Terre rare a Porto Marghera

Il Governo e la Regione Veneto candidano Porto Marghera a ospitare uno dei primi hub europei per le materie prime critiche, terre rare comprese. Ufficialmente si parla di stoccaggio strategico, ma sia il ministro Urso sia la Regione puntano a una piattaforma industriale che comprenda anche raffinazione e riciclo. Prima di parlare di nuovi investimenti, occorre rispondere a una domanda fondamentale: quali rischi aggiuntivi comporta questa scelta per un territorio che ha ancora una pesante eredità ambientale da risanare?
GIANNI MORIANI
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Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e la Regione Veneto promuovono la candidatura di Porto Marghera a ospitare uno dei primi hub europei di stoccaggio strategico delle materie prime critiche, nell’ambito delle iniziative collegate al Critical Raw Materials Act dell’Unione europea. La prospettiva è stata illustrata ufficialmente dalla Regione il 12 giugno 2026, in occasione del sopralluogo del presidente Alberto Stefani, del ministro Urso e del vicepresidente esecutivo della Commissione europea Stéphane Séjourné nelle aree del gruppo Eni, circa 12 ettari candidati a ospitare il progetto. [1][5]
Il 24 settembre, a Bruxelles, Urso ha annunciato la candidatura italiana al bando europeo per l’hub. È una candidatura di sistema: oltre a Porto Marghera comprende l’Interporto di Verona e altri siti del Nord-Est, tra cui, secondo il Mimit, i porti di Trieste e Ravenna. [5][6] Il ministro ha riferito che la Commissione ha pubblicato il bando per il progetto pilota e che sarà costituita una task force. [7]
Ma la parola «stoccaggio» non esaurisce il progetto. Il comunicato regionale del 12 giugno parla di un hub per l’approvvigionamento, la trasformazione e la distribuzione delle materie prime essenziali. Prima del sopralluogo, l’assessore regionale Massimo Bitonci aveva spiegato che l’obiettivo non è un semplice sito di stoccaggio, ma una piattaforma industriale avanzata per raffinazione, recupero, riciclo, trasformazione e sviluppo tecnologico. [1][4]
L’11 ottobre 2026, in un’intervista a La Nuova Venezia dal titolo «Urso: “Terre rare, non solo deposito. A Marghera anche estrazione e riuso”», il ministro ha ribadito che «bisogna prepararsi a sviluppare un progetto affinché il deposito di terre rare di Porto Marghera possa avvalersi anche di una filiera produttiva per la raffinazione e il riciclo delle materie prime critiche». [7] Non è una novità assoluta: già in primavera il ministro aveva parlato di un polo produttivo della raffinazione e del riciclo, e il presidente Stefani di un sito produttivo, non solo di un impianto di stoccaggio. [8] Ma ora la prospettiva è dichiarata: non si limita allo stoccaggio, guarda anche ad attività produttive a valle. Diventa così più urgente chiarire quali lavorazioni si intendano realizzare, con quali tecnologie, su quali quantitativi di materiali e con quali conseguenze ambientali.
Una precisazione: il progetto riguarda le materie prime critiche, un gruppo ampio che comprende litio, cobalto, nichel e grafite. Le terre rare ne sono solo una parte, ma sono quelle che danno il nome al dibattito e per le quali la separazione chimica può lasciare residui con radionuclidi naturali. [6]
Tra il deposito di materiali e la loro separazione chimica corre una differenza enorme in termini di rischio. Se il progetto evolvesse verso una filiera industriale completa, la valutazione non potrebbe fermarsi alla sicurezza del deposito: dovrebbe riguardare l’intero ciclo produttivo, dalle materie prime in ingresso al trattamento dei residui e degli eventuali rifiuti. Anche su ciò che entrerebbe nello stabilimento c’è un dato da chiarire: il Mimit ha chiesto alla Commissione europea di evitare l’esportazione verso Paesi terzi dei rifiuti industriali contenenti materiali strategici, perché siano trattati e valorizzati in Europa. [5] È una richiesta che apre la domanda su quali materiali, rifiuti industriali compresi, verrebbero trattati, e dove.
La popolazione veneziana ha diritto a informazioni complete, trasparenti e tempestive. Non si può chiedere ai cittadini di accettare una nuova lavorazione industriale senza rendere comprensibili i processi previsti, i quantitativi di materiali trattati, la produzione di residui e i rischi aggiuntivi per l’ambiente e la salute.
È su queste lavorazioni potenzialmente impattanti che si vuole costruire il futuro di Venezia?


