1. Cristianesimo e Islam. Una sorta di “grande racconto”, volto a interpretare il presente e a prevederne gli sviluppi, è quello proposto dal fortunato libro di Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, che individua la sfida che ci aspetta nell’immediato futuro in una nuova forma di conflitto: dopo le guerre fra le nazioni tipiche del XIX secolo e le guerre fra le ideologie proprie del XX secolo, il XXI secolo sarà caratterizzato dal conflitto delle civiltà, identificate con i grandi mondi religiosi. Al centro di questo scenario si pongono in particolare il Cristianesimo e l’Islam, non solo per il loro rapporto peculiare rispettivamente alla cultura dell’Occidente e a quella dei Paesi arabi, ma anche per la minaccia costituita dall’alleanza fra alcuni ambiti antioccidentali e alcune espressioni religiose che pretendono di fondarsi sulla fede islamica. Diventa perciò importante avvicinare questi due mondi anzitutto in quello che hanno di positivo.
Riguardo aivalori dell’Islam un’affermazione del teologo e storico domenicano arabo Georges Anawati – indiscussa autorità scientifica e morale sul tema dei rapporti fra Cristianesimo e Islam – risulta illuminante:
Non si deve dimenticare la forte spinta verso il bene che l’Islam rappresenta per la grande maggioranza dei suoi seguaci… Milioni di musulmani nell’umile sottomissione alla volontà divina, nella fedele osservanza delle prescrizioni della legge, nel quotidiano esercizio della virtù della pazienza, del mutuo soccorso, dell’accettazione della sofferenza, trovano una forza morale che permette loro di realizzare qui sulla terra la loro vocazione di uomini religiosi. Ed è questo che ha fatto la grandezza dell’Islam e che oggi gli permette di essere una delle grandi forze morali dell’umanità.
Ciò da cui occorre partire per il configurarsi di un atteggiamento corretto verso l’Islam è dunque anzitutto una valutazione obiettiva del bene che a livello soprattutto popolare la fede nel Dio unico insegnata da Maometto riesce ad operare e della vicinanza che questo stabilisce fra i credenti nell’unico Dio. Di qui deriva un autentico rispetto per le scelte responsabili che ogni persona compie, specialmente quelle che attengono ai valori fondamentali e alle personali convinzioni religiose. Un tale approccio, naturalmente, non deve nascondere le differenze che esistono fra Cristianesimo e Islam, né tanto meno le difficoltà che per i cristiani può comportare il vivere in un contesto islamico o per i musulmani il vivere in un contesto culturale segnato dal Cristianesimo. È lo stesso Anawati ad osservare: “Là dove l’Islam è religione di Stato, le minoranze, oggetto di pressione sociale, vengono erose in modo costante e ineluttabile”.
Questo dato è inseparabile da un elemento fondamentale che differenzia le due fedi: sebbene entrambe siano fortemente motivate alla missione verso l’altro, nell’esercizio di questo compito l’Islam non esclude per principio l’uso della violenza e dell’imposizione, il Cristianesimo non l’ha purtroppo molte volte escluso di fatto, anche se non ha mai potuto appellarsi alla prassi e all’insegnamento di Gesù. Pascal afferma: “Se Maometto scelse la via del successo umano, Gesù Cristo scelse quella di perire umanamente. Maometto uccide; Gesù Cristo si fa uccidere…”. Ciò che l’asserto di Pascal intende dire è che al centro del Vangelo di Gesù c’è l’“agape”, l’amore riconosciuto non solo come rivelazione del volto di Dio, ma anche come compito prioritario nelle relazioni col prossimo. È questo amore, inteso come gratuito e libero dono di sé senza ritorno, che per principio esclude la violenza sull’altro, anche se di fatto tante volte è stato ignorato e i cristiani sono ricorsi all’uso della forza presumendo di servire la verità della fede.
