Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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bambini come scudi

scritto da MATTEO ANGELI

La “critical race theory” è diventata in poco tempo uno dei termini chiave dello scontro politico-culturale che divide gli Stati Uniti. La teoria, nata negli anni Settanta nel campo degli studi di legge, era fino allo scorso anno sconosciuta ai più, in quanto relegata a materia universitaria di nicchia. Il fondatore di questo filone è Derrick Bell, primo professore nero a occupare la cattedra di diritto all’università di Harvard. Il suo scopo era di combattere il razzismo istituzionale, quello cioè radicato nella cultura e nelle leggi di una determinata società. 

Questa forma di razzismo, noto anche come “sistemico”, è al centro del dibattito pubblico americano da ormai più di un anno, in seguito all’omicidio di George Floyd e alle grandi proteste di Black Lives Matter. La questione di come identificare e contrastare tale fenomeno, meno palese e più sottile rispetto al razzismo individuale, è arrivata ora nelle scuole americane. Insegnanti e genitori s’interrogano sul modo in cui parlare in classe di razza, discriminazione, uguaglianza ed equità. La politica però è entrata a gamba tesa nella discussione, trasformando un confronto in principio non necessariamente polarizzato in una guerra senza quartiere. 

Da inizio anno, in quasi la metà degli stati americani, esponenti del Partito repubblicano hanno avanzato proposte di legge mirate a limitare l’insegnamento di concetti come il “privilegio bianco” e l’“equità razziale”. Idaho, Oklahoma, Tennessee, Texas, Iowa, New Hampshire e Arizona sono riusciti a far passare norme che intimano agli insegnanti di non parlare del razzismo nella storia americana e dell’impatto che questo ha sulle disuguaglianze di oggi. “Fa star male i bambini” hanno sostenuto i legislatori dell’Idaho. Mentre quelli del Tennessee hanno detto che parlare a scuola di razzismo promuove le “divisioni”. O ancora, “stiamo insegnando ai giovani a odiare il paese che erediteranno”, è l’analisi esasperata di Nate Hochman ricercatore del think tank conservatore Claremont Institution.

In tutto ciò, “critical race theory” è diventato il termine generico usato dalla destra per additare, erroneamente, ogni sforzo in chiave anti-razzista. Tutti i conservatori ne parlano, da Fox News fino a Donald Trump. Il concetto è stato estrapolato dal suo contesto iniziale, è diventato popolare, ma ne è stato anche distorto e banalizzato il significato. Con un chiaro obiettivo: creare l’ennesimo spauracchio, dal quale la maggioranza della popolazione americana senta il bisogno di prendere le distanze. Anche e soprattutto coloro che non si vedono come razzisti, ma che sono a disagio di fronte a un’idea dal nome astruso, lontano dalle loro preoccupazioni.

Sono le stesse titubanze che produce la famigerata “teoria del gender”, attualmente uno degli slogan preferiti della destra nostrana, compatta nella crociata per evitare l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omofobia nelle scuole. Parole come armi: critical race theory, teoria del gender sono mostri immaginari creati ad arte dalle forze reazionarie, per scatenare controversie nelle scuole e seminare il panico anche tra chi sarebbe in principio favorevole a marciare verso una maggiore uguaglianza.

“Attenzione, cercheranno di indottrinare i vostri figli”, è il grido estremo di chi cerca di bloccare il confronto, usando i bambini come scudi. Ma dove, se non a scuola, si dovrebbe coltivare l’ambizione per una società più equa, più inclusiva, più giusta? 

bambini come scudi ultima modifica: 2021-07-26T20:32:14+02:00 da MATTEO ANGELI