PORTO MARGHERA HA GIÀ PAGATO UN PREZZO ALTISSIMO
A Marghera la scelta di collocare l’industria di base, chimica e metallurgica, sulle rive della laguna, riempiendola di inquinati fanghi industriali, è stata pagata a caro prezzo: con la salute dei lavoratori e con l’inquinamento di una laguna che ne porta ancora i segni. [10][12] È una strada che la storia ha bocciato: lo mostrano la chiusura delle produzioni primarie, una liberazione per la laguna con pesanti conseguenze sull’occupazione, passata da quarantamila agli undicimila addetti attuali.
Le lavorazioni del passato, comprese quelle legate alla bauxite e alla blenda, fanno parte di questa storia. Non sarebbe corretto attribuire indistintamente a una singola attività tutte le contaminazioni presenti, ma sarebbe irresponsabile ignorare le bonifiche che ancora servono. La documentazione ufficiale della Regione Veneto identifica Porto Marghera come Sito di Interesse Nazionale per la bonifica: il perimetro storico del SIN comprendeva aree industriali a terra, canali e aree lagunari, ed è stato poi riperimetrato nel 2013. [2][3] Uno studio pubblicato nel 2013 sui sedimenti dei canali industriali segnalava che nei suoli e nei fondali erano ancora stoccate diverse tonnellate di mercurio e zinco, che potrebbero interessare la laguna. [10]
Un’area già contaminata non può essere considerata automaticamente idonea a ospitare qualsiasi nuova attività soltanto perché dispone di infrastrutture, collegamenti ferroviari e terreni destinati alla produzione. La presenza di un’eredità ambientale complessa impone una valutazione più rigorosa degli effetti di ogni nuovo insediamento.
Non possiamo trasformare l’inquinamento del passato in una giustificazione per accettare ulteriori rischi nel presente.


TERRE RARE: QUANTO PRODOTTO E QUANTI SCARTI?
Le terre rare sono fondamentali per numerose tecnologie moderne, dai magneti permanenti ai motori elettrici, dall’elettronica alle turbine eoliche. La loro importanza strategica per l’Europa è reale, ma non elimina gli impatti potenziali delle lavorazioni necessarie per recuperarle e separarle.
Quando la materia prima contiene gli elementi desiderati in concentrazioni relativamente basse, il processo può richiedere il trattamento di grandi quantità di materiale per ottenere quantità molto più limitate di prodotto finale. Ne possono derivare ingenti residui, la cui entità dipende dalla composizione della materia prima, dal processo adottato e dall’efficienza del recupero. In Malesia, dove un impianto separa le terre rare da un concentrato di minerale, i residui del processo, che contengono il radioattivo torio, sono stati stimati in media in circa 75.000 tonnellate l’anno. [14]
I residui possono richiedere trattamenti specifici e, in funzione della loro composizione, possono contenere metalli, sostanze chimiche residue e, in alcuni casi, radionuclidi naturali come torio e uranio. Le lavorazioni di separazione e raffinazione richiedono inoltre reagenti chimici e acqua, generando reflui da trattare adeguatamente.
Per valutare l’impatto reale di un impianto non basta conoscere il valore economico del prodotto finale. Bisogna sapere quante tonnellate di materia prima entreranno nello stabilimento, quante di terre rare verranno recuperate e quante tonnellate di residui saranno prodotte ogni anno. Dove saranno trattati e smaltiti? Quali costi comporterà la loro gestione? Quali garanzie impediranno che sostanze contaminanti raggiungano le acque o i sedimenti lagunari?
Sono domande alle quali occorre rispondere prima di decidere dove localizzare le lavorazioni, non dopo.


