Buona la terza. Tutto lascia pensare che fra poche settimane, dopo “un’ordinata transizione”, Andy Burnham diventi il prossimo leader del Partito laburista e, di conseguenza, il prossimo primo ministro britannico.
Il pubblico italiano forse non aveva mai sentito parlare di Burnham prima che le dimissioni di Starmer gli aprissero la strada verso Downing Street; ma va detto che egli non è affatto un parvenu della politica, o “il nuovo che avanza”. Già due volte, per esempio, aveva tentato la scalata alla leadership del partito. La prima volta, nel 2010, era finito addirittura quarto su cinque in una competizione che aveva visto prevalere Ed Milliband; la seconda, invece, era arrivato secondo (su quattro), ma a grande distanza dal vincitore, Jeremy Corbyn. In entrambe quelle circostanze il Partito laburista era all’opposizione, e quindi una vittoria gli avrebbe garantito “solo” l’onore e l’onere di guidarlo in preparazione delle successive elezioni. In entrambe le tornate elettorali successive, peraltro, il labour sarebbe uscito sconfitto (non si può dire, ovviamente, cosa sarebbe successo a un partito guidato da Burnham; ma non ha senso qui fare storia controfattuale).
Questa volta invece, le porte di Downing Street numero 10 sembrano pronte ad aprirsi per lui senza colpo ferire, entro tre settimane. Secondo le regole del partito, infatti, eventuali candidati devono trovare l’appoggio di almeno 81 membri laburisti della Camera dei Comuni (ovvero il venti per cento della compagine parlamentare) entro il 15 luglio e garantirsi la nomination di “organizzazioni affiliate” (ad es. il sindacato) entro il 16. Se vi fosse un solo candidato, questi verrebbe indicato come leader a uno speciale congresso del partito (da tenersi il 17). Immediatamente dopo il re lo nominerebbe primo ministro.

Se vi fossero più candidature, invece, si andrebbe a un voto tra i membri del partito e i membri delle istituzioni affiliate. E questo, ovviamente, richiederebbe tempi più lunghi. Alcuni, nel partito, preferirebbero una competizione fra più concorrenti, ma al momento non pare esserci la prospettiva che qualcuno si “immoli” contro quello che sembra predestinato al ruolo. Ad esempio, uno di coloro che fino a qualche tempo fa era considerato candidato in pectore alla successione di Starmer, l’ambizioso Wes Streeting (ex ministro della salute, dimessosi in maggio proprio in opposizione al primo ministro), ha già detto che appoggerà Burnham, con cui ha già avuto un lungo colloquio, trovando grande sintonia.
Come ha scritto lo stesso Streeting, “We could spend the summer exaggerating small differences, or we can roll up our sleeves and help him to deliver the change our party and our country needs. That is the choice that I am making and I hope that everyone else will back Andy, too”. Ciò è un po’ come dire “abbiamo parlato di futuro, non di poltrone”; ma già si ipotizza che Streeting possa accomodarsi al numero 11 di Downing Street, ovvero nella residenza del Chancellor of the Exchequer, il Ministro dell’Economia, di fatto il numero due del governo.
Anche nel Regno Unito, come in Italia, vige un sistema parlamentare, per cui non è sorprendente che un premier subentri anche senza aver vinto un’elezione politica. Anzi, degli ultimi dieci primi ministri, solo quattro (Thatcher, Blair, Cameron e Starmer) sono diventati capi del governo a seguito di una tornata elettorale; degli altri sei, solo Johnson ha indetto un’elezione poco dopo essere entrato a Downing Street.
Con tutta probabilità, dunque, il 17 luglio Burnham diventerà il quinto primo ministro in quattro anni, e il settimo negli ultimi dieci anni (ovvero dal momento in cui il referendum sulla Brexit ha dato inizio al percorso di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea), dopo Cameron (2010-16), May (2016-19), Johnson (2019-22), Truss (2022), Sunak (2022-24), Starmer (2024-26). Che questo continuo avvicendarsi di primi ministri sia la diretta conseguenza del referendum o, piuttosto, un segno del cambio dei tempi, è difficile da dire. Certo è che per trovare i sette primi ministri precedenti (includendo fra questi lo stesso Cameron, sotto la cui premiership si è tenuto il referendum), bisogna considerare un arco di tempo di quarant’anni: Wilson (1974-76), Callaghan (1976-79), Thatcher (1979-90), Major (1990-97), Blair (1997-2007), Brown (2007-10), Cameron (2010-16).
Il cambiamento è epocale e forse non manca molto a che si inizi a parlare seriamente di legge elettorale: se infatti il sistema maggioritario è stato finora un caposaldo della politica britannica e, di fatto, ha determinato un bipartitismo parlamentare durato decenni, ora la nascita – o crescita – di altri partiti con percentuali di consenso elevate ha generato vari appelli che mirano a modifiche in senso proporzionale. Con l’assetto attuale, infatti, la rappresentanza parlamentare è poco in linea con le preferenze degli elettori: basti pensare che nelle ultime elezioni politiche di due anni fa, in cui fra l’altro la tendenza alla frammentazione era meno marcata di quella che i sondaggi mostrano oggi, i laburisti hanno ottenuto il 63,4 per cento dei seggi con il 33,7 per cento dei voti, mentre Reform UK e verdi, pur avendo ottenuto rispettivamente il 14,3 per cento e il 6,4 per cento dei voti (pari a un totale di circa sei milioni di voti) hanno portato a casa solo nove seggi in totale. Ma di questo ci sarà certamente modo di parlare di nuovo nelle prossime settimane o mesi.
Torniamo dunque a Burnham.

