English Version – Ytali Global
Jacob Coxon ha ventisette anni. Ha lavorato negli ultimi tre anni alla ricerca sull’intelligenza artificiale, prima in OpenAI e poi in Anthropic, e nei giorni scorsi si è dimesso accusando entrambe le aziende di correre verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi e di stare, parole sue, «giocando con le nostre vite». Coxon sostiene che tra coloro che stanno costruendo questi sistemi esista realmente il timore che l’intelligenza artificiale possa arrivare a minacciare la sopravvivenza dell’umanità entro la fine del decennio (ANSA, 9 settembre 2026, su fonte Financial Times).
Non è una voce che liquiderei con una risata. Quando a preoccuparsi non è il complottista di turno ma uno degli uomini che hanno lavorato alla costruzione di quei sistemi, la domanda merita di essere presa sul serio. E tuttavia mi chiedo se non stiamo facendo all’intelligenza artificiale la domanda sbagliata o, almeno, se non stiamo continuando a farle soltanto metà delle domande possibili.
Ogni grande trasformazione tecnologica ha prodotto paura. Sarebbe però ingiusto utilizzare la parola “luddista” come sinonimo di persona ottusa, incapace di comprendere il progresso. Gli operai inglesi che all’inizio dell’Ottocento distruggevano i nuovi macchinari tessili vedevano qualcosa di reale: quelle macchine stavano cancellando mestieri, modificando salari e rapporti di forza, trasformando un mondo che fino a quel momento era sembrato stabile. Avevano intuito il problema. La loro risposta fu distruggere la macchina, ma la macchina non si fermò.
Chi scrive queste note appartiene a una generazione che ha visto entrare il computer nelle case quando sembrava ancora poco più di un giocattolo. Come non ricordare il Commodore 64 e quella sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di nuovo senza capire ancora quanto avrebbe cambiato il mondo. Poi il computer è diventato sempre più presente nella nostra vita, fino a Internet e allo smartphone. Ogni volta abbiamo temuto di perdere qualcosa e qualcosa abbiamo perso davvero: attenzione, tempo, relazioni, concentrazione. Ma abbiamo anche guadagnato accesso alla conoscenza, possibilità di comunicazione, strumenti prima impensabili. La tecnologia non è innocente, ma nemmeno la paura lo è, perché ogni volta rischiamo di giudicare ciò che sta arrivando utilizzando come unica misura il mondo che sta scomparendo.
Oggi accade nuovamente con l’intelligenza artificiale. Ci domandiamo quanti posti di lavoro distruggerà, ed è una domanda vera. L’incontro fra intelligenza artificiale e robotica porterà probabilmente la sostituzione fuori dagli schermi e dentro fabbriche, magazzini e servizi. Su questo mi sono già interrogato, a proposito del lavoro che gli umanoidi potranno sottrarre agli esseri umani e soprattutto della proprietà della ricchezza che produrranno, in «A chi appartiene il lavoro degli umanoidi?», pubblicato su Ytali il 21 agosto scorso.
Qui, però, vorrei fare un passo ulteriore, perché forse il problema più importante non è ciò che le macchine faranno al nostro posto, ma chi possiederà le macchine.

Da qualche tempo dialogo con Daniel Dor, linguista israeliano, per molti anni docente all’Università di Tel Aviv, autore di studi sul linguaggio, sull’immaginazione e sulla comunicazione umana. Oggi vive a Vienna, «esiliato», come lui stesso definisce la propria condizione. Qualche giorno fa, discutendo proprio di intelligenza artificiale, Dor mi ha fatto notare qualcosa che ha spostato la mia domanda. Mentre il discorso sull’IA si concentra sulla possibilità che un giorno le macchine possano uccidere gli esseri umani, rischiamo di prestare molta meno attenzione a un pericolo assai meno fantascientifico: che i proprietari delle macchine utilizzino quelle macchine per uccidere, subordinare o controllare altri esseri umani.
Poi ha aggiunto una frase: «Marx continua a essere dimenticato».
E Marx, qui, non è una citazione ornamentale. Marx aveva compreso che la macchina non poteva essere separata dai rapporti sociali dentro i quali veniva utilizzata. La questione non era soltanto quanto fosse capace di produrre, ma chi possedeva i mezzi di produzione, chi disponeva del lavoro e chi si appropriava della ricchezza prodotta. Due secoli dopo la domanda ritorna, solo che i mezzi di produzione hanno cambiato forma. Sono gli algoritmi, i modelli, i dati, i chip, i centri di calcolo, l’energia e le immense infrastrutture necessarie a costruire e far funzionare l’intelligenza artificiale.
E allora Marx ci costringe a formulare una domanda molto semplice: chi li possiede? Dor ci costringe subito ad aggiungerne un’altra: che cosa può fare chi li possiede? È questo il punto che rischiamo di perdere mentre aspettiamo la macchina ribelle. Forse il pericolo più vicino non è una superintelligenza che decide autonomamente di dominare l’umanità, ma che alcuni uomini, attraverso una capacità tecnologica senza precedenti, acquistino un potere enormemente superiore a quello degli altri uomini: economico, informativo, militare, di sorveglianza, di orientamento dei comportamenti. In quel caso non assisteremmo alla ribellione della macchina contro l’uomo, ma a qualcosa che conosciamo da millenni: il potere dell’uomo sull’uomo, soltanto moltiplicato da strumenti che nessuna epoca precedente aveva posseduto.