LA LAGUNA DI VENEZIA NON È UN TERRITORIO QUALSIASI
Si obietterà che impianti di separazione delle terre rare esistono in Europa: a La Rochelle, in Francia, la Solvay ne gestisce uno da decenni. [13] Ma La Rochelle non è la laguna di Venezia. Fare queste lavorazioni in un ecosistema fragile e protetto come quello lagunare, già gravato da un’eredità industriale non ancora risanata, è insensato.
Acque, sedimenti e habitat lagunari sono collegati da equilibri complessi. Gli inquinanti possono raggiungere le acque superficiali o sotterranee, accumularsi nei sedimenti, entrare in contatto con gli organismi viventi. Per questo un nuovo impianto deve essere valutato non solo per le emissioni del normale funzionamento, ma anche per scarichi, perdite accidentali, guasti ed effetti cumulativi con le altre attività industriali e portuali.
Eni Rewind dichiara che le aree visitate dai tecnici europei, circa 20 ettari, sono terreni non contaminati o già bonificati e quindi riutilizzabili. [4] Ma un suolo bonificato non cancella il rischio per i canali e per la laguna che gli stanno accanto. Non basta dire che le tecnologie saranno moderne o che verranno installati sistemi di depurazione: occorre dimostrare, con dati verificabili, quali sostanze saranno usate, quali residui generati e quali conseguenze potranno derivare da un malfunzionamento o da un incidente.
La tutela della salute dei cittadini e la salvaguardia dell’ecosistema lagunare non possono essere subordinate alla convenienza logistica di un investimento.


IL DIRITTO DEI CITTADINI A CONOSCERE E PARTECIPARE
Una trasformazione industriale di questa portata non può essere affrontata solo con annunci istituzionali e dichiarazioni sulle opportunità economiche. La popolazione deve poter consultare il progetto e la documentazione tecnica, conoscere le valutazioni ambientali effettuate o ancora necessarie e presentare osservazioni prima delle decisioni definitive. È indispensabile chiarire:

• se il progetto riguardi lo stoccaggio oppure anche la separazione chimica e la raffinazione;

• quali materie prime, e quali rifiuti industriali, arriveranno a Porto Marghera e quale sarà la loro composizione;

• quanti materiali verranno trattati e quanti residui saranno prodotti;

• quali saranno le modalità di gestione dei rifiuti e degli scarichi;

• quali rischi saranno considerati in caso di incidente;

• quali effetti cumulativi verranno valutati rispetto alla situazione ambientale esistente;

• quali alternative localizzative saranno esaminate.
La candidatura di un’area a un progetto europeo non equivale all’autorizzazione definitiva di ogni possibile impianto. Con la candidatura al bando ormai annunciata, il percorso entra nella fase in cui si definiscono contenuti e localizzazioni: proprio per questo la trasparenza è necessaria adesso. I cittadini non devono essere messi di fronte a decisioni già prese, ma devono poter contribuire al confronto quando esistono ancora alternative reali.


UNA SCELTA DI RESPONSABILITÀ PER VENEZIA
È legittimo che il Governo e la Regione cerchino investimenti, occupazione qualificata e maggiore autonomia europea nell’approvvigionamento delle materie prime strategiche. Ma lo sviluppo industriale va valutato anche per i suoi costi ambientali e per le responsabilità che potrebbero ricadere sulla collettività nel lungo periodo. La stessa Regione collega il risanamento dei siti inquinati alla riconversione produttiva e alla riqualificazione infrastrutturale di Porto Marghera. [3] Occorre chiedersi quale modello di riconversione sia più coerente con questi obiettivi.
Per queste ragioni è necessario che non si proceda con nuove lavorazioni chimiche e di raffinazione senza una valutazione completa degli impatti, la pubblicazione dei dati sui processi produttivi e sui residui, un confronto effettivo con la popolazione e un esame serio delle alternative localizzative. Se gli studi dimostreranno che l’insediamento è incompatibile con la tutela della laguna, con gli obiettivi di bonifica o con i vincoli ambientali applicabili, dovrà essere respinto.
Non si tratta di essere contro l’industria. Si tratta di impedire che la ricerca di nuovi investimenti faccia dimenticare le lezioni della storia. Le terre rare possono essere strategiche per l’Europa, ma lo sono ancor di piùla qualità delle acque, la sicurezza dei cittadini e la conservazione di un patrimonio naturale unico.
La laguna di Venezia non è un territorio sacrificabile. Porto Marghera non può essere condannata a un destino di inquinamento permanente.
Venezia merita un futuro fondato sul risanamento e sull’innovazione responsabile, non sulla ripetizione degli errori del passato.


