Sono una sessantina le isole della laguna di Venezia, grandi e piccole, abitate e non, e la Giudecca è la più estesa di quelle del centro storico. Se la guardi dalle Zattere è una fila di facciate di edifici di media e piccola dimensione, interrotta dal Redentore e da qualche costruzione importante, poco a che vedere con l’imponenza di tanti scorci veneziani, a parte il mastodontico ex mulino Stucky, prima di agganciarsi alla parte moderna di Sacca Fisola. L’isola, in realtà, è un grappolo di otto isolette minori tenute insieme da ponti e canali interni, e forse, proprio questa struttura frammentata ha finito per essere la sua fortuna, creando una scala umana, una rete di passaggi stretti e corti interni dove il traffico dei visitatori, che comunque non è intenso, non arriva con la stessa pressione che altrove.
Per secoli la Giudecca è stata la parte operosa della città, con i suoi cantieri navali, mulini, distillerie, concerie, fabbriche. Quando quelle attività sono declinate, tra gli anni Sessanta e Settanta, l’isola ha rischiato di svuotarsi. La grande trasformazione degli anni Novanta ha recuperato gran parte di quel patrimonio industriale in chiave residenziale e culturale, e ha prodotto un equilibrio che ancora oggi si sente camminando. A questo si è sommata la presenza di un’edilizia residenziale pubblica, che è una componente di rilievo del tessuto abitativo. È probabilmente il fattore che più di ogni altro ha protetto l’isola dalla pressione immobiliare. Una quota consistente di case sottratta al mercato ha impedito che l’intero patrimonio finisse assorbito dalle dinamiche speculative, e ha tenuto in piedi quella massa critica di residenti senza la quale nessun servizio sopravvive.

Ed è proprio nei servizi che si legge la differenza. Alla Giudecca ci sono ancora ufficio postale, banca, macelleria, cartoleria, tabaccheria, farmacia, ferramenta, pescivendolo, e negli anni recenti supermercati. E poi il mercato di Sacca Fisola. È questa la normalità che l’isola ha conservato e che altrove sta diventando un privilegio. Inoltre, si è sviluppata, negli ultimi anni, una presenza nuova. Giovani, studenti, artisti, ricercatori, attratti dalla sede dell’Accademia di Belle Arti alle Zattere, proprio di fronte, e dalle residenze artistiche e dagli spazi di formazione che sull’isola hanno trovato casa. Di notevole rilievo l’attività, ormai da diversi anni, di SerenDPT, incubatore di start up e sede di stage per studenti americani, creatura del santelenino/americano Fabio Carrera. E poi la fitta rete di gallerie indipendenti, accademie, laboratori, istituzioni come la Fondazione Nono, l’Iveser, Emergency.
Come puntualizza Francesco Fracassi [su Luminosi Giorni ha anticipato il testo che ha costituito la trama della sua relazione all’incontro e che qui riassumiamo] la Giudecca è separata fisicamente dal canale omonimo, ma non dalla città. Quella separazione ha contribuito a conservare un equilibrio che in altre parti di Venezia è andato in gran parte perduto e, ciò facendo, conservando la Venezia che rischia di non esserci più. L’equilibrio tra la civitas — la comunità degli abitanti, con le sue relazioni, i suoi servizi, le sue abitudini — e l’urbs, la città materiale, edifici, monumenti, attività economiche. Venezia, negli ultimi decenni, ha conservato l’urbs perdendo progressivamente la civitas. Alla Giudecca questa deriva è stata finora contenuta e mitigata.
Nei prossimi anni pertanto la Giudecca non deve perdere residenti stabili. Deve aumentarli. Non il numero dei visitatori, non i posti letto, non il valore degli immobili, ma il numero delle persone che abitano l’isola. È una misura che sposta il criterio di giudizio dalla quantità di investimento alla sua ricaduta umana, e che si articola in cinque punti.

