Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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la carne è debole

scritto da MATTEO ANGELI

Prezzi bassi e abbondanza. È questa la realtà dell’industria della carne. Secondo un recente articolo del Guardian, gli americani spendono meno del dieci per cento del loro reddito disponibile in cibo e mangiano ogni anno in media 122 chili di carne, di cui 55 di pollo. In Italia, le cose vanno solo un po’ meglio. La quantità pro capite di carne consumata all’anno sarebbe di 76 chili, sostiene un rapporto pubblicato lo scorso anno da Essere Animali.

Il prezzo per il basso costo nel piatto è però decisamente troppo alto. Sfruttamento, sofferenza, miseria. Ciò impone agli animali l’industria della carne. Miliardi di vite sono ridotte a cose. Secondo i dati del World Economic Forum, attualmente nel mondo vengono macellati all’anno: cinquanta miliardi di polli, 1,5 miliardi di maiali, mezzo miliardo di pecore. Per i pesci poi, la mattanza è talmente fuori controllo che è impossibile avere cifre esatte.

L’insostenibilità dal punto di vista etico di tale sistema s’incrocia sempre di più con altre due questioni epocali: la situazione sanitaria e il cambiamento climatico. Gli allevamenti intensivi, che obbligano tanti animali a vivere in spazi angusti, ammassati, in condizioni atroci, costituiscono infatti l’ambiente ideale per la proliferazione di virus capaci di colpire anche l’uomo. Attraverso il famigerato salto di specie, che, tra l’altro, è favorito dalle deforestazioni. Esse sono a loro volta causate dalla necessità di far spazio ad allevamenti o coltivare le piante necessarie a nutrirli.

Il 70 per cento di tutte le malattie infettive emergenti, come ad esempio sars, ebola, influenza suina e aviaria sono di provenienza animale. Dopo la pandemia di coronavirus, una parte maggiore dell’opinione pubblica ne è consapevole.

Ciononostante, gli allevamenti sono sempre più grandi. Ad esempio, secondo il già citato rapporto di Essere Animali, in Italia il 99,8 per cento di quelli di polli ha più di cinquemila capi. È una dinamica che vale anche per suini e bovine da latte. Tale logica è dettata dalle economie di scala, che consentono di vendere un prodotto a prezzi sempre più competitivi. A pagare però, è l’ambiente.

Il report “Dalle pandemie alla perdita di biodiversità. Dove ci sta portando il consumo della carne”, pubblicato in luglio dal Wwf afferma che “gli allevamenti intensivi sono da soli responsabili del 14,5 per cento delle emissioni totali di gas serra, utilizzano circa il venti per cento delle terre emerse come pascolo e il quaranta per cento dei terreni coltivati per la produzione di mangimi”. 

Covid e riscaldamento climatico spingono quindi sempre più persone a fare attenzione al cibo che acquistano. Ma servono informazioni chiare in etichetta. Purtroppo non è ancora così. La svolta potrebbe però venire dalla strategia Farm to Fork, braccio agricolo del Green Deal europeo.

Importanti sono in questo senso le conclusioni della piattaforma europea per il benessere animale, che in giugno ha invitato la Commissione europea a impegnarsi per l’adozione di un’etichetta a livello Ue. Sarebbe su base volontaria, ma capace di coprire tutte le fasi di vita dell’animale, dall’allevamento, al trasporto e alla macellazione, spingendosi fino agli alimenti di origine animale trasformati.

Un piccolo, timido passo avanti verso un grande cambiamento di prospettiva. Gli animali non sono cibo.

la carne è debole ultima modifica: 2021-08-27T13:00:28+02:00 da MATTEO ANGELI