Il woke e i travisamenti italiani del woke

La sinistra democratica americana ripensa il proprio linguaggio e la propria identità
GIANNI MORIANI
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Negli Stati Uniti una parola è diventata il simbolo di una trasformazione politica e culturale in corso: woke. Per alcuni rappresenta una stagione di maggiore consapevolezza sulle discriminazioni e sulle disuguaglianze; per altri è diventata l’emblema di un progressismo percepito come distante dalla vita quotidiana, più concentrato sulle identità che sui problemi materiali.

Il dibattito attuale all’interno del Partito Democratico americano non riguarda però semplicemente l’abbandono delle battaglie per i diritti civili. La questione è più complessa: una parte della sinistra democratica sta cercando di separare gli obiettivi storici del movimento progressista — contrastare discriminazioni, ampliare l’uguaglianza, difendere le minoranze — da alcune forme di linguaggio e comunicazione che negli ultimi anni hanno prodotto difficoltà politiche ed elettorali.

Non si tratta necessariamente di una svolta contro il woke, ma di un tentativo di ridefinirne il significato e ricostruire un rapporto più forte con una parte dell’elettorato che percepisce come priorità il costo della vita, i salari, la sanità, la casa e la sicurezza economica.

Che cosa significa davvero woke

La parola nasce nella comunità afroamericana statunitense. In inglese colloquiale, to be woke significa essere svegli, allerta, cioè consapevoli delle ingiustizie sociali e razziali. Già nel 1962 lo scrittore William Melvin Kelley la usava sul New York Times per descrivere chi era consapevole delle dinamiche razziali americane; il termine riemerse nel 2008 in una canzone di Erykah Badu, prima di entrare stabilmente nel linguaggio politico dopo il 2014, con il movimento Black Lives Matter e le proteste seguite alla morte di diversi afroamericani durante interventi della polizia. Da quel momento il termine si amplia: non riguarda più soltanto il razzismo, ma comprende anche discriminazioni di genere, diritti delle persone LGBTQ+, disuguaglianze economiche, rappresentazione culturale e linguaggio inclusivo.

È però importante distinguere fenomeni diversi spesso riuniti sotto la stessa etichetta. Il woke non coincide automaticamente con il politicamente corretto, con il movimento #MeToo o con la cosiddetta cancel culture. Sono fenomeni nati in contesti differenti, la cui sovrapposizione è diventata soprattutto uno strumento del conflitto politico contemporaneo.

Per i sostenitori, il woke rappresenta una forma aggiornata di giustizia sociale: riconoscere che le disuguaglianze non dipendono soltanto dalle scelte individuali, ma anche da condizioni storiche e istituzionali. Per i critici, invece, indica il rischio di una politica troppo centrata sull’identità dei gruppi, nella quale il riconoscimento delle differenze prevale sull’idea di uguaglianza universale.

Il momento di massima espansione della cultura woke si colloca tra il 2018 e il 2021, quando università, aziende, istituzioni culturali e organizzazioni pubbliche adottano programmi ispirati ai principi di diversità, equità e inclusione (DEI). L’obiettivo dichiarato era correggere squilibri storici: aumentare la presenza delle minoranze nei luoghi decisionali, individuare pratiche discriminatorie e rendere più inclusivi ambienti di lavoro e istituzioni.

Negli stessi anni emergono però controversie. Alcuni critici sostengono che una parte del movimento abbia spostato l’attenzione dall’uguaglianza delle opportunità alla rappresentanza identitaria; altri contestano alcune campagne pubbliche contro persone accusate di avere espresso opinioni considerate offensive.

La destra americana trasforma il woke nel simbolo di un’élite progressista accusata di imporre nuove regole morali e linguistiche; una parte della sinistra difende invece queste battaglie come strumenti necessari contro discriminazioni ancora presenti.

Perché una parte dei democratici cambia tono

Il ripensamento democratico nasce soprattutto da una questione elettorale. Diversi strateghi e politici ritengono che il partito abbia perso il contatto con una parte dell’elettorato: lavoratori senza laurea, classi popolari, elettori moderati e alcune comunità tradizionalmente vicine ai democratici.

La critica non è che i diritti civili siano irrilevanti, ma che il linguaggio con cui alcune battaglie sono state presentate sia apparso troppo legato agli ambienti universitari e alle grandi città, meno comprensibile per chi vive problemi quotidiani come inflazione, affitti elevati, precarietà lavorativa e difficoltà di accesso ai servizi.

Il caso di Alexandria Ocasio-Cortez è emblematico. Nell’agosto 2026, intervistata da Jon Karl ad ABC This Week, AOC ha commentato con una battuta le posizioni assunte intorno al 2020 dall’ala socialista democratica — la corrente, di cui lei stessa fa parte insieme a figure come Bernie Sanders e al Democratic Socialists of America, che in quegli anni sostenne slogan come “defund the police” e un vocabolario identitario molto marcato — citando l’espressione “Woke 1 was crazy” e aggiungendo che “la retorica di quel periodo non è la retorica che useremmo oggi”, pur difendendo il valore di quelle discussioni nel contesto in cui erano nate.