Questo motivo non è altrettanto chiaro nel testo sacro dell’Islam: se da una parte la formula premessa a tutte le Sure (capitoli) del Corano (eccetto la nona) è “nel nome di Dio, clemente e misericordioso”, unendo dunque al nome “Allâh” (al ilâh = il Dio, il Dio unico) gli aggettivi “clemente e misericordioso” (“rachmân” e “rachîm”, che evocano il termine ebraico “rachamim”, “viscere materne”, usato per designare la misericordia divina), dall’altra la misericordia verso gli altri, di fede differente, appare in alcuni testi affermata, in altri contraddetta. Così, ad esempio, in una stessa Sura – la seconda – da una parte si dice che “quelli che credono (siano essi ebrei o cristiani o sabei) avranno tutti la loro mercede presso il loro Signore, non avranno nulla da temere né li coglierà la tristezza” (2,62), dall’altra a proposito degli infedeli si afferma: “Uccideteli dovunque li troviate e scacciateli da dove hanno scacciato voi” (2,191). Per l’infedele la sola possibilità di sopravvivenza sta nella conversione all’Islam.
Si sa che la lettura coranica conosce la legge dell’abrogante e dell’abrogato, per la quale si considera che un versetto può abrogare l’altro (sulla base di quanto è detto nella Sura 2, 106: “per ogni versetto che abroghiamo o che ti facciamo dimenticare ne daremo uno migliore o eguale”; alcuni commentatori contano 225 casi del genere): il problema, però, è sapere quale versetto abolisce l’altro e chi ha l’autorità per stabilirlo, dal momento che manca nell’Islam un’autorità dottrinale unica e definitiva. Inoltre, fra i novantanove nomi di Dio professati dall’Islam manca l’esplicita menzione del nome “amore”, anche se esso potrebbe essere implicito nell’uso degli aggettivi “clemente” e “misericordioso”: questo nome apparirà nei posteriori testi mistici islamici (ad esempio del Sufismo), e quando ciò accadrà porterà con sé – come dice Anawati – l’inconfondibile “risonanza cristiana”. Il Dio unico – adorato dalle due religioni – è da una parte il totalmente altro e sovrano, anche se misericordioso e fedele, dell’Islam, dall’altra il Dio in sé stesso comunione d’amore, che per amore crea e opera per la salvezza degli uomini, della confessione di fede cristiana.

2. Quale incontro possibile? Naturalmente, non basta confessare che Dio è amore per vivere la carità: le colpe dei cristiani nella storia ne sono un’evidente riprova, e la Chiesa che riconosce queste colpe lo fa precisamente per obbedire alla verità del Vangelo. Il sangue fatto versare dai cristiani o la controtestimonianza da essi data al Vangelo non sono meno gravi della violenza esercitata dai musulmani. Accomunati nella colpa dei loro seguaci, i due Credo mantengono tuttavia la differenza accennata: la “guerra santa” in nome di Allah sarà sempre una possibilità – perfino esemplare – per il musulmano; la violenza esercitata in nome del Vangelo resterà scandalo e contraddizione rispetto ad esso, tradimento che, per quanto più volte perpetrato nella storia, sarà non di meno bollato dalla coscienza cristiana più avveduta.
Sulla necessità di rifiutare ogni esercizio della violenza è esemplare il discorso tenuto da Benedetto XVI all’Università di Regensburg nel settembre 2006: “Uccidere innocenti in nome di Dio è un’offesa verso di Lui e verso la dignità umana. Dobbiamo tutti impegnarci per un servizio rinnovato dell’uomo e per la difesa della vita umana”. Benedetto XVI aveva peraltro sottolineato sin dalle prime ore del viaggio pastorale in Turchia (28 novembre-1 dicembre 2006) che
la libertà di religione, garantita istituzionalmente ed effettivamente rispettata, per gli individui come per le comunità, costituisce per tutti i credenti la condizione necessaria per il loro leale contributo all’edificazione della società, in atteggiamento di autentico servizio, specialmente nei confronti dei più vulnerabili e dei poveri.