È per questo che Marx non è rimasto nell’Ottocento. La sua domanda ritorna dentro la tecnologia più avanzata che abbiamo costruito, perché possedere una tecnologia non significa soltanto appropriarsi della ricchezza che produce, ma anche poter decidere verso quale scopo indirizzarne la potenza.
Ed è qui che vorrei rovesciare definitivamente la domanda dalla quale siamo partiti.
Se davvero consideriamo possibile costruire un’intelligenza tanto potente da poter mettere in pericolo la sopravvivenza dell’umanità, dobbiamo almeno concederci la domanda opposta: che cosa potrebbe fare quella stessa potenza contro alcuni dei peggiori mali di questo millennio? Mi riferisco a quelli che minacciano la salute: tumori, leucemie, malattie neurodegenerative, malattie rare. Patologie per le quali ancora oggi una diagnosi può significare anni di terapie, sofferenza, incertezza o l’assenza di una cura davvero efficace.
Non sto dicendo che l’intelligenza artificiale le guarirà. Sarebbe propaganda tecnologica, speculare alla profezia dell’apocalisse. Sto ponendo una domanda. Se immaginiamo sistemi capaci di elaborare quantità di informazioni che nessun gruppo di ricercatori potrebbe attraversare in una vita, di cercare relazioni dentro enormi quantità di dati biologici, di accelerare la ricerca di molecole e di affiancare gli scienziati nella comprensione di meccanismi che ancora ci sfuggono, perché questa possibilità occupa uno spazio così piccolo nel nostro immaginario rispetto alla macchina che decide di sterminarci?
C’è qualcosa di singolare: quando immaginiamo il male siamo disposti ad attribuire all’intelligenza artificiale una potenza quasi illimitata, mentre quando immaginiamo il bene diventiamo improvvisamente prudentissimi. Dovremmo esserlo in entrambi i casi. Non sappiamo se l’intelligenza artificiale arriverà alle capacità immaginate da Coxon, ma se prendiamo sul serio quella possibilità quando immaginiamo la catastrofe, dobbiamo almeno avere il coraggio intellettuale di prenderla sul serio quando immaginiamo la cura.
E soprattutto dobbiamo capire che la domanda sulla cura e quella posta da Dor sono, alla fine, la stessa domanda: chi deciderà dove indirizzare questa nuova potenza? Verso una molecola contro una leucemia o verso un nuovo sistema d’arma? Verso la comprensione di una malattia neurodegenerativa o verso un sistema di sorveglianza sempre più perfetto? Verso la liberazione da una parte del lavoro necessario o verso una concentrazione della ricchezza mai conosciuta prima? La tecnologia non risolve questa alternativa. Ce la consegna.
C’è infine una ragione personale per cui faccio fatica a riconoscermi nel racconto prevalentemente apocalittico dell’intelligenza artificiale. Ho cinquantasei anni e mi considero giovane. Lo dico deliberatamente, perché essere giovani davanti a una rivoluzione non è una questione anagrafica, ma la posizione che assumiamo davanti a qualcosa che ancora non conosciamo. Si può chiedere al futuro di non modificare troppo il mondo al quale ci siamo abituati, oppure si può conservare curiosità per ciò che ancora non sappiamo.
Io quella curiosità non voglio perderla. Non voglio diventare uno dei luddisti degli anni Trenta del Duemila. Questo non significa inginocchiarsi davanti alla macchina e non significa considerare ridicole le paure di chi la macchina la sta costruendo. Significa provare a governare la trasformazione mentre sta avvenendo, discutendo adesso di proprietà, lavoro, reddito, cura e potere invece di farlo quando le conseguenze saranno già diventate struttura.
Jacob Coxon ci pone una domanda seria: e se stessimo costruendo qualcosa che un giorno non saremo più capaci di controllare? Daniel Dor ne pone implicitamente un’altra: che cosa faranno agli altri uomini gli uomini che controlleranno quelle macchine? Io vorrei aggiungerne una terza: che cosa potremmo fare, attraverso quelle macchine, per gli altri uomini?
Forse curare malattie che oggi non sappiamo curare, forse liberarci da una parte del lavoro necessario, forse moltiplicare enormemente la nostra capacità di conoscere. Oppure fare esattamente il contrario. Non lo sappiamo, ma proprio per questo la discussione va fatta adesso.
Perché forse la domanda decisiva non è se saremo abbastanza intelligenti da fermarci prima che l’intelligenza artificiale diventi troppo intelligente. La domanda è un’altra: saremo abbastanza intelligenti da non fermarci, e abbastanza uomini da decidere insieme dove andare?
Immagine di copertina creata con l’ausilio di dispositivo IA

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