1. Il primo è la casa. Una vera riserva residenziale dell’isola, una valutazione d’impatto sulla residenzialità per ogni conversione di abitazione in attività ricettiva, e una compensazione quando patrimonio abitativo stabile viene perduto; poi il recupero rapido degli alloggi pubblici vuoti, l’aumento dell’offerta pubblica, lo sviluppo dell’edilizia sociale e dell’affitto a canone sostenibile, l’accesso alla casa per giovani coppie e giovani lavoratori, la destinazione di una parte degli interventi di rigenerazione a residenze permanenti, la creazione di alloggi per studenti, ricercatori e operatori culturali.
2. Il secondo è il commercio di vicinato, da smettere di considerare una semplice questione di mercato: una farmacia, un alimentari, una cartoleria sono infrastrutture urbane, parte del welfare quotidiano di una comunità, e come tali vanno sostenute — con incentivi alle attività essenziali, riduzione della fiscalità locale sui servizi rivolti ai residenti, sostegno agli affitti commerciali delle attività strategiche, tutela dei locali dalla trasformazione in attività esclusivamente turistiche, sostegno al mercato di Sacca Fisola.
3. Il terzo è la cultura e la formazione, usate non come vetrina ma come strumento per creare popolazione stabile: un distretto in cui formazione, produzione culturale, lavoro e abitazione siano collegati, così che un giovane artista possa venire alla Giudecca per studiare, avere una residenza, trovare uno spazio di lavoro e restare a viverci.
4. Il quarto è una disciplina urbanistica specifica, una zona a prevalente funzione residenziale con una gerarchia esplicita delle funzioni — residenza, servizi, commercio di vicinato, artigianato e attività produttive compatibili, cultura e formazione, e solo alla fine ricettività turistica: non un’isola chiusa al turismo, ma un’isola in cui il turismo è compatibile con la città e non la città con il turismo.
5. Il quinto riguarda la rigenerazione urbana, e cambia il modo di misurarla: un edificio restaurato che diventa un albergo è recuperato, ma non necessariamente rigenera una comunità, e la rigenerazione va quindi valutata su residenti, giovani, bambini, abitazioni in affitto stabile, servizi, negozi, posti di lavoro, attività culturali permanenti.
Due strumenti dovrebbero tenere insieme l’impianto. Il primo è un Osservatorio permanente sulla residenzialità, un organismo semplice, pubblico e trasparente che ogni anno renda disponibili indicatori confrontabili — residenti, età media, bambini e giovani, abitazioni occupate stabilmente, abitazioni vuote, abitazioni destinate alla locazione turistica, prezzi degli affitti, patrimonio pubblico disponibile, negozi di vicinato, servizi, studenti, posti di lavoro, attività culturali, presenze turistiche — perché una politica urbana si misura sui risultati e non sulle intenzioni. Il secondo è il caso concreto su cui tutto questo si gioca: le aree Trevisan-Scalera, dove la domanda da porre non è quanti metri quadrati saranno recuperati ma quanti nuovi abitanti produrrà quell’intervento, quante abitazioni saranno davvero destinate a residenti, quante accessibili a giovani e famiglie, quale sarà il rapporto tra residenza, ricettività, servizi, cultura, commercio e spazio pubblico. È la modalità con cui, secondo la proposta, il Comune dovrebbe valutare ogni grande trasformazione urbana.

Il quadro normativo, come ha ricordato Enrico Vianello, dell’esecutivo della municipalità di Venezia-Murano-Burano, offre oggi un’occasione che fino a poco fa non esisteva. A livello regionale stanno emergendo nuovi strumenti sul social housing, e si apre la questione di come il Comune intenda recepirli e se, negli ambiti a particolare tensione abitativa, sia possibile chiedere alle grandi trasformazioni urbane un contributo più significativo alla produzione di casa accessibile. A livello europeo, la Commissione ha presentato nelle scorse settimane la proposta di Affordable Housing Act, che individua esplicitamente città, isole e destinazioni turistiche tra i territori in cui la pressione abitativa richiede strumenti più forti e mirati, e punta a un quadro comune per individuare le aree in housing stress e consentire alle autorità locali di intervenire su disponibilità e accessibilità della casa.
Sono strumenti che esistono soprattutto sulla carta finché non si decide di usarli, ed è questa la parte politica della proposta: assumere la Giudecca come progetto pilota, un Piano Giudecca 2035 costruito insieme a residenti, associazioni, operatori economici e culturali, Accademia e enti proprietari degli immobili, attorno a cinque obiettivi — difendere e aumentare le abitazioni destinate alla residenza stabile, sostenere il commercio e i servizi di prossimità, legare cultura e formazione alla residenzialità, riservare una quota significativa delle nuove trasformazioni a residenti stabili, e misurare pubblicamente i risultati. Non privilegi, come ha detto Fracassi, ma un modello.

