“La sfida è dimostrare che il richiamo sia il fondamento di un giornalismo capace di leggere il presente senza cedere alla semplificazione”. Ha ragione Gi Emme nel concludere con questa considerazione la sua riflessione su ytali, Il Gazzettino salvato dai Bangla?, con riferimento all’editoriale d’esordio, il 2 settembre, del neo direttore del quotidiano lagunare, Osvaldo De Paolini, in questo passaggio:


Gi Emme sostiene che nel “contesto la scelta di De Paolini è chiara: virare verso inchieste polarizzanti, di forte impatto sociale. Generare rumore. La comunità bangla a Mestre ha così occupato le prime pagine”, con riferimento alla richiesta di poter avere una propria Moschea e alla diffidenza che la stessa ha generato. alimentata, per altro, dai media stessi.
Ma i media – si sa, purtroppo – non vanno quasi mai per il sottile, ma oggi sempre più dove tira il vento o dove, più semplicemente, batte naturale il loro cuore. Tagliano con l’accetta. Così la guerra all’immigrazione, problema sociale rilevante, da non sottovalutare, diventa – in tempi di massima crisi editoriale – anche la rincorsa forsennata alle copie in edicola, sfruttando il consenso e la popolarità che la materia in sé attira. Specie sul versante della sicurezza.
È più facile assecondare il clima imperante, che cercare il bandolo della matassa di un pensiero raziocinante. D’una discussione costruttiva. Riflessiva e critica.
Chi cita ad esempio Giorgio Lago, richiamandosi al suo stile giornalistico, poi – paradossalmente – fa l’esatto contrario. Insegue il main stream – l’umore prevalente – senza offrire soluzioni alternative, senza indagare quel che c’è dietro la realtà, ma prendendo di quest’ultima ciò che più appare: i bengalesi che non pagano le spese condominiali. Un problema, certamente.

Ma chi li ha attirati nella “trappola” senza offrire nulla? Quali politiche e scelte imprenditoriali? Quale modello di sviluppo? Quali necessità fisiologiche, se non quelle produttive per far marciare l’economia? Non ce lo si chiede o non lo si denuncia mai abbastanza. Tant’è.
Anche Il Gazzettino odierno non se lo chiede, non indaga. Addita solamente. E quando il saggio gli indica la luna, la testata continua a guardare, stoltamente, solo il dito. Accarezza l’opinione pubblica prevalente, inseguendone le pulsioni. Come gran parte dei media oggi.
Ma l’incipit di quest’articolo vuol essere solo un pretesto per parlare di quel Gazzettino, evocato il 2 settembre dall’editoriale d’esordio del nuovo direttore del quotidiano lagunare, Osvaldo De Paolini, che è stato diretto dal 1984 al 1996 da Giorgio Lago, come giustamente lo evoca Gi Emme, secondo il quale il direttore “guardava al Nordest non come a una periferia, ma come a un laboratorio sociale, politico ed economico per l’intero Paese”.
Nel periodo della sua direzione, Lago ha contribuito a trasformare la testata veneziana e triveneta, insieme, in soggetto d’interpretazione politica del territorio. Una visione lungimirante, quasi più da intellettuale che da semplice giornalista, per altro sempre molto “di strada” com’era nel suo stile, anche in qualità di cronista sportivo, com’è stato a lungo, nel raccontare gli eventi attraverso il tratto e il ritratto delle persone, le comunità dei tifosi e le loro trasformazioni sociali. Un intellettuale “organico” alla sua realtà, alla sua regione.
Se dapprima, durante il fascismo, esistevano semplicemente le Tre Venezie (Veneto, Trentino, Friuli), poi divenute Triveneto, accezione più moderna e recente (anni Settanta-Ottanta) d’una ripartizione interregionale sulla quale l’accento cadeva sul Veneto e sul quel suo “modello di sviluppo” molto particolare (“fabbrica diffusa”, “una ciminiera ogni campanile”, lavoro nei campi dopo quello in fabbrica, a dimostrazione che il retroterra operaio era contadino anche nell’integrazione del reddito e nell’economia domestica sostanziale, flessibilità nell’organizzazione e nell’impiego, Veneto “bianco”, cattolico, democristiano, inclinazione dorotea, tutto casa&Chiesa), Lago conia per questo territorio il nome Nordest.
Un’accezione quasi miracolistica di un’economia da vero e proprio boom, con molte letture politiche e istituzionali sottintese (leghismo, autonomismo, federalismo o separatismo nella lettura più estrema, “padana” o da Padania). E già dal 1986, 5 ottobre, il Direttore s’esercita a ragionare sul fatto che “nelle Tre Venezie è già Duemila”. Nordest come direzione e “strada obbligata”, dunque. Una costruzione lenta, la sua del Nordest, ma progressiva in quanto orizzonte inesorabile.

