Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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Disney, tra orgoglio e pregiudizio

MATTEO ANGELI

Prendendo di mira Disney, i Repubblicani hanno alzato la posta nella guerra culturale con cui sperano di riprendersi il paese. A fine aprile, il governatore della Florida Ron DeSantis ha frettolosamente firmato una legge per mettere fine nel 2023 allo status speciale di autogoverno di cui l’azienda ha goduto per decenni, sui terreni dove si trova Disney World, complesso d’intrattenimento non lontano da Orlando. Uno status che ha permesso a Disney di controllare i servizi pubblici sulle terre dei suoi parchi divertimento, ma anche di risparmiare milioni di dollari di imposte grazie ad agevolazioni fiscali. 

Con la decisione di sciogliere il distretto del “posto più felice della terra”, De Santis punisce l’intromissione di Disney nella sua politica. A fine marzo, il gigante dell’intrattenimento giovanile ha infatti osato mettersi di traverso alla sua decisione di approvare una legge molto contestata a livello nazionale, che i detrattori hanno ribattezzato “norma non dire gay”. Essa vieta agli insegnanti delle scuole pubbliche di parlare di orientamento sessuale e identità di genere fino alla terza elementare. Un divieto formulato in maniera talmente vaga, che rischia di estendersi fino alla maggiore età. 

Disney, che è il più grande datore di lavoro privato della Florida, con circa 80mila dipendenti, ha condannato pubblicamente la “don’t say gay bill”, dicendo in un comunicato che “non avrebbe mai dovuto essere approvata. Il nostro obiettivo come azienda è che questa legge venga abrogata dal legislatore o soppressa nei tribunali e rimaniamo impegnati a sostenere le organizzazioni nazionali e statali che lavorano per raggiungere questo obiettivo”.

Con questa legge, DeSantis, gioca col fuoco del complottismo omofobo, flirtando con le tesi di QAnon, la folle teoria secondo la quale i Democratici e i produttori hollywoodiani dirigerebbero una setta di satanisti pedofili. La portavoce di DeSantis, Christina Pushaw, ha in effetti definito “adescatori di minori” coloro che si oppongono alla norma 1557, che ufficialmente si chiama “Legge sui diritti dei genitori nell’istruzione”. “La legge che i liberali chiamano impropriamente ‘non dire gay’ sarebbe più accuratamente descritta come legge contro l’adescamento”, ha scritto Pushaw su Twitter, aggiungendo in altro tweet, “se ti opponi alla legge contro l’adescamento, sei probabilmente un adescatore o probabilmente non denunci l’adescamento dei bambini tra i quattro e gli otto anni”. 

Descrivendo come “adescatori” coloro i quali credono che sia possibile spiegare ai bambini che esistono le persone Lgbt, DeSantis e i suoi seguaci fanno passare il messaggio fuorviante e pericoloso che parlare di queste cose ai giovani vuol dire inevitabilmente sessualizzarzi, attentando alla loro innocenza.  

Prendendo a bersaglio Disney, superpotenza nella produzione culturale per i giovani, l’attacco ai diritti Lgbt da parte dei conservatori americani sale quindi di livello. Tutto il capitalismo “woke” (ovvero, considerato troppo politicamente corretto) è nel mirino. Si tratta di una battaglia per le menti delle nuove generazioni. 

In realtà, Disney non è sempre stata dalla parte di chi promuove il progresso. Per molti anni dopo la sua creazione, la compagnia ha diffuso non solo i valori della “famiglia tradizionale”, ma anche quelli che oggi sono considerati stereotipi razzisti e sessisti (si pensi a vari dei suoi film d’animazione, come Song of the South, Dumbo o Cenerentola). 

La conversione cominciò negli anni Novanta. Nel 1995 la compagnia fu tra le prime a estendere la copertura sanitaria ai partner dei dipendenti Lgbt. Inoltre in quegli anni Disney iniziò a permettere a gruppi di persone omosessuali di organizzare informalmente una volta all’anno nei suoi parchi divertimento il “gay day”, festa che comprende una serie di eventi per celebrare l’orgoglio Lgbt. 

Già allora questo fece infuriare le organizzazioni conservatrici, che cominciarono a boicottare la compagnia e a diffondere teorie del complotto secondo le quali in alcuni film d’animazione Disney sarebbero nascosti messaggi pornografici subliminali. Come la parola “sesso”, che apparirebbe in una nuvola di sabbia nel “Re leone” o un’erezione nella “Sirenetta”. Si tratta ovviamente di farneticazioni prodotto di menti represse, che però la dicono lunga sulla pervasività della guerra culturale nella quale è rimasta impantana Disney. 

