si profila una grande battaglia per le posizioni di potere. Putin, dal canto suo, non fa che incoraggiare questa trincerocrazia.

Alla fine del suo libro lei tratta in modo molto personale la posizione di chi rimane (i cosiddetti remaining), “coloro che, continuando ad adempiere ai propri doveri giornalistici e di ricerca, rischiano restando in Russia”, analizzando ciò che accade al Paese “dal ventre della bestia”. In qualità di persona designata dalle autorità russe come “agente straniero” e che, di conseguenza, scrive sotto significative restrizioni legali, civiche e professionali, come ritiene sia cambiato il ruolo degli autori indipendenti, degli studiosi e dei giornalisti che operano in Russia rispetto al periodo sovietico? E, nonostante queste pressioni, cosa si può ancora comprendere dall’interno del Paese che può essere più difficile cogliere dall’esilio?
L’intelligencija sovietica non conosceva un altro modo di vivere; eppure, viveva in un sistema di regole chiare e comprensibili. La nostra generazione ha conosciuto un altro modo di vivere e ciò che sta accadendo ora appare come una catastrofe assoluta; non vi sono regole e quelle che esistono vengono costantemente inasprite fino a raggiungere il limite dell’assurdo. Oggi vi sono più persone perseguitate per ragioni politiche di quante ve ne fossero nell’ultima fase dell’Unione Sovietica. Tuttavia, se si decide di fare qualcosa anche dall’interno della Russia di oggi, in qualche modo ci si riesce: è così che operiamo in un quotidiano “vietato” come Novaya Gazeta, fondato dal premio Nobel Dmitry Muratov. Siamo bloccati e visibili tramite VPN, ma abbiamo un sito web, un canale Telegram, un canale YouTube e persino due pubblicazioni cartacee, senza contare i libri che cerchiamo di vendere autonomamente. Vediamo quanto il nostro lavoro — o la mia partecipazione alle dirette streaming di YouTube — sia importante e di conforto per chi vive in Russia e non condivide la politica di Putin. Per queste persone leggerci e guardarci è una forma di resistenza. E dall’interno è chiaro che i russi sono molto diversi tra loro. Molti di loro sono vittime “occupate” dal regime di Putin, costrette a tacere e, talvolta, perfino ad andare in prigione. Dall’esterno non si vede quante persone qui continuino semplicemente a “coltivare il proprio giardino” e quanto questo sia importante affinché la Russia diventi un Paese normale dopo Putin.


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