NOTE E FONTI DOCUMENTALI
[1] Regione del Veneto – Comunicato n. 1004, 12 giugno 2026, «Porto Marghera, presidente Stefani: “Pronto a diventare il polo europeo delle materie prime critiche, cuore industriale d’Europa”». Sopralluogo con Séjourné e Urso, circa 12 ettari di aree Eni candidati a ospitare l’hub; Porto Marghera presentato come sito unico. Comunicato
[2] Regione del Veneto – Sito di Interesse Nazionale di Venezia-Porto Marghera. Perimetro storico (aree a terra, canali, aree lagunari), confinamento delle aree industriali, gestione dei sedimenti più contaminati dei canali. Pagina regionale
[3] Regione del Veneto – Bonifiche e risanamento ambientale. Riperimetrazione del SIN (DM 24 aprile 2013); risanamento, riconversione produttiva e riqualificazione infrastrutturale tra gli obiettivi. Pagina regionale
[4] Il Nord Est, 20 maggio 2026 – «Terre rare, l’Ue a Marghera in visita all’ex Petrolchimico».Dichiarazioni dell’assessore Bitonci; Eni Rewind: circa 20 ettari di terreni non contaminati o bonificati. Articolo
[5] Ministero delle Imprese e del Made in Italy – Urso e Séjourné a Porto Marghera, 12 giugno 2026. Candidatura di sistema (Porto Marghera, Trieste, Ravenna, Interporto Quadrante Europa di Verona, miniera di dolomia di Tassullo); richiesta alla Commissione di evitare l’esportazione dei rifiuti industriali contenenti materiali strategici. Comunicato
[6] Eunews, 24 settembre 2026 – «L’Italia si candida a costruire l’hub UE di stoccaggio delle materie prime critiche in Veneto». Annuncio della candidatura al bando europeo; iniziative collegate al Critical Raw Materials Act; litio, cobalto, nichel e terre rare. Articolo
[7] La Nuova Venezia, 11 ottobre 2026 – «Urso: “Terre rare, non solo deposito. A Marghera anche estrazione e riuso”». Intervista al ministro: filiera produttiva per raffinazione e riciclo; bando europeo e task force.
[8] Il Nord Est – «Terre rare, sopralluogo a Porto Marghera: area Eni candidata a ospitare il deposito». Urso: polo produttivo della raffinazione e del riciclo; Stefani: sito produttivo, non solo stoccaggio; difficoltà del sito (MOSE, pescaggio, bonifiche). Articolo
[9] Il Nord Est – «Deposito Ue per le terre rare: il porto di Trieste si fa avanti dopo l’incontro al Ministero». Fondali di Trieste fino a 18 metri. Articolo
[10] Contaminazione di Porto Marghera.Relazione sulla bonifica di uno stabilimento: inquinamento legato all’imbonimento della seconda zona industriale, fanghi rossi bauxitici e fanghi neri (documento); studio 2013 su mercurio e zinco nei suoli e nei sedimenti dei canali industriali (scheda).
[11] Occupazione e chiusure. L’Unità, 25 febbraio 1994: addetti da quarantamila nel 1970 a meno di quindicimila (pagina); Provincia di Venezia, sintesi non tecnica: fine dell’alluminio primario nel 1991-92 (documento).
[12] Processo per le morti da cloruro di vinile monomero al Petrolchimico. Sentenza della Cassazione del 19 maggio 2006, che ha confermato le condanne per le morti di alcuni operai. Senato; Filodiritto
[13] Solvay – impianto di La Rochelle (Francia).Separazione delle terre rare, 40 ettari. Belga News Agency
[14] Terre rare, torio e residui. Valutazione dell’Öko-Institut sull’impianto Lynas in Malesia (Institut für Seltene Erden); studio sui residui di processo (MOSTI Malaysia).

Terre rare a Porto Marghera ultima modifica: 2026-10-13T14:05:10+02:00 da GIANNI MORIANI
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