Perché se si capisce quali meccanismi hanno permesso alla Giudecca di conservare una comunità, quei meccanismi si possono provare a trasferire altrove, e la sfida — come ha ricordato la capogruppo del Pd al Comune Giulia Albanese dal vivo di un consiglio comunale che sul Documento Unico di Programmazione dichiara obiettivi sulla casa e poi risponde “non ci sembra opportuno” a ogni proposta concreta — non è tecnica ma politica, ed è la sfida dei prossimi cinque anni: trattenere i residenti che ancora restano e costruire le condizioni perché altri arrivino.
La Giudecca diventa dunque un’esperienza da studiare, non solo un luogo da ammirare e visitare. Ha sviluppato, per ragioni storiche e urbanistiche, una sorta di barriera. Non è immune all’overtourism, è riuscita a contenerlo meglio che altrove, e quella barriera è fatta di cose concrete — residenza pubblica, comunità, servizi, commercio di vicinato, attività produttive, cultura, formazione e una certa distanza fisica dal cuore turistico della città. Proteggerla non significa museificarla, e significa soprattutto fare qualcosa di più che difenderla, capendo perché ha funzionato. Non si può riportare indietro il tempo, ma si può impedire che il futuro sia semplicemente la prosecuzione di ciò che è accaduto negli ultimi decenni. Se la Giudecca è Venezia, allora il modo in cui la Giudecca sceglierà di abitare i prossimi dieci anni è anche un modello a cui guardare dall’altra sponda del canale che ha il nome dell’isola, se Venezia, i veneziani e chi ha a cuore la sua sorte faranno ogni sforzo possibile perché resti una città e non si riduca definitivamente a museo, o peggio a disneyland.

Che la sorte della Giudecca e dei giudecchini sia interesse non solo loro ma di tutta la città – compresa la città di terraferma – era testimoniato dalla presenza in sala di molti venuti dall’altra parte del canale, anche da Mestre e Marghera. Come Rhitu Miah, architetta, mediatrice culturale e attivista mestrina di origine bengalese, nota per il suo impegno nell’insegnamento della lingua italiana agli immigrati e per la sua candidatura al Consiglio comunale di Venezia nel 2026. Rhitu ha rivolto un saluto e un ringraziamento non di circostanza alla platea e a Serena, collegando la sua partecipazione al filo che collega tra loro tutte le esperienze e le vite delle varie parti di una città che è un mosaico armonico di diversità culturali, sociali, religiose ed etniche, una città che rischia di smarrire questa sua unicità nella pluralià. E da questo punto di vista il “modello” Giudecca parla anche alla terra, è il messaggio di Rhitu.

La presenza e l’intervento in apertura di Giovanni Pelizzato (presenti anche tanti consiglieri di municipalità e del consiglio comunale come Saccà, Risica, Messinis, Arco, oltre agli intervenuti prima citati) fanno bene sperare in un impegno della “politica” in appoggio all’iniziativa promossa da Fracassi e sostenuta convintamente da Serena Nono e dalla Fondazione Nono, che ieri ha ospitato l’incontro, non solo come atto di cortesia. Non è facile portare avanti l’impegno preso dall’opposizione in consiglio e da parte di un organismo come la municipalità, in cui pure si è maggioranza e al governo ma il cui potere è stato drasticamente ridotto dall’amministrazione di centrodestra, attuale e precedente. Ma indubbiamente la copertura politica promessa da Pelizzato e da Albanese è la conditio sine qua non per proseguire nel tragitto inziato ieri, e non è poco.

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