Comincia tardi, quest’anno, il 4 luglio. A Washington i fuochi d’artificio, di solito previsti per le nove di sera, slitteranno fino alle 22:30 o addirittura alle 23, secondo quanto annunciato dal sindaco Muriel Bowser. Il ritardo non è un dettaglio tecnico: nasce dal fatto che Donald Trump terrà un discorso, si prevede, ma chissà, di circa 45 minuti sul National Mall. Parlerà, il presidente, prima dello spettacolo, all’interno di un “Salute to America”, sarà un comizio, dei suoi, in piena regola. Il programma prevede oltre 850.000 effetti pirotecnici lanciati da dieci postazioni, tra cui otto chiatte sul Potomac e la Reflecting Pool del Lincoln Memorial — un tentativo dichiarato di stabilire il record mondiale per il più grande spettacolo pirotecnico mai realizzato.
Intorno all’evento, misure di sicurezza mai viste per un 4 luglio: la giornata è stata classificata come National Special Security Event, lo stesso livello riservato a un’inaugurazione presidenziale o al Super Bowl, con controlli “in stile TSA” attraverso metal detector per chiunque voglia accedere al prato davanti al Washington Monument.
Difficile immaginare una conferma più nitida di uno dei fili conduttori di 4 luglio di Arnaldo Testi, di recente pubblicato da Il Mulino. Il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza arriva infatti dentro un’America in cui la festa nazionale è – lo è in verità già da tempo – terreno di scontro su cosa significhi essere americani — e quest’anno quello scontro si squaderna sul prato dove si è sempre celebrato il rito.
Il 4 luglio non è fatto storico chiuso nel 1776, è un momento, secondo Testi, in cui una comunità si mette in scena, si racconta, si conferma davanti a se stessa: un rito civile, insomma. Parate, discorsi, fuochi d’artificio non sono cornice, sono la sostanza. Sono pratiche che producono appartenenza. Lo spettacolo del 2026, con il suo allungamento a quaranta minuti — il doppio del consueto — e il suo comizio presidenziale incorporato nel programma ufficiale, non fa che rendere esplicito ciò che il libro descrive come processo storico: la trasformazione di una data in un testo sacro laico, da invocare e rimettere in scena. Solo che qui la regia è dichiaratamente personale, e il “racconto nazionale” tende a coincidere con il racconto di un solo uomo, e che uomo.
Il cuore del saggio resta la tensione tra principi proclamati e realtà storica: libertà e uguaglianza enunciate, schiavitù e gerarchie sociali praticate. Tale contraddizione non è un difetto del mito ma il suo motore: funziona proprio perché è inclusivo nel linguaggio ed escludente nei fatti, e proprio per questo diventa terreno su cui abolizionisti, suffragiste, movimenti per i diritti civili hanno potuto rivendicare la Dichiarazione contro il paese che la tradiva. Anche quest’anno la frattura è visibile, solo spostata di registro: diversi artisti previsti nel cartellone delle celebrazioni hanno rinunciato a esibirsi lamentando che l’evento fosse diventato troppo politicizzato, e l’amministrazione ha sostituito parte del programma musicale con il comizio presidenziale. Non è la frattura ottocentesca tra retorica della libertà e schiavitù, ma è comunque un segno di chi si riconosce nella festa e chi se ne sente espropriato.
Per Testi la memoria nazionale non è mai fissa: è continuamente riscritta, e ogni epoca proietta sul 4 luglio le proprie domande. Difficile trovare un anno in cui questo sia più visibile che nel 2026, con un evento che unisce misure di sicurezza da stato d’emergenza, primato pirotecnico mondiale e un discorso politico incorporato nella liturgia civile. Il 4 luglio, così, espone le fratture, decide chi sta dentro l’inquadratura e chi resta fuori dal perimetro controllato dai metal detector.
Il libro ragiona su qualcosa che va oltre la singola ricorrenza: chi controlla il racconto delle origini controlla una parte del presente. Le feste nazionali non si limitano a ricordare un passato: definiscono un presente e orientano aspettative sul futuro, sono insieme strumenti di coesione e terreni di conflitto. Il 4 luglio 2026, con il suo spettacolo record e la sua regia personalizzata, sembra confermare nel modo più diretto possibile la tesi di Testi: più che una data, l’Indipendenza americana resta il teatro in cui il paese prova ogni volta a spiegare se stesso — e in cui, puntualmente, riaffiorano anche le sue crepe.
Arnaldo Testi è uno stimatissimo americanista. Accademico, scrive come un consumato giornalista. Questo suo 4 luglio ne è una nuova conferma, leggerlo è un piacere.


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