Significative in tal senso furono anche le parole pronunciate da Papa Benedetto nella Chiesa dello Spirito Santo a Istanbul:
La Chiesa non vuole imporre nulla a nessuno, ma chiede semplicemente di poter vivere liberamente per rivelare Colui che non può nascondere, Gesù Cristo che ci ha amati fin sulla croce.
Le differenze accennate si radicano in realtà in un diverso modo di intendere l’autocomunicazione divina agli uomini: per il Cristianesimo la rivelazione si compie in un insieme di eventi e parole, che vengono testimoniati dal testo ispirato, senza però che la ricchezza in essi contenuta sia risolta nelle parole che li esprimono. Ecco perché l’accoglienza delle Sacre Scritture nella tradizione ebraico-cristiana esige l’interpretazione, e cioè quel lavoro di scavo e di intelligenza operosa che – nel rispetto della “lettera” – raggiunga le profondità del mistero cui essa apre. Non è un caso che l’ermeneutica come scienza dell’interpretazione nasca all’interno dell’esegesi ebraico-cristiana della rivelazione! Nell’Islam non è così: il Profeta scrive ciò che gli viene dettato (cf. Sura 75,16-19), e il suo testo è a tal punto sacro e intangibile (è il Corano eterno, disceso dal cielo) che di esso esiste solo applicazione, non interpretazione (dall’undicesimo secolo – quinto dell’era islamica – si dà per assodato che “la porta dell’interpretazione” sia stata definitivamente chiusa).
C’è insomma nell’Islam un’autorità del testo ispirato in quanto tale che – se lo rende oggetto di rispetto e obbedienza – può generare un letteralismo fondamentalista e fare dell’insegnamento del Profeta soprattutto un codice di leggi e dell’appartenenza all’Islam una sorta di conformismo alle regole e ai costumi della comunità di appartenenza, chiamata la Umma (parola che alcuni ritengono derivata da Um, madre). Questa appartenenza è considerata un privilegio rispetto ad ogni altro destino umano ed è ritenuta irreversibile (un musulmano non ha perciò il diritto a convertirsi a un’altra fede). Le cosiddette tre discriminanti coraniche – la superiorità dell’essere musulmano rispetto a ogni altra condizione umana, la superiorità di natura dell’uomo maschio sulla donna e la superiorità di chi è libero e sano rispetto a chi è schiavo o segnato da limitazioni fisiche – si radicano in questa pretesa, così espressa dal Corano: “Voi siete la migliore nazione mai suscitata fra gli uomini” (Sura 3,110).
Per la Bibbia la mediazione ermeneutica è invece irrinunciabile e crea spazi di libertà, possibilità di scavo sempre nuove: avvenendo in eventi e parole intimamente connessi (cf. Concilio Vaticano II, Costituzione sulla divina rivelazione Dei Verbum, 2), la rivelazione viene registrata in un testo ispirato, che rimanda all’auto-comunicazione di Dio avvenuta nella storia. Nelle parole del testo bisogna allora incontrare la Parola e in essa il Dio vivente che vi si offre, facendo appello alla nostra libera accoglienza del Suo dono. La fede può svilupparsi solo nella libertà! Per l’Islam il ricorso al dettato ispirato – in assenza di una legittima ermeneutica – può rassicurare nella presunzione umana di possedere la verità e può fondare un integralismo applicativo fino agli estremi dell’intolleranza del diverso e della negazione della libertà religiosa. Per il Cristianesimo il ricorso alla rivelazione della Croce non potrà mai giustificare un uso strumentale e violento dell’obbedienza alla Verità.