Quanto ai personaggi apertamente gay, per ora nelle storie Disney s’è assistito solo a fugaci comparse, come le due mamme che lasciano il figlio all’asilo in Toy Story 4 o il personaggio LeFou, nel remake live action de “La Bella e la Bestia”, che balla con un altro uomo. 

Nonostante il supporto alle cause progressiste, Disney aveva finora cercato di restare equidistante rispetto al confronto politico, sostenendo finanziariamente entrambi gli schieramenti. Negli ultimi anni, pure De Santis avrebbe ricevuto 100.000 dollari dalla compagnia. 

Secondo questa logica, Bob Chapek, l’amministrato delegato di Disney, era inizialmente rimasto in silenzio quando DeSantis aveva annunciato la volontà d’introdurre la legge “don’t say gay”. In una mail diretta al personale aveva detto: “Le dichiarazioni di un’azienda difficilmente cambiano il risultato o le posizioni della gente. Invece spesso sono strumentalizzate da una parte o l’altra per dividere ancora di più”. Affermazioni che hanno scatenato la protesta dei dipendenti e obbligato Chapek a scusarsi, dicendo: “Nella lotta per i diritti, speravate di trovare in me un alleato più forte e vi ho deluso. Mi dispiace”. Questo l’inizio del muro contro muro che ha portato Disney a impegnarsi pubblicamente per far abrogare la controversa legge. 

La decisione di Ron DeSantis di rispondere privando Disney del proprio status speciale farà male soprattutto ai cittadini del distretto “Reedy Creek Improvement”, perché dal 2023 dovranno pagare con tasse aggiuntive i costi dei servizi pubblici. Da un punto di vista simbolico, però, DeSantis emerge come campione dei conservatori duri e puri, pronti a colpire chiunque si metta di traverso al loro cammino, anche una grande multinazionale come Disney. Un’immagine che dovrebbe spingere la sua corsa per la rielezione a governatore quest’anno, e potenzialmente quella a frontrunner dei repubblicani nelle presidenziali del 2024. 

Ancora peggio della sospensione dello status speciale, è la campagna del fango lanciata dai media che gravitano nella sfera d’influenza dei Repubblicani. A fine marzo l’attivista conservatore Chirstopher Rufo ha rilanciato un video in cui una dirigente Disney chiedeva un aumento dei personaggi Lgbt. I canali conservatori hanno reagito scandalizzati, con ad esempio la conduttrice di Fox News Laura Ingraham, che ha accusato Disney di “promuovere un programma sessuale” tra i più giovani. Toni pressoché identici per il commentatore Tucker Carlson, che ha denunciato: “Hanno un programma sessuale per i bambini di sei anni”. 

L’attacco a Disney è parte di una tattica più ampia, con la quale i Repubblicani mirano a fare dell’omofobia e della transfobia uno dei pilastri della loro campagna in vista delle elezioni di midterm di quest’anno e delle presidenziali del 2024. La loro sciagurata promessa è di esportare la “don’t say gay” della Florida in altri stati, pure a livello federale e di escludere le donne trans dalla partecipazione alle competizioni sportive. In un crescendo di violenza, la loro retorica è un susseguirsi di affermazioni sempre più indecenti, come quelle di Marjorie Taylor Greene, deputata che ha affermato che chi è a favore dei diritti delle persone trans sostiene la pedofilia. 

È la solita eterna paranoia dei conservatori, dai toni però sempre più grotteschi ed esasperati. Secondo loro, l’esistenza stessa dell’America sarebbe minacciata dalle persone Lgbt e dai Democratici. In tal senso, il canale di estrema destra One America Network si è spinto fino a soprannominare Joe Biden con l’appellativo di “adescatore in capo”. 

A suon di colpi bassi, i Repubblicani vorrebbero così oggi tornare ai valori della famiglia tradizionale, che una volta Disney incarnava. Ma nel corso dei decenni il centro della società americana si è molto spostato su questi temi, e la compagnia d’intrattenimento giovanile lo ha seguito. È questo il grande vantaggio strategico che il Topolino di Disney ha sull’elefante repubblicano. 

Disney, tra orgoglio e pregiudizio ultima modifica: 2022-05-29T13:24:01+02:00 da MATTEO ANGELI
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