Come dicevamo, non si tratta di un nuovo arrivato della politica inglese. Nato nel 1970 ad Aintree, un sobborgo di Liverpool, Andrew Murray (Andy) Burnham è entrato nel partito laburista quando era ancora teenager e ha poi collaborato in vari ruoli con parlamentari e ministri laburisti negli anni Novanta, prima di essere eletto in Parlamento nel 2001. Sotto i governi Blair e Brown ha ricoperto diversi incarichi da sottosegretario e ministro. La sconfitta elettorale del 2010 portò i laburisti a un cambio di leadership; come detto, Burnham si candidò, ma finì quarto nella competizione vinta da Ed Milliband. Nella legislatura 2010-15 ricoprì comunque il ruolo di ministro ombra (della salute, dell’istruzione, e ancora della salute). La nuova sconfitta elettorale dei laburisti determinò una nuova competizione per la leadership da cui uscì nettamente vincitore Jeremy Corbyn, con Burnham secondo (a distanza). La legislatura successiva lo vide assumere nuovamente un ruolo di ministro ombra (per la casa), ma nel 2017, a seguito dell’elezione a sindaco della Grande Manchester, lasciò il seggio parlamentare. A Manchester è stato rieletto nel 2021 e di nuovo nel 2024.
I disastrosi risultati elettorali alle amministrative di maggio 2026 (di cui abbiamo scritto qui) hanno dato un colpo decisivo alla tentennante leadership di Starmer il quale, sfiduciato da gran parte del partito, si è dimesso dando il via alla corsa alla successione, aperta però solo ai membri della Camera dei Comuni. La recentissima vittoria nelle elezioni suppletive per il seggio di Makerfield, lasciato vacante da Josh Simons (il quale si è dimesso proprio per consentire a Burnham di rientrare in Parlamento), ha determinato la decadenza dal ruolo di sindaco (ma, come sappiamo, ubi maior…).
Quella di Burnham, dunque, è una carriera politica che parte da lontano, con diciassette anni da membro della Camera dei Comuni e nove anni da sindaco. Non c’è dubbio che quest’ultimo ruolo gli abbia dato grande visibilità. E il suo attivismo a difesa dei lavoratori del Nord – specie durante il difficilissimo periodo della pandemia di Covid-19 – ha fatto sì che gli venisse attribuito il titolo di “king of the North”, re del Nord. Come ha scritto John Rentoul sull’Independent nell’ottobre 2020, “Coronavirus has had an unexpected effect in strengthening politicians representing parts of the UK against the whole” (Il Coronavirus ha avuto l’effetto inaspettato di rafforzare gli uomini politici che rappresentano parti del Regno Unito contro la sua totalità). E fra questi c’è indubbiamente Burnham, fautore di posizioni volte a difendere le zone del Nord dal potere del governo centrale, con una spinta verso una maggiore devoluzione.
In effetti, in un discorso pronunciato stamani (lunedì 29 giugno) nella “sua” Manchester, Burnham ha sostenuto che – se diventerà primo ministro – mirerà a una strategia di decentralizzazione del potere, ipotizzando addirittura la creazione di un “Number 10 North”, ovvero di un ufficio distaccato di Downing Street n. 10, proprio a Manchester. Il discorso, in cui ha anche parlato di un “piano casa”, ha suscitato ovviamente reazioni contrastanti e sicuramente sarà oggetto di dibattito nelle prossime settimane. Nel lungo termine, la devoluzione pare dunque la linea guida dell’azione politica di Burnham, il quale politicamente fa parte dell’area centrista del partito laburista, quella “soft left” a cui appartiene anche lo stesso Starmer.
Nell’immediato, uno dei primi punti in agenda sarà il DIP (Defence Investment Plan), ovvero il piano pluriennale della difesa, che il governo Starmer avrebbe dovuto già pubblicare, e che ha già provocato qualche scossone: due settimane fa si è infatti dimesso il ministro della Difesa, John Healey, il quale sosteneva che l’aumento delle spese militari deciso dal governo non fosse affatto sufficiente a coprire le necessità del prossimo futuro.
La visione di politica estera di Burnham resta per ora da definire: nel corso della sua lunga carriera politica, infatti, egli si è occupato soprattutto di politica interna. Convinto europeista, egli proseguirà comunque nella politica di Starmer di riavvicinamento all’UE ma, al momento, senza forzare un’eventuale rientro nel mercato comune. Per quanto riguarda il rapporto con gli Stati Uniti, Burnham si è a più riprese espresso in maniera critica nei confronti di Trump. Quest’ultimo, interrogato sul probabile futuro PM britannico, ha ammesso di non sapere quasi niente di lui, tranne il fatto che era un sindaco, e che è “molto liberal, molto”: ciò implicherà probabilmente (e malauguratamente, dal punto di vista di Trump) che Burnham – sulla linea del suo predecessore – non aprirà il Mare del Nord alle trivellazioni petrolifere auspicate dal presidente USA.
Oggi come oggi, l’antipatia di Trump costituisce una “medaglia al valore” (e un vettore di consenso) per i leader occidentali. Tuttavia ci vorrà ben altro per far riconquistare voti al partito laburista. Se ciò non succederà nei prossimi tre anni, lo spettro di Farage a Downing Street potrebbe materializzarsi come minaccia concreta.

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