Negli anni del Nordest vero e proprio prende forma sotto questa dizione, anche come fenomeno mediatico, sui giornali e in Tv, come stereotipo e luogo comune, un film che proietta però l’immagine d’una regione ai più del tutto sconosciuta. È con la Lega Nord di Umberto Bossi in versione secessionista, dunque più estremista, che il 15 settembre 1996 Venezia viene eletta “Capitale della Padania” per ospitare la prima “Festa per l’indipendenza”. Poi il 9 maggio 1997 l’assalto al Campanile di Piazza San Marco, col famoso “carrarmato”, da parte d’un manipolo d’uomini che innalza il vessillo della Repubblica veneta proprio nel giorno del duecentesimo della caduta della Serenissima. Ma a quel tempo Lago ha già lasciato Il Gazzettino da quasi un anno e mezzo.
Fino al 1980 il quotidiano è dunque democristianamente egemone. L’ultimo suo direttore, Gustavo Selva, prima deputato della Dc poi confluito in Alleanza Nazionale di Fini, sopravvive oltre la cessione della testata da parte della Dc a un gruppo d’imprenditori che proprio dall’inizio degli anni ’80 salvano il centenario quotidiano lagunare dalla bancarotta e dai conti ampiamente in rosso (Il Gazzettino è dell’Editore Caltagirone ormai dal 2006, vent’anni).
Dopo Selva ecco Lago, che porta il giornale al suo successo diffusionale: 116.211 copie vendute al giorno (l’83%), solo in Veneto, e di queste il 34,88% sono vendute a Venezia. Il resto delle vendite, invece, appartiene al Friuli con 21.799 copie (15,65%). Oggi in edicola vende 37845 copi, 40.071 comprese le copie digitali nel mese di giugno, l’ultima rilevazione.
Dopo Lago, dal Corriere della Sera arriva Giulio Giustiniani, che porterà a collaborare come editorialista nientemeno che Vittorio Feltri, e dopo di lui, ancora, nel 2001 Luigi Bacialli, mentre il quotidiano lagunare perde d’un botto oltre ventimila copie (meno dieci per cento). Un tracollo.
E non è solo a causa dell’arrivo di Internet. È un vero e proprio atto di disaffezione del pubblico verso un giornale che non solo ha sempre fatto cronaca, ma si era anche stato trasformato nell’organo del “laboratorio politico” del Nordest, in grado di leggere e raccontare le sue trasformazioni giorno per giorno.
La specificità è che mentre c’è un Veneto “raccontato” dai media nazionali, con Il Gazzettino c’è un territorio che “si racconta”. E proprio rifacendosi all’esperienza di Piero Talamini, fondatore del giornale il 20 marzo 1887 (“Anima rocciosa del Veneto, un uomo di montagna”), Lago scrive che quel giornale “aspirava a farsi leggere da tanta gente, interclassista antemarcia (…) Non so se Il Gazzettino ha cambiato con la storia delle Tre Venezie o se le Tre Venezie hanno fatto la storia del Gazzettino: di sicuro sono vite parallele, un gioco di specchi con il quale il ‘giornale del popolo’ è il giornale dei lettori di oggi e di domani”.
Una cosa è certa: sotto la direzione di Giorgio Lago la testata viene trasformata in profondità ed esce da quel giornalismo ufficiale e paludato che doveva rispondere di quel che scriveva all’azionista di riferimento, la Dc, e, nella fattispecie, alla corrente dorotea che in Veneto poteva contare su diversi esponenti non sempre concordi tra loro: “Proprietà privata di un pezzo di Dc, feudo di Rumor e di Bisaglia, fabbrica del consenso nel Veneto della prima malsana equazione tra politica e potere”, scriverà Lago il 13 febbraio 1993 in memoria di Lauro Bergamo, direttore del quotidiano dal 24 marzo 1970 al 23 luglio 1976.
Articoli brevi, agili, brillanti, veloci, nuove rubriche, inchieste nuovi collaboratori di ispirazione politica e culturale diversa, molti gli intellettuali e molta anche l’attenzione all’economia, per la quale per cinque anni Lago dà vita a un inserto tabloid di trenta pagine, Il Gazzettino dell’Economia, che esce settimanalmente il lunedì, separato dal quotidiano (cinquemila copie, un proprio direttore), e – contestualmente, nello stesso periodo – quattro pagine di un inserto – Mese – a carattere prevalentemente sociologico all’interno del Gazzettino dell’Economia.
Pagine che guardano al mondo delle imprese, alle Associazioni industriali provinciali e alle banche all’interno delle quali si alternano per anni analisi, documenti letture inconsuete di questa composita, magmatica, turbolenta realtà regionale.
Pagine nelle quali si alternano firme autorevoli come quella del sociologo Ilvo Diamanti, del professor Enzo Rullani, che nel frattempo fanno ricerca e scrivono analisi anche per Il Sole 24 Ore, i ricercatori della Fondazione Corazzin, istituto vicino alla Cisl veneta, l’economista Renato Brunetta, professore a Padova, il professor filosofo Massimo Cacciari, che con Lago darà poi vita al Movimento dei sindaci del Nordest, diversi altri docenti universitari ritenuti il “cervello pulsante” e il fulcro della ricerca in loco su fronti culturalmente dissimili ed eterogenei che spaziano da Venezia a Padova, Verona e Trieste, i quali raccontano di un Veneto e dei veneti che “hanno un diavolo per capello”.