La frase ha avuto risonanza perché segnala una revisione del linguaggio progressista. Non un abbandono delle battaglie sui diritti, ma la consapevolezza che alcune formule comunicative si sono rivelate difficili da sostenere davanti a un elettorato più ampio.

AOC, del resto, non ha costruito il proprio consenso soltanto sulle questioni culturali: è diventata una figura nazionale parlando soprattutto di salari bassi, sanità, disuguaglianze economiche, clima e potere delle grandi imprese. È su questo terreno che oggi cerca di ricollocarsi.

Un elemento spesso trascurato è che il tema woke è diventato una delle principali battaglie culturali della destra americana. Il Partito Repubblicano ha costruito una parte della propria mobilitazione sulla critica alle università, ai programmi di inclusione, ai libri scolastici e alle politiche sulla rappresentazione culturale: dalle leggi statali sui contenuti scolastici relativi a razza e genere — il caso più noto è la legge della Florida del 2022, ribattezzata dai critici “Don’t Say Gay” — allo smantellamento dei programmi DEI nelle università pubbliche e nell’amministrazione federale a partire dal 2025.

Il paradosso è che l’anti-woke è diventato a sua volta una potente identità politica. La destra accusa il progressismo di imporre una visione culturale dominante mentre conduce una propria battaglia culturale, altrettanto normativa, contro quella visione.

Un dibattito americano spesso deformato in Italia

Il trasferimento del dibattito americano in Italia ha prodotto spesso semplificazioni. Negli Stati Uniti il confronto nasce da questioni storiche specifiche: il razzismo istituzionale, la segregazione, il rapporto tra comunità afroamericana e forze dell’ordine.

La discussione italiana viene invece spesso costruita come una caricatura del conflitto americano. Il contesto è diverso: non esiste una comunità afroamericana con la stessa storia sociale e politica degli Stati Uniti, ma esistono altre forme di marginalizzazione, dallo sfruttamento dei lavoratori migranti alle difficoltà di accesso alla cittadinanza e alla scarsa rappresentanza politica delle nuove generazioni di italiani con origini straniere.

Un dibattito italiano sulle disuguaglianze e sulle discriminazioni avrebbe quindi ragioni proprie, senza limitarsi a importare categorie nate altrove.

Al fondo della discussione c’è una domanda più ampia: l’uguaglianza va pensata come uguaglianza tra individui, o come riconoscimento delle differenze tra gruppi storicamente svantaggiati? Chi insiste sui diritti universali teme che l’enfasi sulle identità frammenti la coesione sociale; chi sottolinea le radici storiche delle disuguaglianze teme il contrario — che un’uguaglianza dichiarata astrattamente lasci intatti gli squilibri reali.

La sinistra del New Deal parlava soprattutto di classe, lavoro e redistribuzione. La nuova sinistra culturale ha dato maggiore spazio alle identità e alle esperienze specifiche. La sfida attuale riguarda proprio la ricomposizione di queste due dimensioni, non la scelta dell’una contro l’altra.

È improbabile che il futuro della sinistra democratica americana consista semplicemente in un ritorno al passato. Le questioni razziali, di genere e culturali non scompariranno dall’agenda politica.

La trasformazione più probabile è un tentativo di equilibrio: difendere i diritti delle minoranze senza perdere il contatto con le preoccupazioni della maggioranza degli elettori; riconoscere le differenze senza rinunciare a un linguaggio capace di parlare a tutti.

Un esempio di questo possibile cambiamento è Zohran Mamdani. Espressione della sinistra democratica socialista, non certo un moderato, ha costruito la propria proposta politica soprattutto intorno a costo della vita, affitti, salari e potere economico, accompagnando questo approccio con una maggiore attenzione ai temi della sicurezza pubblica. Non è un progressista che rinuncia alle proprie posizioni, ma un progressista che cambia il vocabolario con cui le comunica: forse è questo il significato più interessante di un possibile “Woke 2.0”.

La lezione politica riguarda quindi non solo il contenuto delle battaglie, ma anche il modo in cui vengono portate avanti. L’egemonia culturale non nasce necessariamente dalla condanna morale degli avversari, ma dalla capacità di rendere un’idea percepita come ragionevole e condivisibile.

Il percorso che ha portato una parte crescente dell’opinione pubblica americana ad accettare il matrimonio tra persone dello stesso sesso ne è un esempio: anni di mobilitazione dei movimenti per i diritti furono accompagnati da una strategia politica capace di trasformare gradualmente il senso comune.

La sfida della sinistra democratica americana sarà trovare un equilibrio tra radicalità degli obiettivi e capacità di costruire consenso: difendere l’uguaglianza senza perdere il linguaggio dell’universalismo.

Il woke e i travisamenti italiani del woke ultima modifica: 2026-08-22T19:45:58+02:00 da GIANNI MORIANI
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