Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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campioni coraggiosi

scritto da MATTEO ANGELI

Quando nel 2013 il tuffatore inglese Tom Daley fece coming out, annunciando che frequentava un uomo e “non avrebbe potuto essere più felice”, era ancora uno dei rari atleti olimpici ad avere il coraggio di parlare pubblicamente della propria omosessualità. Nato nel 1994, enfant prodige del tuffo sincronizzato, Daley aveva già partecipato alle Olimpiadi di Pechino (2008) e Londra (2012). In quelle edizioni il numero di atleti dichiaratamente Lgbt si poteva contare sulle dita di una mano. Su più di diecimila partecipanti, a Pechino ce n’erano 15 e a Londra 23.

In dieci anni tutto è cambiato. Quest’anno Daley è uno dei 169 sportivi dichiaratamente Lgbt che hanno partecipato ai Giochi. Più del triplo di quelli dell’edizione precedente, a Rio de Janeiro, quando erano “solo” 68. Un aumento che riflette la maggiore accettazione in molti paesi delle persone Lgbt. Alla sua quarta Olimpiade, questa volta Daley ha finalmente vinto la medaglia d’oro, nel tuffo sincronizzato da 10 metri, insieme al compagno di squadra Matty Lee. 

“Sono particolarmente orgoglioso di dire che sono un uomo gay e anche un campione olimpico”, ha dichiarato il tuffatore inglese lunedì dopo la vittoria. “Quando ero giovane mi sono sempre sentito solo, diverso, inadeguato, come se ci fosse qualcosa in me che mi avrebbe sempre impedito di essere all’altezza di ciò che la società si attendeva. Spero che ogni persona Lgbt che sta guardano si renda conto che non importa quanto tu ti senta solo adesso, non sei solo e puoi raggiungere ogni obiettivo”. 

Un messaggio di coraggio ed emancipazione, che assume ancora più valore se si considera che Daley lo ha pronunciato mentre al suo fianco sedevano gli atleti della squadra cinese e russa – secondi e terzi classificati. Ciò vuol dire che le sue parole sono andate in diretta anche sulla televisione di questi due paesi, dove il matrimonio tra persone dello stesso sesso è vietato e la situazione della comunità Lgbt desta preoccupazione. 

Nonostante le vittorie e i passi avanti, resta però ancora molto da fare. In molti sport, specialmente tra gli uomini, a Tokyo si assiste a una serie di “prime volte” in termini di coming out. Sono crepe in un soffitto di cristallo particolarmente duro da infrangere.

E poi, soprattutto, va notato che la stragrande maggioranza degli atleti dichiaratamente Lgbt in gara a Tokyo proviene quasi esclusivamente da Europa, Nord e Sud America, Australia e Nuova Zelanda. Per il continente asiatico ci sono solo la velocista indiana Dutee Chand e la skateboarder filippina Margielyn Didal. Questa situazione riflette un dato di fatto: in molti paesi essere gay, lesbica, bi o trans è ancora qualcosa di cui vergognarsi, nel peggiore dei casi un crimine. Anche per questo è importante che, chi può, esca allo scoperto, come hanno fatto Daley e gli altri 168. Per dare coraggio a chi ancora non ce l’ha. Per dare voce a chi, parlando, rischierebbe di finire in prigione.

campioni coraggiosi ultima modifica: 2021-07-28T10:33:32+02:00 da MATTEO ANGELI