Guardiola ha detto no a Maldini e Leonardo, contribuendo ad alimentare la tragicommedia dell’estate azzurra, ma questo ormai lo sapete. È piuttosto interessante, invece, analizzare le ragioni del gran rifiuto: la stanchezza, dopo dieci anni devastanti in quel di Manchester, sponda City, e il bisogno di riappropriarsi della propria vita, dopo essere andato addirittura incontro a un divorzio per ragioni calcistiche.
Al che, vien da chiedere al Vate di Barcellona, artefice dello stil novo pallonaro che ha mutato per sempre l’immaginario calcistico globale, se davvero ne valesse la pena. Intendiamoci: a Barcellona, da giovane tecnico alla guida di una corazzata senza punti deboli, sembrava sceso in Terra il nuovo Messia: il catalanista con venature anarchiche e socialisteggianti in grado di sfidare a viso aperto, e spesso battere, i destri di Madrid, Mourinho e Pérez, da poco ricongiuntisi per riportare ai vertici la Casa Blanca; un fratello maggiore più che un allenatore per i suoi ragazzi, il timoniere capace di rubare la scena con dichiarazioni come “il nostro centravanti è lo spazio”, quando in realtà era Lionel Messi nel pieno della gioventù e della carriera, e di inventare, proprio grazie al funambolo argentino, la figura del “falso nueve”, malamente imitata da tanti guardiolisti fuori tempo massimo che hanno continuato a provare ad appropriarsi delle intuizioni del Pep anche quando il nostro, giunto alla corte dello sceicco Mansour bin Zayed al-Nahyan, aveva trovato un vero nueve di nome Erling Haaland e non ci era parso così rattristato dalla cosa. Ecco, appunto, il City in quel di Manchester: un’antica città operaia nel nord dell’Inghilterra, onestamente brutta, mai amata dalla moglie Cristina, abituata al clima ben più gradevole del capoluogo catalano, un tempo egemonizzata dai Diavoli rossi dello United e oggi, dopo il passaggio del Pep, appannaggio dei citizens.

Già, ma a che prezzo? Se ribadiamo la domanda, è perché in fondo al conducator di Santpedor gli vogliamo bene, non foss’altro che perché siamo stati adolescenti e ventenni negli anni in cui il suo Barça faceva stropicciare gli occhi alle platee di tutto il mondo. Cosa è rimasto, tre lustri dopo, di quella meraviglia? Il Barcellona, superata qualche peripezia, è tornato a vincere come gli compete, e probabilmente continuerà a farlo grazie all’arrivo di Rodri e alla saggia conduzione del tedesco Flick, meno appariscente del condottiero dal linguaggio immaginifico ma ugualmente capace di trasmettere ai giocatori una smisurata voglia di vincere. Del Pep, invece, resta un’immagine sbiadita. Ha fatto bene ovunque, d’accordo, è stato grande anche a Monaco, sponda Bayern, e poi, come detto, al City, ma la recente rivelazione delle sue fragilità, per giunta in un documentario intitolato “A beautiful obsession”, in onda su Amazon Prime, ci induce a chiederci se non si sia spinto troppo in là, se non avrebbe fatto meglio ad assecondare la moglie e a fermarsi dopo aver conquistato la Champions League nella finale di Istanbul del 2023, vinta per 1 a 0 contro l’Inter proprio grazie a un gol di Rodri, magari proponendosi allora a una qualche nazionale per cambiare vita, tornando a vivere in pianta stabile nell’amata Catalogna e concedendosi una second life dai tratti meno spumeggianti ma più autentici.

Caro Pep, senza volerci autocitare, scrivemmo già in occasione dei tuoi cinquant’anni che Manchester non ci sembrava una destinazione all’altezza del tuo credo: certo, hai avuto la fortuna di allenare alcuni fra i migliori giocatori contemporanei, hai vinto molto, anzi moltissimo, ma al pari del Faust di Goethe hai anche venduto il tuo nobile animo di indipendentista in lotta per un sogno di riscossa collettiva al diavolo del capitalismo più bieco. Soldi, soldi e ancora soldi: questo ti ha fruttato l’esperienza inglese, oltre ad aver arricchito a dismisura la bacheca di un club artificiale che per vincere ha avuto bisogno dei petrodollari degli sceicchi, supplendo così alla propria mancanza di storia, di credibilità internazionale e di attitudine a vincere. In compenso, tu hai perso ciò che ti aveva reso felice fino a quel momento, finendo con l’andare incontro a una crisi di nervi, oltre che familiare e di risultati. E ora che l’hai capito, sperando che non sia troppo tardi, ci auguriamo che possa seguire un piccolo consiglio: basta avventure corsare in giro per il mondo, basta transatlantici assetati di gloria e incapaci di offrirti un minimo di serenità. Sei Guardiola, pluricampione di tutto: se proprio vuoi accettare una nuova sfida, e non sarebbe male, aspetta che ti chiami un club degno di questo nome, magari in Italia, o concentrati su una Nazionale all’altezza della tua gloria e del tuo sconfinato talento. Altrimenti, goditi la vita. Ne hai ancora tanta davanti e hai tutto il diritto, dopo tante tribolazioni, di ritrovare te stesso ed essere felice.

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