Lui, Lago, si è sempre considerato “un facchino del Nordest”. Uno intento “a trasportarne i materiali, identità, campanili, movimenti, febbre di autonomia, capitalismo sociale di mercato, l’ora et labora di chi ha imparato dalla fatica contadina che lavoro è anche ancestrale paura di perderlo”, come scrive nell’ultimo editoriale, quello del congedo dalla testata, l’8 giugno 1996.
Dopo il tentato assalto al campanile, per i media fuori regione il Veneto diventa la terra arrabbiata della protesta radicale, dell’insofferenza dei veneti nei confronti dello Stato centrale, la metafora della voglia di “andarsene dall’Italia”, separarsene appunto. Il cambio di stagione è repentino, lascia smarriti quanto sgomenti. Ma Lago tiene i nervi saldi, non si fa impressionare dalla sceneggiata. Resta razionale.
Del resto da “quotidiano del Veneto” lui ha tentato di far diventare Il Gazzettino il giornale che “spiega il Veneto agli italiani e ai veneti” stessi, anche se nel momento in cui assume la direzione del giornale il Nordest non è ancora quel soggetto economico, sociale e politico autonomo che diventerà agli inizi degli anni Novanta. Lago non inventa la “realtà economica” Nordest ma, semmai, contribuisce con forza a inventare la categoria giornalistica attraverso cui quella stessa realtà viene percepita e letta.
La sua tesi è che il Veneto rappresenta un modello di “modernizzazione dal basso” che la politica nazionale non ha saputo e non sa interpretare. Non si limita a dire “Veneto ricco, Roma ladrona”, come fanno Umberto Bossi e la Lega Nord. Lago non è Bossi. Non è leghista. Semmai è “laghista”, come gli piace dire di sé stesso con una battuta, per distinguersi. Se Bossi guarda al Nord, alla Padania e alla separazione, Lago punta sul Nordest come soggetto autonomo, responsabilizzato, federalista che riforma anche l’Italia. La pensa come Cacciari, che nel frattempo guarda al “modello catalano” di Jordi Pojol e del sindaco di Barcellona Pasqual Maragall.
Pensa a un “federalismo dal basso”, convinzione che lo porta a scrivere la sua “Lettera aperta a un sindaco del Nordest”, testo che segna anche il suo passaggio dal giornalismo all’attivismo civile. E vede i sindaci di paese e di città quali soggetti attivi della trasformazione. Nasce il Movimento dei sindaci. Una contraddizione in termini, forse, per un giornalista liberal, che si fa anche animatore di un movimento politico. Ma lui non sembra voler aspirare a diventare politico di professione. Vuole restare giornalista con senso politico. Uno che sa annusare la realtà. Non l’aria che tira.
L’unico punto debole della sua analisi, semmai, è che quel Nordest giornalistico che ha contribuito a creare non coincide con il Nordest elettorale. Veneto, Friuli e Trentino si muovono economicamente e forse anche socialmente all’unisono, ma non sono un unico bacino di voto. Lago, la Lega non la considera affatto un nemico, ma un fenomeno da interpretare. E non è un caso che proprio il manifesto osservi che proprio i quotidiani veneziani, come ad esempio La Nuova Venezia che fa capo al Gruppo Caracciolo-L’Espresso-la Repubblica, abbiano adottato una lettura meno liquidatoria del “fenomeno leghista”. Infatti, Lago dopo la “Festa per l’indipendenza” in cui Venezia viene eletta a “capitale della Padania”, scrive un editoriale dove mette in dubbio la probabilità della secessione. Ciò che invece avrebbe favorito in questo caso il federalismo.
Quando nel 1996 lascia la direzione del Gazzettino, Lago passa armi e bagagli al Gruppo L’Espresso–la Repubblica diventandone editorialista, anche per tutti i giornali locali veneti (Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso), che del Gazzettino sono in quel momento i concorrenti diretti anche se minori. E racconta il Nordest da dentro il Nordest al resto del Paese. Forse il momento più alto della sua carriera giornalistica, impegnata a mandare un messaggio all’Italia per uno Stato diverso, più leggero ma capace. Né venetista, né autonomista-secessionista, né antiromano. Semplicemente un riformista federalista, questo è stato Lago nei suoi dodici anni di direzione.
Ecco perché per rendere un buon servizio al giornalismo, Lago non basta citarlo o evocarlo. Bisogna soprattutto saperlo mettere in pratica. Giorno per giorno. Senza inseguire l’aria che tira. E accarezzare gli umori prevalenti nell’opinione pubblica. Facendo informazione corretta, smontando i facili stereotipi.

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