3. Questioni aperte. Si giunge così al complesso di questioni che più di ogni altro solleva il dibattito sulla nuova presenza dell’Islam in Europa: ipotizzando una crescita esponenziale di questa presenza, c’è da temere per la libertà e la democrazia nel continente delle libertà democratiche e della forte coscienza – derivata dal Cristianesimo – del valore inalienabile della persona e dei suoi diritti? La risposta non è né semplice né univoca: qui ha ragione tanto chi lancia l’allarme, quanto chi invoca il rispetto dell’altro e il principio dell’accoglienza del diverso. Nella storia l’Islam ha trovato vari “modus vivendi” soprattutto nella sua coesistenza col Cristianesimo e l’Ebraismo, religioni del Libro tollerate per la comune derivazione dal padre dei credenti, Abramo, realizzando a volte anche felicissimi incontri di culture e di civiltà: ma la formula di tolleranza – lì dove è stata applicata – passa attraverso un diritto da acquisire, una tassa da pagare: “Combattete quelli che non credono finché non paghino umilmente il tributo, a uno a uno” (Sura 9, 29: è la “capitazione” o jizya).
Chi in Europa potrebbe accettare la legittimità di un simile principio? Non sono forse la libertà di coscienza e in particolare la libertà religiosa un diritto inalienabile di ogni persona? Certo, non sempre è stato così: ma quanto la coscienza occidentale ha maturato su questo punto e il Cristianesimo ha esplicitamente riconosciuto (si pensi alla Dichiarazione del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa Nostra Aetate) va considerato un punto di non ritorno, un’acquisizione decisiva, cui la cultura ispirata dall’Islam non sembra ancora giunta con altrettanta chiarezza e universalità. Se a questo poi si aggiungono gli esempi – non pochi e presenti fino all’attualità più immediata in diversi paesi islamici – di una vera e propria persecuzione del diverso, della negazione del diritto alla conversione dall’Islam a qualsiasi altra convinzione religiosa, della limitazione dei diritti e delle libertà di vasti gruppi sociali, a cominciare dalle donne, si comprende che le preoccupazioni sollevate sono degne della massima considerazione.
Non si vuole certo negare il valore del dialogo, fondato nella verità e nel rispetto di ciascuno; né si vuole invocare una politica di rifiuto e di esclusione che protegga l’identità cristiana e la cultura europea contro possibili rischi (l’identità se è viva e vitale si protegge da sé!). Ciò che legittimamente si invoca è una duplice, doverosa garanzia: da una parte, che il rispetto dell’identità di ciascuno valga non solo nei confronti dei nuovi venuti, ma anche nei confronti di chi li accoglie, in modo tale che i diritti e le libertà di tutti siano garantiti e promossi; dall’altra, che il rispetto e la libertà riconosciuti ai fedeli dell’Islam nei nostri paesi siano analogamente riconosciuti ai credenti e ai non credenti nei paesi islamici. Senza questa reciprocità si avrebbe ragione di dubitare della possibilità reale di convivenza fra identità al tempo stesso così vicine e così lontane.
Finché anche un solo fedele musulmano si vedrà condannato a morte e la sua famiglia privata dei diritti civili per il solo fatto di essersi convertito al Vangelo, finché le persecuzioni e le stragi di cristiani continueranno in paesi islamici, le preoccupazioni sul futuro dell’incontro fra Islam ed Europa saranno più che legittime. La sfida, allora, è rivolta anzitutto ai credenti musulmani, perché ciò che chiedono per essi in Europa sia garantito e assicurato per tutti nei loro paesi di provenienza. A tal fine occorre che sia esercitata tanto sul piano del diritto, come sul piano della mentalità, un’azione decisa volta a far maturare anche nelle culture segnate dall’Islam il principio del diritto inalenabile della persona alla libertà religiosa. In questo caso la reciprocità è garanzia di verità e di libertà per tutti. Il dialogo inter-religioso e le condizioni di libertà e di rispetto che esso richiede costituiscono una grandissima sfida all’impegno di tutti coloro che abbiano a cuore la pace e un futuro di incontro, e non di scontro, fra le civiltà. Una sfida di fronte alla quale a nessuno è lecito sottrarsi.

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